Thursday, October 31, 2013
prince + dog + throne >>> curator + dog + throne
Prince + dog + throne (Velasquez)
Carolyn Christov-Bakargiev + dog (Darcy) + throne
Carolyn Christov-Bakargiev + dog (Darcy) + throne + Castle of Rivoli + hierarchy (chief curator) =
smiling Cur-actor
Monday, October 21, 2013
>>>In-Rinascimento & de-Rinascimento (il Rinascimento non è mai finito)
Ho intenzione di scrivere nel blog sulla mia teoria "In-Rinascimento & de-Rinascimento".
Per una introduzione potete leggere le riflessioni in dialogo con Enrico Terrone (ma ringrazio anche Saint Loup e Luciano G. Gerini per aver interagito con me nella discussione) in un thread online: il In-Rinascimento inteso come condizione dell'arte in cui una variabile fondamentale è il definitivo riconoscimento sociale del ruolo dell'artista quale "artifex-firma". In tale prospettiva la diffusione globale dell'arte contemporanea nel suo modello occidentale andrebbe riletta come l'espandersi, a secoli di distanza, del Rinascimento su scala planetaria. Lo stesso ready-made nelle sue infinite variazioni potrebbe essere considerato il portato delle funzioni "artifex-firma" attivate nel Rinascimento. Il Rinascimento si è sviluppato su più linee e filoni, radicalizzandosi. Segnatamente, assistiamo a cicliche spinte di de-Rinascimento, e proprio in quei microclimi culturali locali dove il sistema dell'arte opera per separare il ruolo sociale dell'artista dal territorio.
http://www.artribune.com/2013/04/dialoghi-di-estetica-parola-a-david-davies/
>>> Quando leggi cose del tipo “laddove per apprezzare un dipinto del
Rinascimento possono essere sufficienti conoscenze generiche sulle
pratiche artistiche e sulla cultura religiosa dell’epoca” ti
domandi se il Canada è un posto dove i saggi di storia dell’arte
sul Rinascimento sono vietati per legge (Baxandall included)…
Wednesday, October 16, 2013
"Italian Area" - "Museo Senza Centro": lista artisti 6/7/2009
Le istituzioni d'arte coinvolte nello scandalo del "Museo Senza Centro":
Castello di Rivoli, Castel Sant'Elmo, Centro Luigi Pecci Prato, Gam Torino, Galleria civica Arte Contemporanea Trento, Galleria Civica Modena, Gnam Roma, Macro Roma, Mart Trento Rovereto, MAXXI Roma, Museion Bolzano, Pac Milano, Spazio Sottozero Palazzo delle Esposizioni Roma, Palazzo delle Papesse Siena, Fondazione Bevilacqua la Masa Venezia, Fondazione Adriano Olivetti Roma, Fondazione Antonio Ratti Como, Fondazione Querini Stampalia Venezia, Fondazione Re Sandretto Rebaudengo Torino, Fondazione Teseco Prato, Trevi Flash Art Museum, Futuro Roma, Careof Milano, Via Farini Milano.
Thursday, September 12, 2013
Wednesday, September 11, 2013
Daffero la Melandri ha querelato lu D'Agostino?
Davvero la Melandri ha querelato Maja vestida e Maja desnuda ke han fatto le queer queen al MAXXI?
Pur quoque Malandrum querelavit D'Agostino?
Monday, August 26, 2013
"Imponderabila" - why not?
Everybody would ring the doorbelly button
2001: Hospice Odyssey
The naked window
Bogosity alert!!!!
“The Pitt and the pendulum”
Saturday, August 3, 2013
Wednesday, July 3, 2013
"Imponderabilia" - pké no?
La porta nuda?
Uscita di insicurezza
Monday, July 1, 2013
>>>i critici e l'ignoranza sulle tecniche artistiche #2: Anna Detheridge
>>>a questo punto dissento anche sul santino quasi agiografico di una sperimentazione artistica vissuta come una rottura «dolorosissima», costruita secondo una retorica della rinuncia e della sottrazione. La sperimentazione può invece costituire un gesto di liberazione, persino catartico, rivoluzionario (almeno nelle intenzioni). Se, per legittimare se stessa, avverte costantemente il bisogno di ribadire la propria distanza dai movimenti che l'hanno preceduta, allora manifesta piuttosto il sintomo di un rapporto irrisolto con il passato, palesa in ciò chiari sintomi di nostalgie irrisolte. Chi è davvero consapevole del proprio valore non ha bisogno di definire continuamente la propria identità per opposizione.
Immaginiamo quanto sarebbe monotona la critica cinematografica se ogni recensione insistesse sul "dolorosissimo" passaggio dal teatro al cinema, indugiando ogni volta sulle differenze tecniche tra la recitazione sul palcoscenico e quella davanti alla macchina da presa. L'attore cinematografico adotta una tecnica recitativa diversa da quella teatrale ma essa può rappresentare una possibilità ulteriore anziché una rinuncia dolorosa. Un bravo attore dotato di eclettico talento può utilizzarle entrambe.
Per comprendere la posizione di Detheridge occorre allora soffermarsi su quello che considero il suo anti-metodo critico. Nella sua ricostruzione la critica sembra mutuare i dispositivi narrativi della finzione letteraria: una tecnica "diviene" un'altra tecnica, come un personaggio evolve nel corso di un intreccio fino al colpo di scena conclusivo. È la logica della favola, nella quale la povera mendicante diventa principessa. Ma i processi storici dell'arte non funzionano secondo questa grammatica narrativa.
Tale sovrapposizione non rientra in alcun metodo critico, produce come risultato solo narrazione, della cattiva letteratura. Anna Detheridge, in pratica, non descrive tanto i fenomeni artistici, quanto il modo in cui li organizza mentalmente: ci sta raccontando i suoi processi di pensiero. Nel corso del proprio percorso culturale ha acquisito nuovi linguaggi; ma assumendo la prospettiva intellettuale del pensiero unico e oppositivo, essa percepisce approcci diversi come in contraddizione tra loro.
C’è tuttavia un dato che non deve essere sottovalutato. Sul cinico disprezzo derisorio che tanti riservano (chi li conosce lo sa) ai “pittorucoli” (i quali come si vede bene qui, vengono utilizzati come sacchetto della spazzatura di nodi teorici irrisolti), va detto che essi si fanno interpreti, grazie a un alibi intellettuale confezionato su misura, di un sentimento perbenista-borghese latente molto diffuso: il disprezzo dell’artista in quanto diverso, figura anticonformista, fabbricatore di miraggi, quasi appendice adulta di una pulsione infantile non elaborata. Anna e i suoi ci restituiscono il più retrivo perbenismo borghese semplicemente spostandolo di posizione.
Federico Zeri sottolineava che è proprio delle subculture l’azzeramento di una corretta prospettiva storica, infatti la pretestuosa iper-specializzazione fa da premessa a un analfabetismo di ritorno: “Alzi la mano chi non si è annoiato nei musei di arte antica” proclama Angela Vettese, in un suo saggio-groviera.
>>>la produzione visiva dei generi artistici conseguenti alle tecniche pittoriche rappresenta, rispetto al linguaggio verbale (della critica) un’alterità radicale. Ciò chiarisce perché tale alterità radicale resti al centro dei problemi. Detheridge e gli altri, attraverso tanti alibi e tante pretestuose manipolazioni, vogliono emarginarla dal dibattito teorico, sostituendo a essa il linguaggio verbale e le pratiche artistiche affini quale paradigmi centrali dei fenomeni. In altri termini, vecchi metodi (e nuove maschere) del pensiero unico (maschile).
Vi sono critici d'arte che impiegano l'intera vita a studiare l'opera di un solo artista-pittore, percorso a loro assolutamente necessario. L'impossibile traguardo? Né "spiegarlo" né "capirlo". La vera sfida è riuscire a "vederlo". "Vedere" davvero l'alterità riuscendo finalmente ad attraversare le gabbie, gli automatismi del linguaggio verbale, del pensiero unico, delle stereotipie: un vero salto dell'abisso. Per la presunzione dell'intellettuale del pensiero unico non c'è cosa più difficile del confronto con l'alterità.
Se invece Detheridge non possiede, come molti suoi colleghi, i requisiti di conoscenza e quell'intelligenza del gusto per addentrarsi e segnare un percorso proprio ad ampio raggio nella sterminata produzione dell'arte visiva può pure dircelo e riaffermare la sua specializzazione limitata a poche tendenze. Una specializzazione comune ad altri mille come lei perché più facile, più accomodante, anzi è proprio ciò che ora le istituzioni "di stato" richiedono. Non rischierà certo di apparire un'originale o peggio anticonformista, posizione temutissima da tanti.
Monday, June 3, 2013
Demetrio Paparoni spiega le lobby dell'arte: "Si sono già messi d'accordo prima"
In realtà si sono già messi d'accordo prima."
http://www.youtube.com/watch?v=K8SPiVVdbVs
Utile, necessario (e coraggioso) intervento di Demetrio Paparoni che spiega i meccanismi delle lobby dell'arte. Ho 1 sola obiezione a quanto detto nell'intervista. Infatti in Italian Area — Museo Senza centro, o nella "collaborazione" DOCVA — Museo del Novecento sono implicate istituzioni pubbliche che investono risorse della collettività: possiamo davvero definire "lecite" queste operazioni ai danni del pubblico dell'arte e degli artisti professionisti? Tuttavia Paparoni utilizza, per definire il critico d'arte intenzionalmente manipolatore, un termine assai preciso: truffaldino.
Saturday, May 25, 2013
Tuesday, May 14, 2013
David Davies & his "Rinascimento pocket" :))))
>>> pké l’è 1 fenomeno il Rinascimiento pocket by-Di-Di David Davies >>> in arrivo in Italia (ameno paeze europppeo) 1 task force di kanadesi al lavoro x kambiare titoli kapolavori nei musei:
“La nascita di Venere” by Alessandro Filipepi detto Bot l’è “Salomè burlesque”
“I 3 filosofi” by Gioggio l’è “Susanna (dietro l’albero) e i minchioni”
Il “David (Davies)” di Mikelangelo - San David protettore dei nudisti
“Beata Gioconda” in 2 varianti certificate:
1 by Leonardinho della Fiorentina (al muzeo di Winnipeg )
2 Gioconda baffuta, by Duchamp (nota anke kome Frida Kahlo in Erasmus) - Gioconda baffuta sempre piaciuta.
Canadian Monna Lisa is t patron saint of t professors?
Here my theory in-Renaissance and de-Renaissance:
http://tranqui2.blogspot.it/2013/10/rinascimento-e-de-rinascimento.html
Wednesday, May 8, 2013
Carolyn Christov Bakargiev: the good the bad and the husband
Dear Tranqui2 reader, I would like to explain to you the reason of all my criticisms to C.C.B.
The point is that Bakargiev was active for years in one of the richest institutions of contemporary art in Italy, the Castello di Rivoli – in Turin – as chief curator and director. I can assure you that, regards to Bakargiev’s story as curator, Documenta 13 is not, at all, an innovative exhibition. All that theoretical confusion has been useful to give out opinions on any matter – of which she lacks synthesizing skill - and to give a lot of space to one of the artists who had already exhibited at the Rivoli: an artist of Arte Povera, a current not conceived by her, but mainly referable to Turin, the city of the Rivoli museum (Arte Povera is an artistic movement originated in Italy in the 1960s and the early 70s, but they call it "contemporary art").
The caos of Documenta 13 is useful to hide some oddities: we see the presence of Bakargiev’s husband – a performer and lecturer. And yet they say that, as an artist, he hasn’t been invited… What could be more conservative than this?
Bakargiev’s “style” bears all the features of many Italian critics of the last decades that have made this country a very difficult place for an independent creative artist: unrestrained narcissism and self-promotion that put the role of the artist in the background; absence of taste and aesthetic sense that have been replaced with exhausting intellectualism administered in such doses as to daze the observer; incapacity of starting from the artist's work to understand and interpret art: it's instead used as an illustration and a visual appendix by Mr. SO-AND-SO abstract, academic critic. Actually, Documenta 13 could well be a congress of criticism of art. But this is really art critic or bad literature hybridized with citations from other disciplines, conditioned by a constant demonstrative concern?
If a public art institution prejudicially omits the inclusion of new theoretical models, cannot truly be defined as "contemporary "; we can call it the personal gallery od the curator director, in this case midcult divulgation of pratices and styles already widely acquired.
But the cunning conjurer on the one hand puts on a show and confuses the spectator whilst on the other hand she puts into practice the same old tricks. During the CCB-years, the Rivoli was part of a chain called “Museo senza centro”, seemingly a project to promote “young art”, but actually a chain of museums aimed to give space, in the Italian art institutes, to a list of artists called “Italian Area” chosen by 4 critics: A.V. (1 journalist who works together with Bakargiev for the daily newspaper "IL SOLE 24 ORE" who has been severely criticized in Italy for her conflict of interests and her absurd articles, and 1 of the "Museo Senza Centro"), C.B., M.F., G.S. Some of the Italian artists invited to Documenta in fact belong to the Italian Area database list!
The "Museo Senza Centro" scandal:
http://tranqui2.blogspot.it/2013/07/rivoli-museum-carolyn-christov.html
Saturday, April 20, 2013
>>>from forums... in dialogo con Cristiana su Rem Koolhaas - Fondaco dei Tedeschi
E’ stata prevista per tale maxicontenitore, l’opzione di dedicare alcuni spazi alle attività (artigianali e non) che danno immagine e prospettive di sviluppo futuro diverse da un’offerta merceologica cittadina sempre più squalificata verso il basso? Equilibrare qualità, tradizione e innovazione si può (gli esempi ci sono) basta non credere agli snob del pexximismo cronico aggravato, i/le rappresentanti con valigetta dell’internazionale conformista…
E non mi si venga a dire ke le regole non lo consentono. Da sempre in secula seculorum kon qualke furbata si è sempre potuto far (quazi) todo. Anke senza dover innalzare in provincia altari a San Ni-Koolhaas, protettore dell’anima sua e solo sua.
https://www.artribune.com/tribnews/2013/03/essere-o-non-essere-rem-koolhaas-il-comune-di-venezia-da-lok-al-progetto-del-fondaco-dei-tedeschi-ma-i-maldipancia-dei-puristi-riemergono/
Wednesday, April 3, 2013
Jessica di Biase - Te credevo sincero
http://www.youtube.com/watch?v=WKWMswr_kCY
Wednesday, March 27, 2013
Tuesday, March 26, 2013
Tuesday, March 19, 2013
Giovanni Matteucci - l'estetica, la critica e l'ignoranza sulle tecniche artistiche
Come sottolineo nei miei interventi, si tratta di croniche lacune culturali imputabili a una parte della critica d'arte italiana. Può sembrare incredibile, lo so, che """"critici d'arte"""" (virgolette multiple d'obbligo) del tutto ignoranti delle tecniche artistiche (da loro ritenute generi artistici) arrivino a insegnare all'università e dirigere istituzioni pubbliche di prestigio, determinando quindi un'influenza su chi si occupa di ricerca filosofica come lo stesso Matteucci, eppure...
Se poi, dai pregiudizi e dalle grossolanità emerse nell'intervista (scultori e pittori dominatori dei materiali, una tecnica che diventerebbe un'altra, la pittura erroneamente intesa un "genere artistico"), si passa allo specifico del linguaggio pittorico, ci si trova dinnanzi a un'incompetenza totale.
Gli equivoci di Matteucci sulla pittura sono letterari, da feuilleton ottocentesco. Sembra di vedere il pittore "dominatore dei materiali": pennello svolazzante, tavolozza in mano, baffi arricciati, basco di velluto sghembo, mentre l'amante (fimmina o masculo) se ne sta comodamente e languidamente distesa/o sul canapè fumando un sigaretto oppiato. La caricatura dell’abile virtuoso? Idea dovuta a scorie letterarie prodotte dagli spettatori esterni dei processi creativi. I medium e la materia vengono interrogati e indagati dall’artista attraverso il suo fare intuitivo, più che utilizzati per ottenere un determinato fine.
Innumerevoli i saggi e riflessioni teoriche dove si leggono le consuete sovrapposizioni tra termini come tecnica, pratica artistica, medium, genere, processo, progetto ecc... Verrebbe da dire che l’insidiosa approssimazione nella terminologia classificatoria attuata (per i motivi più vari, ma poco nobili) dai critici attivi nel sistema dell’arte istituzionalizzato ha nel tempo contraffatto, spostato l’uso di alcune nozioni e categorie sconfinando con successive ricadute in altri ambiti disciplinari contigui. Gli effetti sono sorprendenti. Il di-di-est Matteucci-Dal Sasso lo dimostra".
Luciano G. Gerini, nella discussione del forum, aggiunge:
Persino nella foto a volte la scena, vista attraverso il mirino (oramai sul visore), spesso prende dimostra una sua forte “personalità” che contrasta all’idea di fotografia che avevo inizialmente in mente e se finisce per affascinarmi e convincermi: so che quello sara’ uno scatto giusto”
Se mi sono soffermato a contestare alcune asserzioni di Matteucci è perché discorsi analoghi sul “dominio assoluto” dell’artista sui materiali, o sul presunto “passaggio dalla pittura alla videoarte” e "dalla scultura all’installazione", circolano con inquietante frequenza.
È vero che alcune pratiche artistiche contemporanee e l’impiego di nuove tecnologie hanno accentuato o sviluppato meccanismi già attivi; ma per molte pratiche attuali si potrebbe sostenere l’esatto contrario: il “dominio assoluto” sui materiali è prerogativa di chi delega ad altri l’esecuzione dell’opera.
Matteucci, del resto, si muove (come noi) all’interno di un sistema dell’arte profondamente inquinato. Non stupisce allora che l’inesausta manipolazione falsificatrice di questioni fondamentali, operata in sede istituzionale, finisca per danneggiare non solo i creativi, ma anche chi svolge ricerca filosofica. Siamo entrambi vittime della decadenza della critica d’arte?
Quando si è dovuto fare i conti con una prospettiva storica lineare (opposta a quella ciclica suggerita dal postmodernismo) nella quale situare talune sperimentazioni del secondo Novecento, una parte della critica ha scelto una scorciatoia narrativa.
(post in progress - testo in via di stesura)
Thursday, March 14, 2013
Il saggio-groviera "L'arte contemporanea" di Angela Vettese (Il Mulino)
Già i primi capitoli esordiscono condensando in poche battute i consueti pregiudizi critici. Nel riportare cinque edizioni consecutive del Padiglione Spagna della Biennale, tra le metafore d'installazioni e progetti collettivi, ecco l'unica opera di cui non viene spiegato il significato: "Nel 2009 Barcelò ha esposto grandi quadri di stampo neoespressionista, molto apprezzati dal mercato e dalla critica più conservatrice". Quando c'è di mezzo la pittura Vettese sembra sospendere le sue capacità cognitive.
Che cosa rappresentavano, esattamente, i lavori di "stampo neoespressionista" di Barcelò? Ullellé ullallà faccelo capì faccelo spiegà!
Del resto, si può immaginare un atteggiamento più conservatore dello scegliere la Biennale di Venezia come esempio di "quanto gli approcci all'arte possano essere diversi"? Alla Biennale, da un artista ci si aspetta obbligatoriamente il "nuovo" istituzionalizzato, in spazi che sono "di stato" fin dal nome. È dunque riduttivo ed errato considerare l'opera come unica variabile su cui focalizzare l'attenzione definitoria della critica: oltre e prima di essa entrano in gioco il ruolo sociale dell'artista, lo spazio-luogo in cui l'opera va contestualizzata che può essere esterno al circuito dell'arte istituzionale e quindi corrispondere a una diversa funzione (l'underground e la galleria privata sono assai diversi da un padiglione della Biennale), il pubblico a cui si rivolge, la dialettica cultura ufficiale vs. controcultura, quei segmenti del mercato dove il pubblico ha una funzione attiva e non solo di passiva fruizione.
Si tratta sostanzialmente di ampliare la visuale oltre certi spazi deputati a una sperimentazione di rito, puramente stilistica, recinti tanto simili a zoo dove l'animale selvaggio chiamato "arte" viene esibito sapendo benissimo che lì ogni sua potenziale carica di radicale alterità è già disinnescata fin dall'inizio. Tra quelle sbarre ogni ruggito fa spettacolo, produce entertainment utile ai guardiani con le chiavi delle gabbie in tasca.
Le cinque edizioni del Padiglione Spagna prese in esame da Vettese, quindi, non spiegano affatto "quanto gli approcci all'arte possano essere diversi" poiché ne rappresentano uno soltanto, quello dell'arte nella sua condizione iper-istituzionalizzata all'interno della quale Vettese fa delle distinzioni sullo stile e la pratica artistica adottata, non certo di "approccio all'arte".
Non sono certo la pratica artistica o la tecnica utilizzata a determinare le variabili innovazione/conservazione.
Abbiano già una preview dello stile dell'autrice: l'utilizzare una terminologia critica spostata (qui approccio anziché pratica artistica) collocandola in un contesto di cui vengono omesse informazioni fondamentali.
Nei suoi schemi di pensiero oppositivo, Vettese forza il confronto tra pratiche artistiche che non condividono alcun presupposto comune, riducendone la complessità a opposizioni schematiche ed esasperando sempre le fratture piuttosto che le possibili convergenze.
Le tesi dell'autrice sono qui come altrove viziate da un assunto provocatorio-dissacrante deliberatamente manipolatorio. Con tante contraddizioni.
"L’opinione corrente tende a identificare l’arte contemporanea con l’astrazione, ma sarebbe un errore pensare che abbia abbandonato la figurazione. Al contrario, come abbiamo visto, quest’ultima ha continuato a rimare viva".
A p. 103 troviamo una tesi opposta: "Noi crediamo di capire l’arte antica perché presenta più figure dell’arte contemporanea. (…) Non basta il catechismo, che peraltro un cinese non conosce: occorre un po’ di teologia, note sul rapporto tra artisti e committenti, qualche nozione storica".
Eppure il medesimo errore di pressappochismo nel sovrapporre la figurazione e la storia sacra al contemporaneo riaffiora a p. 52: "L’effetto di spaesamento e di elevazione dell’anima che si voleva ottenere con le cupole del Cristo Pantocratore in mosaico, con il fondo dorato e luminescente, non è incompatibile con ciò che ha cercato di realizzare Don Flavin".
Parrebbe quasi una gag da osteria quella dell'arte che si capisce perché ha "più figure".
Alcuni generi artistici arrivano a parlare direttamente allo spettatore in quanto non necessitano sempre della mediazione della critica. La luce, il colore, il segno, la composizione, l'espressione somatica, il ductus pittorico, le matrici visuali scelte dal pittore rappresentano una grammatica certo diversa da quella verbale ma non per questo meno efficace. Esistono opere che prevedono e consentono più piani di lettura coerenti e conseguenti tra loro, altre meno; queste ultime richiedono stampelle, supporti e mediatori per essere fruite anche a un primissimo approccio.
Su Vezzoli, p. 55: "Francesco Vezzoli è riuscito a convincere molte celebrities di Hollywood a girare per lui, con la guida del regista Gore Vidal, una sorta di trailer di un film dedicato a Caligola. (…) Tutti questi filmati parlano con una libertà che nessun film da distribuire nei cinema potrebbe mai sopportare".
Occorre essere un cinefilo per conoscere Io, Caligola, film dalle difficili vicissitudini produttive, in parte girato da Brass, con la sceneggiatura del noto scrittore - non regista! - Gore Vidal?
Ebbene, si propone di interpretare opere che non conosce affatto! Una presunzione ben superiore a quella che viene comunemente attribuita al “pubblico” dell’arte, accusato dalla critica di basare i propri giudizi su “emozioni immediate”. In realtà, i cosiddetti “pregiudizi immediati” risiedono piuttosto in chi struttura il pensiero artistico secondo etichette, non nel pubblico.
A p. 23 compare Carolyn Christof Bakargiev "Forse non abbiamo più bisogno di parlare di 'arte contemporanea', e qualcuno come la curatrice di dOCUMENTA (13) CBB, potrà ritenere che si tratti di una categoria tipica del XX secolo"... ed infatti, com'è noto, Bakargiev ha scatenato un'ilarità planetaria con la sua attitudine di volersi sostituire ad artisti e opere mimando pose da televendite di padelle.
P. 103: "Qualcuno può obiettare che l’arte antica ci offre un’emozione più immediata. Cosa falsa nella maggior parte dei casi, tranne che per qualche dipinto che descrive stati d’animo molto basici: la maternità, l’amore coniugale, lo stupore per la bellezza di un viso. Alzi la mano chi non si è stufato visitando un museo di arte antica nelle sale in cui non c’erano capolavori già noti".
Leggendo paragrafi così esplicitamente segnati da una vocazione iconoclasta, diventa legittimo domandarsi se l’autrice abbia un autentico interesse per l’arte in quanto tale. Il discorso sembra piuttosto sorretto da un’avversione ideologica (e in parte irrazionale) verso tutti quei fenomeni visivi lontani dalla sua specializzazione. Alzi la mano chi non si è sorpreso dinanzi alla scoperta di capolavori di autori malnoti; evidentemente gli ignoranti si "stufano" quando nessuno gli ha insegnato come va letta un'opera.
Del resto, da decenni gli storici dell'arte ci spiegano l'importanza dei generi artistici definiti "minori" e dei centri produttivi "provinciali"; esiti simili di revisione critica si sono registrati in numerosi altri ambiti disciplinari, dalla critica letteraria a quella musicale e cinematografica. Riaffiora qui, mal mimetizzata, tra menzogne e facili provocazioni, un'annosa questione: l'assenza di metodo dei vari "curatori" del contemporaneo nell'affrontare tutti quei fenomeni artistici lontani dal loro ristretto ambito di competenze, con la conseguente assenza di una prospettiva storica adeguata...
Identificando l'arte antica con lo stile degli "antichi maestri" dell'arte europea, Vettese rivela i condizionamenti del suo background culturale e la scarsa frequentazione con produzioni visive lontane da quella occidentale; inoltre l'assenza di una prospettiva storica determina una prassi di anti-metodo inaccettabile che favorisce il prevalere della propensione al rovesciamento dell'intera storia dell'arte appiattendola sulle aspettative, pratiche e stili attuali, quasi ne fosse appendice precedente e non la necessaria premessa, essendosi l'arte contemporanea "sostituita" a essa. Ne consegue un effetto critico regressivo. E il "museo" d'arte contemporanea sembra qui una tabula rasa dove ridurre ogni prospettiva storica della cultura in cenere. L’uso sistematico di un approccio antistorico, finalizzato a colmare le lacune di impostazioni teoriche già fragili, rappresenta l’elemento che più incisivamente mina la sua autorevolezza e attendibilità.
L'inadeguatezza di taluni funzionari del contemporaneo per la corretta lettura e interpretazione formale del testo visivo (qualunque esso sia, indipendentemente dal medium) costringe la prassi della critica entro i limiti di una verbalizzazione sull'opera in forma di narrazione; questo spiega anche il grande credito che costoro attribuiscono alle "narrazioni" sulle tecniche che "diventano" altre tecniche, sul virtuosismo del pittore "sostituto" da nuove prassi artistiche ecc... non sanno distinguere cosa sia virtuosismo e cosa no.
"Stati d’animo molto basici: la maternità, l’amore coniugale, lo stupore per la bellezza di un viso": espressione somatica e psicologica e valori luministici + chiaroscurali (la luce, notoriamente elemento molto commentato da chi visita i musei) sono omessi. Sembra qui stia scrivendo di fotografie di rivista fashion. Per Vettese, teorica del mediocre-pensiero da funzionario del contemporaneo in carriera, tutta l'arte "diviene" contemporanea, persino un dipinto del Seicento "diviene" un'opera contemporanea, evidentemente una contemporaneità incompiuta. Proiettano sull'intera storia dell'arte gli stessi pregiudizi del presente.
"Alzi la mano chi non si è stufato visitando un museo di arte antica nelle sale in cui non c’erano capolavori già noti: eclatante anti-metodo. Davvero pensa che tutti siano insensibili come lei ai valori formali delle arti?
Siamo pericolosamente arrivati a p.98, con Mona Hatoum... una pessima scelta per spiegare il rapporto opera-biografia. Del suo lavoro non convince il divario tra ciò che ci viene suggerito dalla lettura formale di opere mentali, ludiche, calcolate, che contrastano con una dichiarata poetica di sofferenza ed esclusione da esule nomade. Il racconto critico sull'opera qui non ne aiuta la comprensione, piuttosto ne condiziona la lettura in direzione prettamente letteraria.
Il "mappamondo di biglie" firmato Hatoum è l'ennesima versione di un'idea stravista, riproposta stavolta con un retrogusto umoristico evidente: ve lo vedete il curatore distratto scivolare sulla biglia dell'isola di Lanzarote?
Oooops!
Per farci un'idea del lavoro dell'artista Carsten Holler, invece, dovremmo sapere che "ha una laurea in agronomia". Preferivamo non saperlo. Vada a esporre alla Coldiretti.
Dopo aver descritto un lavoro di Richard Serra (p. 99) arriva una delle sue solite panzane:
"Il virtuosismo che una volta veniva mostrato grazie ad un sapiente uso della matita, del pennello, dello scalpello o del bulino è stato per lo più sostituito dalla rapidità e dalla precisione esecutiva delle nuove tecnologie o da un lavoro a più mani".
Consueta attitudine del pensiero oppositivo di porre in contrasto tecniche e pratiche artistiche completamente differenti che nulla hanno in comune: la confusione tra tecniche antiche e moderne (fraintese qui per "generi" artistici) ha il solo, astuto scopo di trasferire sulle più recenti l'attribuzione di valore stroricamente acquisita nel tempo dalle prime. Insomma, la professoressa, come molti suoi colleghi, non l'ha capito: scrive di tecniche come se fossero generi artistici. La pittura non è un "genere artistico"! Una tecnica non "sostituisce" un'altra tecnica!
Sempre l'artista interagisce, interroga i materiali e i medium. Il virtuosismo non è conseguente al mezzo espressivo utilizzato. Nel passo in questione, Vettese confonde stile con virtuosismo.
E perché, tra la tecnica di 1 bulino e 1 pennello, non ci mette di mezzo anche la tecnica dello spazzolone da cesso?
Per spiegare i buchi neri del groviera stavolta chiameremo Hawking.
Può essere utile, per chiarire i limiti concettuali del discorso di Vettese, un esempio tratto da altri ambiti artistici. Nessun critico cinematografico, infatti, insiste continuamente sul presunto “scarto” tra recitazione teatrale e cinematografica come se una sostituisse l’altra, o enfatizza continuamente le differenze tra palcoscenico e set, azione scenica e montaggio analogico, al contrario di quanto possiamo riscontare nel ciarpame teorico by Vettese o by Anna Detheridge. Costoro traggono dalla credulità di tanto pubblico dell'arte poco informato una costante rendita di posizione. Certo l'essere i corifei di un sistema dell'arte gerarchico e iperconservatore che vede allineati sulla stessa posizione tutti i poteri (politico, economico, universitario, fondazioni pubbliche e private, informazione, musei, marchi della moda ecc) non impedisce anche ai più incapaci La Palisse della critica di fingersi pensatori radicali e anticonformisti. Per farlo utilizzano modalità argomentative assolutamente fasulle. Qui, come si vede, la smisurata pretesa di profondità di mezze calzette atteggiate a intransigenti ammazzasette d'ogni banalità produce involuti contorsionismi argomentativi.
Inoltre sono critici vicini poco e male al quotidiano degli artisti; ma il sapere libresco e accademico, senza osservazione diretta, genera un ampio margine di pregiudizi e fraintendimenti.
L'inquietante paragrafo "Quanto capiamo dell'arte antica?" (p. 102) contiene altri esempi di terminologia spostata:
"Qualcuno pensa che nell'antico ci fosse ancora un'ancora di salvezza nel giudicare cosa fosse arte, o almeno degno di attenzione, attraverso l'esibizione di perizia tecnica. Ma allora dovremmo dire che sono arte anche un carretto siciliano e un armadio d'antiquariato". Infatti, lo sono. Non a caso nell'antiquariato viene definita Arte povera una certa tipologia di manufatti lignei differenti però dall'Arte Povera di Kounellis e Anselmo: la fenomenologia offerta dalle arti va sempre contestualizzata. Tale passaggio non conduce affatto a "una concezione di arte così inclusiva da essere quasi inutile", al contrario, certifica la necessaria distanza di chi si approccia a un linguaggio radicalmente differente da quello verbale. Prima di ogni interpretazione, l'arte visiva deve essere tradotta.
Analogamente, l'arte antica non va vista quale mera appendice precedente dell'arte contemporanea poiché ne contiene le fondamentali premesse cognitive e antropologiche, senza le quali la contemporaneità e la modernità, dall'idea stessa di collezione, museo e di white box, non esisterebbero.
La perizia tecnica non deve essere confusa con lo stile dell'artista: torna qui l'errore di considerare pittura e scultura quali generi artistici, mentre sono di per sé mere tecniche che dalla perizia tecnica artigianale dell'imprimitura, stratificando in una compagine chiusa innumerevoli influenze, arrivano alla scrittura visiva del pittore e oltre. Pertanto, quella che Vettese con la consueta approssimazione definisce perizia tecnica (che invece è lo stile) va connessa storicamente con il riconoscimento sociale dell'artista "firma", cognomen + nomen, nome d'arte ecc... dispositivo (ridefinito nella forma attuale nel Rinascimento) senza il quale Duchamp non avrebbe potuto vergare la sigla R.Mutt sull'opera, né Manzoni segnare a colpi di pennarello le modelle, né quelli dell'Arte Povera strutturare una poetica in sottrazione fino allo stato di natura sommandovi tuttavia il marchio dell'artifex. Qualche critico letterario ha mai affermato che la qualità di uno scrittore si riconosce dalla correttezza sintattica?
Riassumendo, a un primo spostamento nell'uso della terminologia critica (perizia tecnica anziché stile) ne segue un secondo (la perizia tecnica collocata in una prospettiva antistorica), e un terzo (una pratica artistica erroneamente opposta a un'altra pratica artistica).
Le medesime assurdità che ritroviamo in "Capire l'arte contemporanea" edito Allemandi: "Parametri tradizionalmente accettati come la perizia esecutiva, l'armonia formale, la verosimiglianza, la bellezza sono stati resi desueti dalle avanguardie del primo Novecento".
A questo punto il lettore di Tranqui2 può domandarsi quale sia il motivo di una critica così serrata. Per venire al cuore della questione: un gran numero di personaggi simil-Vettese sta utilizzando la facile visibilità datagli dall'occupare altisonanti quanto retoriche cariche gerarchiche negli apparati burocratici delle istituzioni d'arte per arrecare danni anche in altri ambiti, facendone una sorta di barricata dalla quale tirare sputi a chi pone qualche intoppo alla loro espansione lobbistica.
Basti citare il caso Vettese / Arbasino dove senza tanti preamboli Vettese utilizza i consueti ragionamenti capziosi per liquidare con due battute l'eccezionale articolo firmato da uno scrittore troppo intelligente per i suoi parametri (e dimostrando di non capir nulla di un gigante della letteratura italiana) giacché poco inscrivibile nell'asfittica eterna categoria artistica di un didascalico less is more utile a tanti falsi critici per simulare rigore.
Nel saggio edito dal Mulino incontriamo a ogni pagina la ricerca dell'effetto intellettualistico a sorpresa, il voler risolvere ogni nodo teorico con una battuta, uno slogan stupefacente. La logica che lo governa non è analitica ma - ingenuamente - classificatoria, una ricerca estenuata ed estenuante di etichette, stereotipi.
Ancora, il continuo sovrapporre l'arte antica con quella degli antichi maestri dell'arte europea non deriva dal considerare quella produzione quale paradigmatica per l'intera storia dell'arte; semplicemente essa ha generato la nostra nozione attuale di museo nella quale la parte più retriva della critica ha incistato quella burocratica e gerarchica dell'ossimorico "museo contemporaneo".
Again Bakargiev a p. 77, quasi fosse la grande intellettuale del secolo e non una firma del "suo" Sole 24 Ore, come Scardi che fa capolino a p. 122.
Il volume a cura di Cristina Baldacci e Clarissa Ricci di cui si parla a p. 108 (provate a indovinare chi ha scritto l'introduzione di quest’assurdo saggio?) raccoglie interventi nati nell'ambito del dottorato in Teorie e Storia delle Arti dello IUAV Venezia, dove sappiamo che Vettese non è esattamente un'estranea, come non lo è alla collezione Panza di Biumo, stracitata, per la quale ha anche redatto un catalogo.
Chi compone il "comitato di progettazione" del centro ASK della Bocconi e degli studi lì condotti da Stefano Baia Curioni (vedi p. 94 e p. 120)?
Stefano Baia Curioni - ASK, Università Bocconi,
Patrizia Brusarosco - Viafarini Docva,
Anna Detheridge - Connecting Cultures
Pasquale Leccese - Startmilano,
Paolo Rosa - Studio Azzurro,
Gabi Scardi - Curatrice indipendente.
Detheridge e Gabi Scardi scrivono sul Sole 24 e la Brusarosco fa parte del solito circolo di Viafarini, dove la professoressa è di casa.
Ecco chi all'ASK coordina incontri:
Tavola rotonda
- Coordina
Angela Vettese
Altro aficionado dei soliti giri: Pier Luigi Sacco. Poteva mancare? Lo trovate a p. 70, ben posizionato tra figure note a fargli da cornice in foglia oro. Per tacere degli artisti taggati "Italian Area" incollati come figurine tra le pagine di questo libello, gioiello d’integralismo lobbistico come pochi altri.
L'ininfluente tramutato per incanto in autorevole provoca esiti esilaranti, vedi il "buon risultato" di visitatori della GAMeC-Bergamo (vedi l'amico Giacinto Di Pietrantonio, che fu re e reggente laggiù). Riuscire a citare il numero esatto dei visitatori GAMeC in questo contesto è cosa quasi da magia nera di Maga Magò.
Immaginatevi un critico letterario che nel redigere un saggio sulla letteratura contemporanea adotti i medesimi squallidi calcoli da bottegaio citando al completo scrittori e amici della propria casa editrice e omettendo gli altri! Con queste premesse, verrebbe da pensare che il libro contenga una sorta di press kit pubblicitario, sommato a un'ingenerosità intellettuale cronicizzata. Roba da far inkavolare anke le scimmie urlatrici del Tikal.
Interessante anche verificare come i circuiti istituzionali d'arte contemporanea italiani si coagulino però trasversalmente in gerarchie piramidali: vedi il sito dell'associazione dei musei d'arte contemporanea italiani.
Una piattaforma d’incontro tra istituzioni che sono e devono rimanere indipendenti non richiederebbe di per sé formule gerarchiche, eppure...
Prospettiva antistorica. Terminologia spostata. Pensiero oppositivo. Lobbismo sfrenato. Preoccupazione dimostrativa attraverso l'iperbole. Estetica dello squallore.
Questi gli ingredienti del minestrone teorico di Vettese. Un anti-metodo cronicizzato, una sete di palcoscenico e di accentare potere bulimica a discapito di ogni altra figura, artisti compresi, cui va sommata la classica attitudine di taluni intellettuali di verbalizzare ogni fenomeno in senso didascalico e di considerare quei fenomeni inadatti a tale schematismo cultura di serie B. Essendosi specializzati in un piccolo segmento dell'arte visiva contemporanea, con questo bagaglio pretenderebbero di dare giudizi su ogni cosa.
- attenzione - articolo in via di stesura...
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