Thursday, February 19, 2015

IL VOLO vittima del giornalismo anti-talento

Ovvero cultura di massa e talento artistico.

Helga Marsala con l'articolo "Sanremo e i tre ragazzi antichi. Il Volo: l'ennesima vittoria facile di un super show" dà prova della consueta diffidenza delle sacche conservatrici del Paese verso i talenti artistici mainstream che per affermarsi non hanno bisogno della mediazione di certe élite di potere.

Le argomentazioni dell'articolo sono capziose dalla prima all'ultima, proprie di un giornalismo d'arte fazioso: vogliono farci credere che l'ingenerosità verso i maggiori talenti artistici autentici ma marcatamente mainstream sia una forma di rigore intellettuale. Errato. I tre giovanissimi (dato molto importante) cantanti del gruppo Il Volo che hanno presentato al Festival Sanremo il pezzo "Grande amore" dimostrano indubitabilmente, all'interno del loro genere musicale classical crossover pop, doti vocali ed interpretative. Doti che devono essergli riconosciute.

Fare pop non è mai "facile", ed è assai raro nel pop ottenere successo "facile" perché ti spingono le lobby come al contrario accade nell'arte visiva dove troviamo opere ed artisti di dubbio valore, dove contano molto più i legami di salotto, famiglia, lista, baronia (e di letto), e qualche pagina di bla bla alla Bakargiev trasforma la peggior banalità stravista in capolavoro o se ti esibisci in situazioni sensazionalistiche susciti l'entusiasmo di Chiara Bertola.
I soffitti alti della villa citata dalla Marsala ci sono anche nei musei, Palazzo Grassi, Villa Panza, Rivoli, inoltre non si può parlare di cultura mainstream senza contestualizzarla nel genere di appartenenza, passaggio tranquillamente ignorato dalla "critica" (tra molte virgolette) d'arte italiana.
La scena dell'arte contemporanea istituzionale abbonda di Sanremo e super-show che tuttavia s'appellano (per dirla con Traviata) Biennale e Documenta.
L'avete visto il Premio Maxxi, con le artiste pseudosperimentali che si fanno premiare sul teppeto rosso, buone, brave, vestite bene, obbedienti come i bambini dello Zecchino D'Oro di una volta, con la supervincitrice Marinella Senatore che dichiara di essere "molto emozionata. In realtà ho lavorato tanto. Voi avete lavorato tanto" e parla di "un segnale di apertura". Il "segnale" sarebbe quello di concedere al pubblico il ruolo comparsa? WOW!
Dove sta la differenza? Comici a parte, il pubblico a Sanremo conta, fortunatamente, di più. Se scegliesse unicamente il giornalismo anti-talento la musica italiana sarebbe più noiosa della programmazione del museo di Rivoli!
Quando c'è di mezzo il giudizio del pubblico le tecniche di indirizzo dei consumi di massa attuate da una certa informazione fallisco; di qui la loro rabbia astiosa e sprezzante.

Quindi - ultraseverità e accanimento del giornalismo anti-talento contro i tre del Volo in quanto dimostrano doti vocali certe, in quanto poco più che adolescenti, in quanto incarnano l'archetipo del puer-prodigio musicale, in quanto cultura pop-classica scelta dal pubblico, in quanto il mainstream può dimostrare originalità, in quanto esempio di come il masscult può farsi divulgatore di cultura alta senza ricalcare la via del midcult.

Ciò sfugge, ovviamente, a chi sia digiuno dei retroscena delle redazioni di quotidiani e settimanali. Una Alessandra Mammì semplicemente omette da anni di informare sull'arte contemporanea italiana che non rientra nel suo limitato orizzonte di interessi e di legami (vedi articoli dedicati agli artisti del database "Italian Area").
Se Helga Marsala, Daria Bignardi, il dj Linus, Michele Monina (che li definisce vecchiminkia con l'astio di un dipendente di MTV) ecc... non possono attuare la furia censoria di alcuni settori specialistici dell'informazione culturale è perché, obbedendo alla legge delle news, sono chiamati a dire la loro anche su Sanremo. Con i risultati di cui sopra. Ve lo vedete il dj Linus proporre artisti che non siano derivati dai modelli culturali anglofoni? Per capire il conformismo nel quale siamo immersi è necessario che si affacci sulla scena qualche elemento disturbante. Esattamente come nell'arte contemporanea. Errato pensare che quello de "Il Volo" sia un caso isolato: in altri settori culturali il boicottaggio del talento è prassi corrente.

L'autentico talento dà fastidio a molti.

Per decodificare un fenomeno musicale marcatamente mainstream ma eclettico e dal sapore postmodern bisognerebbe saperlo situare in una prospettiva critica di genere e sottogenere, di divulgazione culturale della vocalità operistica verso i giovanissimi, e quindi educativa, prospettiva assente nei critici alla Helga Marsala con i suoi parametri di pensiero unico da prodotti-opere-per-musei-arte-contemporanea.

Da notare che, con le stesse argomentazioni capziose, alcuni generi artistici d'arte visiva vengono classificati da certi pseudocritici quali prodotti di "perizia tecnica", quindi in certo senso "facili". In uno schema siffatto sono proprio certi sviluppi mainstream del linguaggio visivo ad infastidire chi si vuole erigere a unico mediatore tra artisti e pubblico, tra artisti e potere. Le istituzioni d'arte sono usate in Italia come corsie preferenziali: Beatrice Merz è arrivata a Rivoli e all'Amaci con un avvilente CV da "figlia di Mario e Marisa Merz". Al contrario, quando boicottano qualcuno lo fanno tutte insieme ed è una condanna senza appello.

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