Che dire di Italian Area - Milano? Per me che sono un curioso onnivoro, quest'archivio è un'occasione in più d'informazione sulla produzione d'arte contemporanea italiana. Forse dovrei dire "potrebbe essere": in effetti, Italian Area va vista soprattutto come lo specchio - fedele -, l'espressione del pensiero teorico (e della visione dell'arte) dei critici che la dirigono. Siamo sicuri sia davvero un database-archivio? Osserviamo con attenzione le pagine del loro sito http://www.italianarea.it/. Ecco la presentazione del progetto:
"Italian Area nasce con lo scopo di documentare online la scena artistica italiana, con particolare attenzione all'opera degli artisti emersi dalla fine degli anni '80 a oggi. Gli artisti sono selezionati tra quelli promossi dalle più importanti istituzioni italiane e internazionali, nonché tra coloro che hanno contribuito a determinare l'attuale scena artistica".
La selezione avviene tra i nomi promossi dalle "istituzioni più importanti". L'underground e l'arte indipendente rientrano in queste categorie? Se fosse un database di documentazione dovrebbe darci un quadro vario e ad ampio raggio della produzione delle arti visive in Italia. Così non è.
L'impressione immediata è di un panorama assai uniforme; molte le correnti artistiche escluse. Per questo le mie perplessità riguardano non tanto gli artisti scelti, ma le metodologie adottate nelle selezioni dal comitato di critici.
E' importante sottolineare che in Italian Area, pur essendo diretta quasi completamente da donne (Chiara Bertola, Gabi Scardi and Angela Vettese), non troviamo traccia delle formulazioni elaborate negli ultimi decenni dal pensiero femminile della differenza.
Vediamo un insieme che si espande seguendo modelli di pensiero unico - maschile - di simili che emarginano i dissimili; manca uno sguardo capace di includere quell'alterità (in questo caso stilistica, di gusto, metodologica) a cui viene riservata una netta omissione d'informazione.
Siamo dinnanzi a una cultura gerarchica, tendenzialmente a soggetto unico, che si struttura non nella complessità ma nell'omogeneità, costruita nella logica del medesimo, dove il doppio, l'opposto da sé viene visto come contraddizione, non certo termine di confronto necessario, e la dialettica prevalente rimane, per lo più, entro lo schema di un rapporto - di potere - tra uno e molteplice (il critico e gli artisti e/o i critici e l'artista, l'artista e le "importanti istituzioni" e/o gli artisti e la "importante istituzione").
Dobbiamo collocare Italian Area nel momento storico in cui compare sulla scena: in quel contesto voleva essere una proposta di rottura in un clima generale ben diverso, mentre ora - e ne fanno fede gli altisonanti circuiti museali che la sostengono ("Gli artisti di Italian Area sono promossi...") - appare una struttura perfettamente integrata nel sistema dell'arte, quindi doppiamente mancante, al suo interno, di occasioni di radicale differenza.
Difficile immaginare una ricetta per attualizzare una formula come quella di Italian Area, penso sia l'idea stessa della lista secca di nomi - i buoni / i cattivi - a risultare obsoleta: possiamo immaginarci uno schema più rigido? In questo modo non è l'opera al centro dell'attenzione, ma la cornice, le "importanti istituzioni" (sempre secondo le parole del loro sito) che la valorizzano, a contare. Bisognerebbe ripartire dall'opera (più che dai nomi) inserendola in un contesto dinamico, non bloccato ma mutevole, capace di includere le differenze; bisognerebbe riuscire a mantenere distinte le ragioni dell'arte da quelle della critica d'arte. Inoltre, mancando in Italian Area una chiara cronologia sui successivi aggioramenti, non è possibile, per il lettore del sito, ricostruire quali siano le modifiche che il database è andato assumendo nel tempo, come abbia interagito con le nuove tendenze ed i cambiamenti del gusto. Vale per Italian Area quanto già detto sulla Fondazione March: l'attraversamento (se non il superamento) delle rigidità da "pensiero unico maschile" rimane un passaggio necessario per poter ipotizzare vie d'uscita al di là delle formulazioni stereotipiche conseguenti alla "logica del medesimo".
http://tranqui2.blogspot.com/2009/07/italian-area-e-il-dizionario-dei.html
http://tranqui2.blogspot.com/2010/02/ia-documenti-1-nasce-ia-exibart.html
Altrettanto si può dire di uno spazio espositivo pubblico come il Contemporaneo di Mestre. "Rilettura di luoghi formali e concettuali della modernità" sono le parole usate dal direttore artistico Riccardo Caldura curatore delle mostre al Contemporaneo per motivare gli indirizzi e i parametri di valutazione da lui scelti, ma non sono sufficienti per spiegarci la ripetitività delle proposte culturali della programmazione di uno spazio pubblico che dovrebbe informare sulla produzione attuale delle arti visive.
In realtà assistiamo qui al trionfo del pensiero unico che arriva a collimare con il gusto personale del curatore deflagrando in modo tale da divenire modello assoluto di riferimento e azzerare ogni possibilità di altra differenza (vedi, ad esempio, la serie di esposizioni 2006-2007).
Trovo davvero inquietante che una simile metodologia venga attuata da un'istituzione pubblica; non è difficile ravvisare in essa, nel suo cieco massimalismo, quasi una logica di scambio simbolico, una sorta di fallocrazia del pensiero maschile unico.
Le scarsa attenzione dei "giornalisti d'arte" e dei quotidiani (che spesso evitano di confrontarsi con i codici specialistici dell'arte contemporanea temendo di essere tacciati d'impreparazione e passatismo), le blande reazioni da parte della stampa specializzata che attende l'acquisizione di spazi pubblicitari, la paura degli artisti di esporsi con critiche (la conseguenza è di vedere stroncata la propria carriera), il ben noto italico-conformismo, fanno sì che spazi d'arte come il Contemporaneo proseguano indisturbati la loro attività; di fatto in molte di queste realtà permangono, camuffati di nuovo, schemi di pensiero tra i più massimalisti del panorama culturale attuale.
http://www.galleriacontemporaneo.it/

"Italian Area nasce con lo scopo di documentare online la scena artistica italiana, con particolare attenzione all'opera degli artisti emersi dalla fine degli anni '80 a oggi. Gli artisti sono selezionati tra quelli promossi dalle più importanti istituzioni italiane e internazionali, nonché tra coloro che hanno contribuito a determinare l'attuale scena artistica".
La selezione avviene tra i nomi promossi dalle "istituzioni più importanti". L'underground e l'arte indipendente rientrano in queste categorie? Se fosse un database di documentazione dovrebbe darci un quadro vario e ad ampio raggio della produzione delle arti visive in Italia. Così non è.
L'impressione immediata è di un panorama assai uniforme; molte le correnti artistiche escluse. Per questo le mie perplessità riguardano non tanto gli artisti scelti, ma le metodologie adottate nelle selezioni dal comitato di critici.
E' importante sottolineare che in Italian Area, pur essendo diretta quasi completamente da donne (Chiara Bertola, Gabi Scardi and Angela Vettese), non troviamo traccia delle formulazioni elaborate negli ultimi decenni dal pensiero femminile della differenza.
Vediamo un insieme che si espande seguendo modelli di pensiero unico - maschile - di simili che emarginano i dissimili; manca uno sguardo capace di includere quell'alterità (in questo caso stilistica, di gusto, metodologica) a cui viene riservata una netta omissione d'informazione.
Siamo dinnanzi a una cultura gerarchica, tendenzialmente a soggetto unico, che si struttura non nella complessità ma nell'omogeneità, costruita nella logica del medesimo, dove il doppio, l'opposto da sé viene visto come contraddizione, non certo termine di confronto necessario, e la dialettica prevalente rimane, per lo più, entro lo schema di un rapporto - di potere - tra uno e molteplice (il critico e gli artisti e/o i critici e l'artista, l'artista e le "importanti istituzioni" e/o gli artisti e la "importante istituzione").
Dobbiamo collocare Italian Area nel momento storico in cui compare sulla scena: in quel contesto voleva essere una proposta di rottura in un clima generale ben diverso, mentre ora - e ne fanno fede gli altisonanti circuiti museali che la sostengono ("Gli artisti di Italian Area sono promossi...") - appare una struttura perfettamente integrata nel sistema dell'arte, quindi doppiamente mancante, al suo interno, di occasioni di radicale differenza.
Difficile immaginare una ricetta per attualizzare una formula come quella di Italian Area, penso sia l'idea stessa della lista secca di nomi - i buoni / i cattivi - a risultare obsoleta: possiamo immaginarci uno schema più rigido? In questo modo non è l'opera al centro dell'attenzione, ma la cornice, le "importanti istituzioni" (sempre secondo le parole del loro sito) che la valorizzano, a contare. Bisognerebbe ripartire dall'opera (più che dai nomi) inserendola in un contesto dinamico, non bloccato ma mutevole, capace di includere le differenze; bisognerebbe riuscire a mantenere distinte le ragioni dell'arte da quelle della critica d'arte. Inoltre, mancando in Italian Area una chiara cronologia sui successivi aggioramenti, non è possibile, per il lettore del sito, ricostruire quali siano le modifiche che il database è andato assumendo nel tempo, come abbia interagito con le nuove tendenze ed i cambiamenti del gusto. Vale per Italian Area quanto già detto sulla Fondazione March: l'attraversamento (se non il superamento) delle rigidità da "pensiero unico maschile" rimane un passaggio necessario per poter ipotizzare vie d'uscita al di là delle formulazioni stereotipiche conseguenti alla "logica del medesimo".
http://tranqui2.blogspot.com/2009/07/italian-area-e-il-dizionario-dei.html
http://tranqui2.blogspot.com/2010/02/ia-documenti-1-nasce-ia-exibart.html
Altrettanto si può dire di uno spazio espositivo pubblico come il Contemporaneo di Mestre. "Rilettura di luoghi formali e concettuali della modernità" sono le parole usate dal direttore artistico Riccardo Caldura curatore delle mostre al Contemporaneo per motivare gli indirizzi e i parametri di valutazione da lui scelti, ma non sono sufficienti per spiegarci la ripetitività delle proposte culturali della programmazione di uno spazio pubblico che dovrebbe informare sulla produzione attuale delle arti visive.
In realtà assistiamo qui al trionfo del pensiero unico che arriva a collimare con il gusto personale del curatore deflagrando in modo tale da divenire modello assoluto di riferimento e azzerare ogni possibilità di altra differenza (vedi, ad esempio, la serie di esposizioni 2006-2007).
Trovo davvero inquietante che una simile metodologia venga attuata da un'istituzione pubblica; non è difficile ravvisare in essa, nel suo cieco massimalismo, quasi una logica di scambio simbolico, una sorta di fallocrazia del pensiero maschile unico.
Le scarsa attenzione dei "giornalisti d'arte" e dei quotidiani (che spesso evitano di confrontarsi con i codici specialistici dell'arte contemporanea temendo di essere tacciati d'impreparazione e passatismo), le blande reazioni da parte della stampa specializzata che attende l'acquisizione di spazi pubblicitari, la paura degli artisti di esporsi con critiche (la conseguenza è di vedere stroncata la propria carriera), il ben noto italico-conformismo, fanno sì che spazi d'arte come il Contemporaneo proseguano indisturbati la loro attività; di fatto in molte di queste realtà permangono, camuffati di nuovo, schemi di pensiero tra i più massimalisti del panorama culturale attuale.
http://www.galleriacontemporaneo.it/
