Il nuovo accesso a Venezia un progetto da bocciare. Un'architettura assente?
State leggendo un post-in-progress, cioè un intervento che intendo nel tempo arricchire di successive integrazioni (eventuali correzioni comprese).
Stupisce, confrontando i progetti di architettura pubblica recentemente realizzati (o in corso d’opera) nel Veneziano come l’Ospedale dell'Angelo di Mestre, il nuovo accesso al centro storico sito tra Santa Marta e il Tronchetto (di Mauro Galantino), o il primo, sconcertante progetto del padiglione ospedaliero Jona coraggiosamente contrastato dalla Soprintendenza (malgrado le arroganti reazioni di Antonio Padoan), come si tratti di costruzioni assai simili per forma e disegno, che ripetono lo stesso schema: facciate rettangolari attraversate da monotone griglie. Sono architetture (ed una precisa tipologia di edifici) che possono essere poste indifferentemente in qualunque luogo poiché non manifestano, negli elementi compositivi e nel disegno, un confronto con il paesaggio e la cultura nella quale s'inseriscono ed esprimono qualità formali capaci di un vocabolario limitato, non sufficiente a creare immaginario, a entrare in dialogo con un contesto urbano deposito di memoria collettiva. Risulta particolarmente incongruo il nuovo accesso di Venezia: parrebbe un edificio esteticamente più consono come struttura di arrivo a Mestre. Sembra un ufo proveniente dalle riviste di architettura atterrato in quel luogo non si sa come; l'incapacità di rapportarsi con un paesaggio unico come quello della città lagunare dimostra la rigidità di un linguaggio formale portatore di omologazione culturale e livellatore delle differenze. A cosa è dovuta una tale mancanza di creatività? Per un progettista risulta più semplice pensare una struttura complessa quando alla distribuzione interna degli spazi non c’è da associare una ricerca estetica pregnante che vincoli il disegno delle forme esterne: evidente la quasi esibita rinuncia a qualsivoglia tensione compositiva degli edifici citati, che nella ripetitività dei modelli potrebbero finanche essere considerati fabbricati separati ma riconducibili ad un medesimo utilizzo. Tuttavia non si tratta solo di questo. La vera risposta va cercata nella commissione selezionatrice, quindi nell’elitario ambiente culturale da cui questi intellettuali provengono. Gli autentici autori di queste invadenti presenze obbligate della nostra vita quotidiana, del paesaggio, sono coloro che li hanno "scelti", i ristrettissimi circoli mediatori con la politica, con il potere universitario, con la nomenklatura vicina a circoscritte corporazioni: infatti, malgrado il progetto di un edificio pubblico appaia talvolta in esposizioni, quotidiani e riviste prima della sua realizzazione, di fatto i "fruitori", i cittadini, gli abitanti, sono costretti a subirlo passivamente, con poca possibilità di intervento. Lo schema decisionale attuale prevede un doppio binario separato: da una parte il progettista/élite, gli spettatori/fruitori dall'altra. Definiamo "pubblica" un'architettura che non ha un vero pubblico poiché rimane espressione di quei ristretti circoli che l'hanno voluta e pensata. A dispetto della sua collocazione spaziale e - per gli spettatori - percettiva, essa manifesta un'assenza che risiede in quei passaggi mancanti tra élite e consenso, tra progetto, scelta, realizzazione, fruizione: vuoti che favoriscono il permanere di schemi di pensiero sostanzailmente inalterati per lunghissimo tempo. I casi di edifici continua... (post-in-progress)
Io stesso vedo continuamente giovani studenti uscire dall’Università di Architettura malamente indottrinati da inutili teorie, ma quasi analfabeti in quanto a composizione e incapaci di tradurre graficamente in modo efficace le loro idee. La giuria che ha scelto il progetto: Teresa Ormenese -Direttore tecnico di APV Investimenti-, Renata Codello, sovrintendente di Venezia e Laguna, Francesco Dal Co, professore ordinario della Facoltà di Architettura dell’Università IUAV, Giorgio Orsoni, professore ordinario della facoltà di economia dell’Università Cà Foscari, Vito Saccarola, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Venezia.
State leggendo un post-in-progress, cioè un intervento che intendo nel tempo arricchire di successive integrazioni (eventuali correzioni comprese).
Stupisce, confrontando i progetti di architettura pubblica recentemente realizzati (o in corso d’opera) nel Veneziano come l’Ospedale dell'Angelo di Mestre, il nuovo accesso al centro storico sito tra Santa Marta e il Tronchetto (di Mauro Galantino), o il primo, sconcertante progetto del padiglione ospedaliero Jona coraggiosamente contrastato dalla Soprintendenza (malgrado le arroganti reazioni di Antonio Padoan), come si tratti di costruzioni assai simili per forma e disegno, che ripetono lo stesso schema: facciate rettangolari attraversate da monotone griglie.
Sono architetture (ed una precisa tipologia di edifici) che possono essere poste indifferentemente in qualunque luogo poiché non manifestano, negli elementi compositivi e nel disegno, un confronto con il paesaggio e la cultura nella quale s'inseriscono ed esprimono qualità formali capaci di un vocabolario limitato, non sufficiente a creare immaginario, a entrare in dialogo con un contesto urbano deposito di memoria collettiva.
Risulta particolarmente incongruo il nuovo accesso di Venezia: parrebbe un edificio esteticamente più consono come struttura di arrivo a Mestre. Sembra un ufo proveniente dalle riviste di architettura atterrato in quel luogo non si sa come; l'incapacità di rapportarsi con un paesaggio unico come quello della città lagunare dimostra la rigidità di un linguaggio formale portatore di omologazione culturale e livellatore delle differenze.
A cosa è dovuta una tale mancanza di creatività? Per un progettista risulta più semplice pensare una struttura complessa quando alla distribuzione interna degli spazi non c’è da associare una ricerca estetica pregnante che vincoli il disegno delle forme esterne: evidente la quasi esibita rinuncia a qualsivoglia tensione compositiva degli edifici citati, che nella ripetitività dei modelli potrebbero finanche essere considerati fabbricati separati ma riconducibili ad un medesimo utilizzo. Tuttavia non si tratta solo di questo. La vera risposta va cercata nella commissione selezionatrice, quindi nell’elitario ambiente culturale da cui questi intellettuali provengono. Gli autentici autori di queste invadenti presenze obbligate della nostra vita quotidiana, del paesaggio, sono coloro che li hanno "scelti", i ristrettissimi circoli mediatori con la politica, con il potere universitario, con la nomenklatura vicina a circoscritte corporazioni: infatti, malgrado il progetto di un edificio pubblico appaia talvolta in esposizioni, quotidiani e riviste prima della sua realizzazione, di fatto i "fruitori", i cittadini, gli abitanti, sono costretti a subirlo passivamente, con poca possibilità di intervento. Lo schema decisionale attuale prevede un doppio binario separato: da una parte il progettista/élite, gli spettatori/fruitori dall'altra. Definiamo "pubblica" un'architettura che non ha un vero pubblico poiché rimane espressione di quei ristretti circoli che l'hanno voluta e pensata. A dispetto della sua collocazione spaziale e - per gli spettatori - percettiva, essa manifesta un'assenza che risiede in quei passaggi mancanti tra élite e consenso, tra progetto, scelta, realizzazione, fruizione: vuoti che favoriscono il permanere di schemi di pensiero sostanzailmente inalterati per lunghissimo tempo. I casi di edifici continua... (post-in-progress)
Io stesso vedo continuamente giovani studenti uscire dall’Università di Architettura malamente indottrinati da inutili teorie, ma quasi analfabeti in quanto a composizione e incapaci di tradurre graficamente in modo efficace le loro idee. La giuria che ha scelto il progetto: Teresa Ormenese -Direttore tecnico di APV Investimenti-, Renata Codello, sovrintendente di Venezia e Laguna, Francesco Dal Co, professore ordinario della Facoltà di Architettura dell’Università IUAV, Giorgio Orsoni, professore ordinario della facoltà di economia dell’Università Cà Foscari, Vito Saccarola, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Venezia.