Thursday, September 24, 2009

Castello di Rivoli: il silenzio degli artisti

Nel quotidiano La Stampa sono apparsi in questi giorni alcuni articoli sui timori di critici e galleristi per il "vuoto" creatosi al vertice del Museo d'arte contemporanea Castello di Rivoli.
Intervengono, interrogati sulla questione dal giornalista Rocco Moliterni, Bonito Oliva, Fuchs, il gallerista Artiaco, l'immancabile Bonami (che malgrado la fuga a Ellis Island non manca mai di dire la sua su tutto ciò che nell'arte accade in Italia, grazie alla sua collaborazioni con Torino e Venezia) e infine l'assessore Gianni Oliva.
Una polemica dai toni accesi (di oggi il pezzo sulla scelta di Minoli come presidente della Fondazione che gestisce il museo, mentre si fa il nome di Bellini come direttore) nella quale la voce e il pensiero degli artisti non compaiono.
Unicamente Gianni Oliva accenna, in risposta alle critiche, alla necessità di una maggiore apertura di quest'istituzione verso giovani artisti e in direzione di un "rinnovamento nella continuità" (mostre prodotte dal museo e non acquistate altrove, attività didattica ecc...).
Sembra che la gestione del Castello di Rivoli riguardi esclusivamente la critica d'arte, i galleristi, la politica.
Che ruolo hanno gli artisti entro questo quadro? Muti spettatori, sembra.
Mi voglio inserire in tale rumoroso silenzio con alcune brevi considerazioni.
Credo (dal mio punto di vista di artista visivo) sia auspicabile che il nuovo direttore attui un lavoro retrospettivo di chiarimento.
Giustissimo spostare la programmazione di uno spazio che si occupa di contemporaneo verso l'attualità: troppo spesso le istituzioni del settore, quando sono intese in senso rigidamente museale, divengono alibi per non innovare, per non fare ricerca autentica ed anzi, arrivano a trasformarsi quasi in roccaforti dove consolidare posizioni acquisite e avversare, disconoscere i contributi teorici del vero nuovo. Un museo dell'arte contemporanea deve sempre essere anche un po' Kunsthalle ed il rischi sono, diversamente a quanto sostiene Bonami, non tanto di creare doppioni, ma casomai favorire sacche morte, improduttive e conservatrici, poco più che elitari recinti utili come trampolino per la carriera internazionale dei critici.
C'è inoltre da chiarire un punto molto importante, cioè qual'è stata la metodologia attuata dalla Carolyn Christov-Bakargiev nella scelta dei nomi esposti.
Mi risulta che il Castello di Rivoli compaia in quel circuito che "promuove" (su questo punto il loro website non è chiaro) gli artisti presenti in Italian Area, database milanese diretto da un comitato di quattro critici.

http://www.italianarea.it/index_files/italianarea_data/museo.html

Che spazio è stato dato da Rivoli (finanziato dalla Regione per due terzi) agli artisti non presenti in Italian Area (e a quelli presenti)?

Perché Rivoli figura come una sorta di "amico" di Italian Area?

La Christov-Bakargiev è stata una firma del Domenicale Sole24, foglio dove scrive anche Angela Vettese (presidente della veneziana Bevilacqua la Masa nella quale vediamo le stesse esposizioni in programma a Rivoli, come ad esempio quella su Thomas Ruff), membro del comitato dei critici di Italian Area.
Il nodo è spinoso: di quale idea di contemporaneità un'istituzione pubblica deve farsi promotrice? Restituire al pubblico un'informazione ampia e esauriente, un insieme coerente di fotografie sulla creatività della contemporaneità è cosa assai differente che rappresentare il pensiero di un ristretto gruppo di critici.

Altro mio intervento su Italian Area:

http://tranqui2.blogspot.com/2009/07/italian-area-e-il-dizionario-dei.html