Monday, July 1, 2013

>>>i critici e l'ignoranza sulle tecniche artistiche #2: Anna Detheridge

>>>Anna Detheridge in un'intervista: 
“L’arte concettuale rappresenta una grande e dolorosissima rottura (soprattutto per l’Italia, dove la tradizione della grande pittura è sempre viva, come possiamo vedere costantemente intorno a noi). Le discipline della pittura, della scultura, della decorazione ne escono sconvolte; un artista può impunemente utilizzare una qualsiasi tecnica demandando l’esecuzione ad altri, spesso, in seguito, neppure nominati (e questa è una scorrettezza).”

Anna, qui ritroviamo il consueto pregiudizio-errore critico (di cui già accennavo nel #DDE Giovanni Matteucci) su pratiche/tecniche artistiche che “divengono” altre pratiche. La pittura e la scultura, che tu equipari alla decorazione (del tutto improprio definire "disciplina" la decorazione in tale contesto) sono tecniche e non generi artistici. Non ne escono quindi in alcun modo "sconvolte". Il percorso che dalla tecnica conduce al genere è lunghissimo. Confondi e sovrapponi tecniche, pratiche, generi artistici così come, evidentemente, equivochi il significato dello stile pittorico. Quindi la scultura non è "diventata" arte concettuale o pratica installativa. Inoltre sono sempre esistite opere di bottega in cui l'artista demandava l'esecuzione a collaboratori, allievi e non allievi.

>>> la tradizione della “grande pittura” ancora “costantemente viva” in Italia? La programmazione più recente delle maggiori istituzioni d’arte contemporanea italike-italiote-italiansky (vedi Rivoli) ci restituisce una realtà ben diversa. Nel nostro Paese gli artisti della sperimentazione pittorica sono, grazie ai pregiudizi di Detheridge (& company) del tutto sottovalutati se non censurati. Peraltro, se per "tradizione della grande pittura sempre viva" vogliamo intendere la storia dell’arte, essa resta un capitolo centrale della cultura occidentale, premessa fondamentale per capire il presente mentre Lady D, con il metodo antistorico e il pensiero oppositivo che la contraddistingue, chiude i fenomeni artistici in etichette didascalicamente separate, contrapponendo pretestuosamente pratiche artistiche differenti.

>>>a questo punto dissento anche sul santino quasi agiografico di una sperimentazione artistica vissuta come una rottura «dolorosissima», costruita secondo una retorica della rinuncia e della sottrazione. La sperimentazione può invece costituire un gesto di liberazione, persino catartico, rivoluzionario (almeno nelle intenzioni). Se, per legittimare se stessa, avverte costantemente il bisogno di ribadire la propria distanza dai movimenti che l'hanno preceduta, allora manifesta piuttosto il sintomo di un rapporto irrisolto con il passato, palesa in ciò chiari sintomi di nostalgie irrisolte. Chi è davvero consapevole del proprio valore non ha bisogno di definire continuamente la propria identità per opposizione.

Immaginiamo quanto sarebbe monotona la critica cinematografica se ogni recensione insistesse sul "dolorosissimo" passaggio dal teatro al cinema, indugiando ogni volta sulle differenze tecniche tra la recitazione sul palcoscenico e quella davanti alla macchina da presa. L'attore cinematografico adotta una tecnica recitativa diversa da quella teatrale ma essa può rappresentare una possibilità ulteriore anziché una rinuncia dolorosa. Un bravo attore dotato di eclettico talento può utilizzarle entrambe.

Per comprendere la posizione di Detheridge occorre allora soffermarsi su quello che considero il suo anti-metodo critico. Nella sua ricostruzione la critica sembra mutuare i dispositivi narrativi della finzione letteraria: una tecnica "diviene" un'altra tecnica, come un personaggio evolve nel corso di un intreccio fino al colpo di scena conclusivo. È la logica della favola, nella quale la povera mendicante diventa principessa. Ma i processi storici dell'arte non funzionano secondo questa grammatica narrativa.

>>>rimanendo in ambito critico, invece, D. sovrappone erroneamente i processi di contaminazione e sviluppo tra movimenti artistici, gli “ismi” novecenteschi, gli stili e i generi, alla questione delle singole tecniche. 
Tale sovrapposizione non rientra in alcun metodo critico, produce come risultato solo narrazione, della cattiva letteratura. Anna Detheridge, in pratica, non descrive tanto i fenomeni artistici, quanto il modo in cui li organizza mentalmenteci sta raccontando i suoi processi di pensiero. Nel corso del proprio percorso culturale ha acquisito nuovi linguaggi; ma assumendo la prospettiva intellettuale del pensiero unico e oppositivo, essa percepisce approcci diversi come in contraddizione tra loro.

C’è tuttavia un dato che non deve essere sottovalutato. Sul cinico disprezzo derisorio che tanti riservano (chi li conosce lo sa) ai “pittorucoli” (i quali come si vede bene qui, vengono utilizzati come sacchetto della spazzatura di nodi teorici irrisolti), va detto che essi si fanno interpreti, grazie a un alibi intellettuale confezionato su misura, di un sentimento perbenista-borghese latente molto diffuso: il disprezzo dell’artista in quanto diverso, figura anticonformista, fabbricatore di miraggi, quasi appendice adulta di una pulsione infantile non elaborata. Anna e i suoi ci restituiscono il più retrivo perbenismo borghese semplicemente spostandolo di posizione.
Federico Zeri sottolineava che è proprio delle subculture l’azzeramento di una corretta prospettiva storica, infatti la pretestuosa iper-specializzazione fa da premessa a un analfabetismo di ritorno: “Alzi la mano chi non si è annoiato nei musei di arte antica” proclama  Angela Vettese, in un suo saggio-groviera.

>>>la produzione visiva dei generi artistici conseguenti alle tecniche pittoriche rappresenta, rispetto al linguaggio verbale (della critica) un’alterità radicale. Ciò chiarisce perché tale alterità radicale resti al centro dei problemi. Detheridge e gli altri, attraverso tanti alibi e tante pretestuose manipolazioni, vogliono emarginarla dal dibattito teorico, sostituendo a essa il linguaggio verbale e le pratiche artistiche affini quale paradigmi centrali dei fenomeni. In altri termini, vecchi metodi (e nuove maschere) del pensiero unico (maschile).

Vi sono critici d'arte che impiegano l'intera vita a studiare l'opera di un solo artista-pittore, percorso a loro assolutamente necessario. L'impossibile traguardo? Né "spiegarlo" né "capirlo". La vera sfida è riuscire a "vederlo". "Vedere" davvero l'alterità riuscendo finalmente ad attraversare le gabbie, gli automatismi del linguaggio verbale, del pensiero unico, delle stereotipie: un vero salto dell'abisso. Per la presunzione dell'intellettuale del pensiero unico non c'è cosa più difficile del confronto con l'alterità. 

Se invece Detheridge non possiede, come molti suoi colleghi, i requisiti di conoscenza e quell'intelligenza del gusto per addentrarsi e segnare un percorso proprio ad ampio raggio nella sterminata produzione dell'arte visiva può pure dircelo e riaffermare la sua specializzazione limitata a poche tendenze. Una specializzazione comune ad altri mille come lei perché più facile, più accomodante, anzi è proprio ciò che ora le istituzioni "di stato" richiedono. Non rischierà certo di apparire un'originale o peggio anticonformista, posizione temutissima da tanti.

>>&gt queste note fungono da ombrello alle raffiche di assurdità prodotte da tante penne della kritica d'arte del Bel Paese.

>>>è più facile che una cammella pi*** nella cruna di un ago, che una critica del pensiero unico entri nel regno della pittura.