Sunday, March 17, 2013

Gli addomesticati incontri alla Fondazione di Venezia - ART ENCLOSURES

Pochi giorni fa si è svolto nella sede della Fondazione di Venezia l'incontro-conferenza "Art Enclosures - Residenze per artisti internazionali a Venezia". 
Oltre a Fabio Achilli, Direttore Fondazione di Venezia, hanno partecipato alla tavola rotonda Martin Bethenod, amministratore Palazzo Grassi e Punta della Dogana, Francesco Bonami, direttore artistico Fondazione Sandretto Re ; Germano Celant, direttore Fondazione Prada, Venezia; Marino Folin, presidente Fondazione Venezia 2000, Venezia; Philip Rylands, direttore Peggy Guggenheim Museum, Venezia; Angela Vettese,  presidente Fondazione Bevilacqua La Masa (mentre Geltrude Flentge, Simon Njami, Mara Ambrozic e la American Academy in Rome hanno presentato la loro esperienza in questo settore).
Evidente l'esclusione dal tavolo degli artisti come soggetto attore attivo del sistema dell'arte, che ha e deve avere voce in capitolo. La  questione delle residenze internazionali e quindi il tema del "nomadismo" della figura professionale - e ripeto professionale -  dell'artista viene malamente inteso qui come quello di una marionetta da spostare a piacimento ora qua ora là, sottomesso ai voleri di una nomenclatura culturale accentratrice e autoreferenziale. Ed in effetti mentre il riconoscimento del ruolo sociale dell'artista presente sul territorio (di qualsivoglia provenienza esso sia) diminuisce (e la composizione di questo tavolo lo dimostra), quello del potere culturale e della nomenclatura avanza, si radica divenendo inamovibile, tende ad accentrare tutta le posizioni del sistema, cancellando alterità e pluralismo: infatti vediamo Celant in ben 2 istituzioni veneziane, di Vettese sappiamo che è riuscita a bloccare il ricambio alla guida della Bevilacqua (per tacere sulle altre cariche da lei ricoperte), Rylands ha tradito l'eredità di Peggy fingendo di ignorare quanto essa aveva fatto per gli artisti locali. Conosco creativi di qualità provenienti da altri paesi e presenti in città da più di un decennio che sono completamente inesistenti per i "direttori" delle altisonanti realtà presenti al tavolo. Molti se ne sono già andati altrove. Voglio sottolineare come la formula delle residenze, valida in sé, rimane tuttavia un meccanismo che ancora una volta attribuisce ai "direttori-presidenti" tutto il potere relegando l'artista alla funzione di inerte pedina sottomessa ai voleri del caporalato dell'arte, e può alla lunga trasformarsi in un alibi utilizzato per non riconoscere l'attività di chi spontaneamente giunge nel nostro territorio scegliendolo come base per il proprio lavoro. Le modalità stesse dell'incontro e la selezione dei partecipanti tutta centrata sul potere istituzionale ben fotografano quale tipo di idea di rapporto con la città la Fondazione di Venezia persegua oggi. Mentalità che, come di consueto, deve essere ricondotta ad una mancanza di cultura dello sviluppo, sviluppo che non può limitarsi alla maniacale reverenza verso un potere che si autolegittima senza dialogo con altri soggetti.