>>>a questo punto dissento anche sul santino quasi agiografico di una sperimentazione artistica vissuta come una rottura «dolorosissima», costruita secondo una retorica della rinuncia e della sottrazione. La sperimentazione può invece costituire un gesto di liberazione, persino catartico, rivoluzionario (almeno nelle intenzioni). Se, per legittimare se stessa, avverte costantemente il bisogno di ribadire la propria distanza dai movimenti che l'hanno preceduta, allora manifesta piuttosto il sintomo di un rapporto irrisolto con il passato, palesa in ciò chiari sintomi di nostalgie irrisolte. Chi è davvero consapevole del proprio valore non ha bisogno di definire continuamente la propria identità per opposizione.
Immaginiamo quanto sarebbe monotona la critica cinematografica se ogni recensione insistesse sul "dolorosissimo" passaggio dal teatro al cinema, indugiando ogni volta sulle differenze tecniche tra la recitazione sul palcoscenico e quella davanti alla macchina da presa. L'attore cinematografico adotta una tecnica recitativa diversa da quella teatrale ma essa può rappresentare una possibilità ulteriore anziché una rinuncia dolorosa. Un bravo attore dotato di eclettico talento può utilizzarle entrambe.
Per comprendere la posizione di Detheridge occorre allora soffermarsi su quello che considero il suo anti-metodo critico. Nella sua ricostruzione la critica sembra mutuare i dispositivi narrativi della finzione letteraria: una tecnica "diviene" un'altra tecnica, come un personaggio evolve nel corso di un intreccio fino al colpo di scena conclusivo. È la logica della favola, nella quale la povera mendicante diventa principessa. Ma i processi storici dell'arte non funzionano secondo questa grammatica narrativa.
Tale sovrapposizione non rientra in alcun metodo critico, produce come risultato solo narrazione, della cattiva letteratura. Anna Detheridge, in pratica, non descrive tanto i fenomeni artistici, quanto il modo in cui li organizza mentalmente: ci sta raccontando i suoi processi di pensiero. Nel corso del proprio percorso culturale ha acquisito nuovi linguaggi; ma assumendo la prospettiva intellettuale del pensiero unico e oppositivo, essa percepisce approcci diversi come in contraddizione tra loro.
C’è tuttavia un dato che non deve essere sottovalutato. Sul cinico disprezzo derisorio che tanti riservano (chi li conosce lo sa) ai “pittorucoli” (i quali come si vede bene qui, vengono utilizzati come sacchetto della spazzatura di nodi teorici irrisolti), va detto che essi si fanno interpreti, grazie a un alibi intellettuale confezionato su misura, di un sentimento perbenista-borghese latente molto diffuso: il disprezzo dell’artista in quanto diverso, figura anticonformista, fabbricatore di miraggi, quasi appendice adulta di una pulsione infantile non elaborata. Anna e i suoi ci restituiscono il più retrivo perbenismo borghese semplicemente spostandolo di posizione.
Federico Zeri sottolineava che è proprio delle subculture l’azzeramento di una corretta prospettiva storica, infatti la pretestuosa iper-specializzazione fa da premessa a un analfabetismo di ritorno: “Alzi la mano chi non si è annoiato nei musei di arte antica” proclama Angela Vettese, in un suo saggio-groviera.
>>>la produzione visiva dei generi artistici conseguenti alle tecniche pittoriche rappresenta, rispetto al linguaggio verbale (della critica) un’alterità radicale. Ciò chiarisce perché tale alterità radicale resti al centro dei problemi. Detheridge e gli altri, attraverso tanti alibi e tante pretestuose manipolazioni, vogliono emarginarla dal dibattito teorico, sostituendo a essa il linguaggio verbale e le pratiche artistiche affini quale paradigmi centrali dei fenomeni. In altri termini, vecchi metodi (e nuove maschere) del pensiero unico (maschile).
Vi sono critici d'arte che impiegano l'intera vita a studiare l'opera di un solo artista-pittore, percorso a loro assolutamente necessario. L'impossibile traguardo? Né "spiegarlo" né "capirlo". La vera sfida è riuscire a "vederlo". "Vedere" davvero l'alterità riuscendo finalmente ad attraversare le gabbie, gli automatismi del linguaggio verbale, del pensiero unico, delle stereotipie: un vero salto dell'abisso. Per la presunzione dell'intellettuale del pensiero unico non c'è cosa più difficile del confronto con l'alterità.
Se invece Detheridge non possiede, come molti suoi colleghi, i requisiti di conoscenza e quell'intelligenza del gusto per addentrarsi e segnare un percorso proprio ad ampio raggio nella sterminata produzione dell'arte visiva può pure dircelo e riaffermare la sua specializzazione limitata a poche tendenze. Una specializzazione comune ad altri mille come lei perché più facile, più accomodante, anzi è proprio ciò che ora le istituzioni "di stato" richiedono. Non rischierà certo di apparire un'originale o peggio anticonformista, posizione temutissima da tanti.
