Saturday, October 18, 2014

BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.5

Bozza Statuto Fondazione Bevilacqua la Masa - 1972. Ho trovato tra vecchie carte questo libretto. Il testo è qui riprodotto cercando di mantenere visibili i segni a penna, ad esempio a pag. 14-15.
Con la pubblicazione nel blog tranqui2, termina una sorta di cover-up d'informazione su questo documento. Anche nel volume (pur prezioso ed interessante) Felicita Bevilacqua La Masa. Una donna, un'istituzione, una città edito da Marsilio, troverete ben poco sulla storia dello statuto e sulle sue successive modificazioni, il "regolamento" presente in parte nel sito del Comune ecc...

BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.34-35


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.36-37


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.38


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.26-27


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.28-29


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.30-31


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.32-33

BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.22-23


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.24-25


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.20-21


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.12-13


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.14-15


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.16-17


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.18-19


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.8-9


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.10-11


BEVILACQUA LA MASA - Statuto pag.6-7


Saturday, October 11, 2014

Indagine sull'AMACI: perché Ca' Pesaro nell'AMACI?


Cari lettori,
dopo l'inchiesta sul database Italian Area (e l'inquietante sua estensione, il Museo Senza Centro), Tranqui2 prende in esame un'altra realtà del contemporaneo italiano della quale si parla poco: l'AMACI, associazione dei musei d'arte contemporanea italiani.
Tranqui2 se ne occupa anche perché da non molto Ca' Pesaro, la storica istituzione che persino nel sito del Comune viene definita "Galleria Internazionale d'Arte Moderna", è entrata a far parte di quel circuito (vedi il loro sito).

Non si capisce quali siano le ragioni di far rientrare un'istituzione che si occupa di arte moderna (ma sulla pagina dell'AMACI compare addirittura la dicitura "FONDAZIONE MUSEI CIVICI VENEZIA", l'intera MUVE!) a un circuito nazionale, quello dell'AMACI, completamente diverso per natura, mission, obiettivi. 

Infatti L'AMACI non è una semplice piattaforma di confronto o scambio informazioni, trattasi di vero e proprio organismo strutturato con tanto di presidente, vicepresidente, consiglieri, e caratterizzata in senso conservatore, come presidente troviamo Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz, una figura il cui curriculum come curatrice e critica lo trovate qui http://fondazionemerz.org/beatrice-merz/ 

Mostre temporanee di arte contemporanea oggi si fanno ovunque, incluso lo "Spazio Dom Pérignon", lo spazio del contemporaneo ospitato da Ca' Pesaro, senza per questo far rientrare le istituzioni che le contengono o addirittura la MUVE nella categoria a cui l'arte contemporanea appartiene.
La metodologia critica richiesta dall'arte contemporanea risulta assai diversa da quella specifica di uno storico dell'arte; ma in effetti l'azzeramento di una corretta prospettiva di metodo sembra il vero obiettivo teorico dei corifei del sistema dell'arte contemporanea all'italiana.
Su questo azzeramento già lo statuto dell'AMACI risulta esemplare: la loro specificità "arte contemporanea" diviene in esso per incanto "per promuovere l'arte moderna e contemporanea". Forse vogliono far conoscere Picasso, un perfetto sconosciuto.
Chiaramente è un trucco per riuscire a influire su istituzioni che con l'arte contemporanea han poco a che fare.

Resta assai fondato il sospetto (vedendo anche i nomi coinvolti) che si tratti dell'ennesimo tentativo d'impoverire il territorio del Veneziano dei suoi spazi culturali vitali, essenziali allo sviluppo, per innestarli all'influenza di gruppi e organismi istituzionali radicati in associazioni che operano sull'intero territorio nazionale, in una quadro di sottrazione di autonomia, quindi di controllo dall'alto fortemente centralista. Senza dubbio una dinamica utile a certe poltrone ma dalle nefaste conseguenze per lo sviluppo economico e culturale del territorio. Venezia e il suo appeal planetario utilizzati ancora una volta come merce di baratto come se non esprimesse un tessuto culturale e produttivo da tutelare, e avvilita da chi la sfrutta per interessi particolaristici.

Dopo aver posto un cappello all'autonomia delle singole istituzioni d'arte comunali con la creazione della MUVE Fondazione Musei Civici Venezia (in cui i comitati direttivi abbondano allegramente a spese nostre) si è scelto di agganciarla ancora a un'altra struttura gerarchica, questa volta operante su tutto il Paese.
Sommando tutte le piramidi di direttori, presidenti, consigli di amministrazione e consiglieri, comitati scientifici, comitati di direzione, apparati burocratici, ne risulta un parco poltrone tale da poter essere contenuto a fatica anche dal garage di Piazzale Roma. Per attuare qualche mostra d'arte sembra sia necessario un esercito di funzionari, mentre alle categorie produttive è riservata, come sempre, la consueta ingenerosità severissima e tignosa. Chi, in tale cancan di poltrone, tutela il punto di vista e il rispetto della categoria di chi l'arte la fa davvero e la produce, gli artisti? Squallido festival del mandarinato.

Proprio la vicenda Ca' Pesaro - MUVE - AMACI dimostra bene quanto l'AMACI, prima che un'associazione delle istituzioni d'arte contemporanea, sia un gruppo d'influenza (per essere benevoli) che utilizza l'arte contemporanea come passe-partout per inserirsi e avere un peso nelle realtà istituzionali più diverse.

Mentre il circuito del contemporaneo italiano si è nel tempo cristallizzato in formule pubbliche e private gerarchiche, verticistiche, piramidali, e in organismi egualmente strutturati, non ne è seguita un'analisi sulle implicazioni teoriche che tale configurazione comporta, sull'idea di arte contenuta nei loro statuti. 
L'informazione sull'arte è tanta ma poca o nulla la controinformazione e le riviste, invece di osservare e decodificare la fenomenologia che il presente ci offre, sono tutte schierate in difesa della nomenclatura, o concentrate esclusivamente sulla lettura dell'opera, incapaci di proporla contestualizzandola in un quadro più ampio.
Per ricorrere a una metafora calcistica: tutti tifano per una squadra, nessuno si preoccupa delle regole del gioco.

Sunday, July 27, 2014

Carolyn Christov-Bakargiev's delirium-curator-delirium in Mousse Magazine


The face of Professor-r Ermenegildo Zegna after reading "Worldly Worlding" by C.C.Bakargiev

 "Worldly worlding: the imaginal fields of science/art and making patterns together" by CCB appears to be the result of a delirium-curator-delirium. 
Carolyn, why do you feel an urge to write so much pretentious baloneys in Mousse-Magazine? We kindly ask you to prepare an article with minimum 3 pages where you don't b******* us.
To arrange a bunch of fancy words together doesn't make you an intellectual. This delirium of woozy language doesn't make you an art critic:

"TO ME, THIS DOES NOT MAKE MUCH SENSE ANYMORE, CERTAINLY NOT IN TERMS OF A WORLDLY (DONNA HARAWAY) ALLIANCE (SUSAN BUCK-MORSS) OF COSMOPOLITICAL (ISABELLE STENGERS) INTRA-ACTING (KAREN BARAD) AND COBBLED-TOGETHER (HARAWAY) HUMAN AND NON-HUMAN AGENTS (BRUNO LATOUR)"
 

Thursday, April 24, 2014

Lives of the most excellent designers >>> Vasari


>>> Lives of the most excellent designers >>> by Vasari

Thursday, April 10, 2014

Limiti & errori de "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" di Walter Benjamin

Attenzione: post in progress, testo in via di stesura.

>>>I lettori che seguono il blog possono facilmente intuire quali siano le mie obiezioni alle tesi di Benjamin esposte nel suo celebre saggio. Egli inciampa in errori assai comuni in quei teorici privi di una conoscenza diretta delle tecniche artistiche.

>>>Mi limito a poche osservazioni. L'opera è sempre stata riproducibile e riprodotta tecnicamente anche su larghissima scala. Le prove più persuasive di tale evidenza le troviamo già nell'arte antica, dalla ritrattistica statuaria fino alle repliche romane di modelli ellenistici. Non va dimenticato che pittura e scultura vanno di per sé intese quali tecniche, non generi artistici; il percorso che dalla tecnica conduce al genere (e oltre) è un tracciato lungo, articolato. Quindi la "copia" di una scultura ne rappresenta la "riproduzione tecnica" più che una "copia artistica". 
La copia artistica differisce dal modello originale, ne crea un d'apres interpretativo.

D'altro canto, la riproducibilità tecnica precede quella meccanica e tecnologica; il dato manuale - o di relazione tra corpo e strumenti/medium - che corrisponde all'intenzionalità di chi sceglie un soggetto da dipingere, fotografare o riprodurre permane (frazionata in impercettibili, minimi passaggi) financo nelle tecnologie contemporanee più sofisticate, nel clic di un computer o di una macchina fotografica.

>>>Analoghe considerazioni si prospettano allorché prendiamo in esame il concetto di aura. 
Errato addebitarla alla fruizione devozionale/cultuale che essa avrebbe avuto in origine - l'opera d'arte sacra rimane tra le più riprodotte su larga scala. L'opera sacra infatti, tranne quei casi riconducibili a eventi ritenuti miracolosi o alla devozione popolare, presenta aura (come nelle icone) in quanto fedele e metodica "riproduzione" di una matrice, oppure essendo fruita e utilizzata quale inerte supporto materiale di una dimensione trascendente. 

Viene così a delinearsi una conclusione opposta a quella di Benjamin: l'aura laica stigma di originalità ideativa trova, attraverso numerosi passaggi, una sua definitiva precisazione nel Rinascimento parallelamente all'emergere del ruolo sociale dell'artista divo pop, artifex "firma", mente ideativa, depositario della paternità creativa del proprio "stile", quello leonardesco, michelangiolesco, giorgionesco, ecc.... 
Il riconoscimento sociale dell'invenzione in quanto evento laico/numinoso della scoperta accompagna la consapevolezza che la corretta lettura formale di tale "evento ideativo" non verbale può avvenire in presenza del suo supporto materiale originario, fattore non eludibile come elemento integrante di un processo percettivo prima, interpretativo e conoscitivo poi, correlato appunto a una fruizione di linguaggi non verbali. 

L'aura deriva dalla corretta lettura dell'opera nelle sue evidenze formali all'interno del sistema binario dettaglio + insieme. Quando il sistema binario interno viene interrotto (come in talune pratiche installative, in cui osserviamo un insieme senza dettaglio, o nella copie tecniche, che restituiscono una trama di dettagli senza insieme) il linguaggio verbale torna a essere egemonico rispetto a quello visivo, supplendo la funzione dettaglio o quella insieme. Nell'installazione, il testo critico. Nell'altro caso, la sua definizione "copia".

>>>mentre codifica l’idea di aura, Benjamin riposiziona l’opera isolandola entro la sfera di alcune funzioni cultuali, ideologiche, propagandistiche, restituendone una lettura dogmaticamente inscritta in formule narrative, ma sottraendola in questo modo alla disciplina che gli è pertinente, la critica d’arte.
Una linea di riduzione dell’arte visiva ai dispositivi del linguaggio verbale oggi assai comune nell’ambito del “contemporaneo”...

>>> quindi: 
sistema binario insieme + dettaglio
insieme senza dettaglio
dettaglio senza insieme


"L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità meccanica/tecnologica" ("The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction (or Reproducibility)" suggeriscono le traduzioni) potrebbe essere una correzione utile al titolo che tuttavia anche in questa formula presenta delle (...)

Thursday, April 3, 2014

Lost Treasures Of Italo Disco – Vol.2!!!!!!!!!!!


Lost Treasures Of Italo Disco – Vol.2!!!!!!!!!!!

Flemming Dalum - Filippo Bachini - Mothball Record


https://www.youtube.com/watch?v=QYa_0AvuN2I

Friday, February 14, 2014

Pietro Longhi: la pittura nella pittura






>>>un tema sottovalutato per comprendere l'opera di Pietro Longhi risiede nella miniaturizzazione della realtà percettiva.
Nelle tele dell'artista il lume dello spazio pittorico si accende intorno alla mimica delle figure centrali addensandosi laddove i contrasti chiaroscurali, ordinati per strutture semplificate, minimali, spesso geometrizzate, vengono utilizzati per accentuare la suddivisione in piani.
Le sue scene di vita comune prevedono, incastonati sulla tappezzeria di un interno o immersi nella penombra dello sfondo, densi tasselli che raffigurano cartigli, cartelli, fedeli riproduzioni di opere pittoriche a lui contemporanee o talora stampe di ritratti di famiglia come nel quadro Le sorelle Sagredo.  A confermare una parentela stilistica con Chardin è il gesto pittorico - il ductus - in cui la densità della materia coincide con il dettaglio formale assumendo così un valore più espressivo che descrittivo: questa senz'altro la ragione di una produzione che, benché annoveri alcuni grandi formati, predilige le ridotte dimensioni. Il gesto pittorico scrive e struttura più che descrivere...
(post in via di stesura...)

Wednesday, November 27, 2013

>>>Capitello Corinzio e/o Capitello "Senza Titolo" >>>Corinthian Capital e/o "Untitled" Capital

Nel post precedente ho cercato di evidenziare la similarità formali tra il capitello corinzio (il mito della sua ideazione da parte dello scultore Callimaco) e l'opera "Senza Titolo (scultura che mangia)" di Giovanni Anselmo.
http://tranqui2.blogspot.it/2013/11/corinthian-order-corinthian-contemporary.html

>>> stampa ottocentesca sulle origini del capitello corinzio
Qui ho rielaborato l'immagine ottocentesca sulla formazione del capitello corinzio, avvicinandola all'opera di Anselmo

Natura + Architettura = Capitello Corinzio
Natura + Arte = "Senza titolo (scultura che mangia)" di Anselmo

"Le origini del capitello corinzio"

"Origini del capitello corinzio", particolare

"Untitled order (capital eating acanthus" by DSK

Corinthian order + Corinthian Contemporary

The Corinthian is stated to be the most ornate of the orders, characterized by slender fluted columns and elaborate capitals decorated with acanthus leaves and scrolls.

Acanthus


"The Origin of the Corinthian Order", engraving

"The Origin of the Corinthian Order", engraving

Giovanni Anselmo - Untitled (sculpture eating lettuce)
>>>here 1 acanthus -oooops!- 1 lettuce is crushed between 2 blocks of granite
>>> Contemporary Corinthian Order


UNTITLED Corinthian Order?  >>> Untitled Order
Untitled Order (capital eating acanthus)


>>>Corinthian + Untitled

Thursday, October 31, 2013

prince + dog + throne >>> curator + dog + throne

Iconology of throning 2:

Prince + dog + throne (Velasquez)

Carolyn Christov-Bakargiev + dog (Darcy) + throne

Carolyn Christov-Bakargiev + dog (Darcy) + throne + Castle of Rivoli + hierarchy (chief curator) =
smiling Cur-actor


Monday, October 21, 2013

>>>In-Rinascimento & de-Rinascimento (il Rinascimento non è mai finito)


Ho intenzione di scrivere nel blog sulla mia teoria "In-Rinascimento & de-Rinascimento".
Per una introduzione potete leggere le riflessioni in dialogo con Enrico Terrone (ma ringrazio anche Saint Loup e Luciano G. Gerini per aver interagito con me nella discussione) in un thread online: il In-Rinascimento inteso come condizione dell'arte in cui una variabile fondamentale è il definitivo riconoscimento sociale del ruolo dell'artista quale "artifex-firma". In tale prospettiva la diffusione globale dell'arte contemporanea nel suo modello occidentale andrebbe riletta come l'espandersi, a secoli di distanza, del Rinascimento su scala planetaria. Lo stesso ready-made nelle sue infinite variazioni potrebbe essere considerato il portato delle funzioni "artifex-firma" attivate nel Rinascimento. Il Rinascimento si è sviluppato su più linee e filoni, radicalizzandosi. Segnatamente, assistiamo a cicliche spinte di de-Rinascimento, e proprio in quei microclimi culturali locali dove il sistema dell'arte opera per separare il ruolo sociale dell'artista dal territorio.

 http://www.artribune.com/2013/04/dialoghi-di-estetica-parola-a-david-davies/

>>> Quando leggi cose del tipo “laddove per apprezzare un dipinto del Rinascimento possono essere sufficienti conoscenze generiche sulle pratiche artistiche e sulla cultura religiosa dell’epoca” ti domandi se il Canada è un posto dove i saggi di storia dell’arte sul Rinascimento sono vietati per legge (Baxandall included)…

>>> enrico io resto nella konvinzione ke se in Canada ti bekkano ke stai leggendo 1 saggio di arte del Rinascimento ti tolgono 5 punti dalla patente.
DD: “L’arte del Rinascimento è tale per il modo peculiare in cui realizza le funzioni religiose che la governano”.

La “funzione” a cui fa riferimento Davies qui rimane valida solamente per quella tipologia di produzione da lui definita “religiosa”, altrimenti dovremmo cambiare i titoli dei capolavori di quel capitolo dell’arte per il quale si parla non a caso di compresenza umanista – artista – committente.

>>>Ma kuesto # dei dialoghidiestetika merita ben altro approfondimento…
Se trovo un po’ di tempo…

>> 2 note
>> fermo restando la semplificazione Rinascimento (e David Davies compie un doppio inciampo quando sovrappone, all’interno della produzione artistica qui etichettata “religiosa”, le ragioni di culto, illustrazione storia sacra, alla riflessione teologica, e a quei contesti in cui si intromette, tra committente e artista, l’influenza dell’umanista) il punto che più mi sollecita un intervento è quello in cui la “specificità artistica non va cercata nella funzione svolta, ma nel modo in cui questa funzione è realizzata”.
La connessione “modo-funzione” va correlata alle fasi iniziali del processo creativo. Ma il fattore “modo” (che nella tecnica pittorica corrisponde al ductus, all’attività gestuale, al medium utilizzato ecc…) precede la “funzione” nella dinamica del processo creativo? Quindi l’evidenza dei dati formali, ancor prima di ogni possibile verbalizzazione dell’opera (titolo, dichiarazioni di poetica, manifesti) e sull’opera intesa come macchina interpretativa e testo visivo nel suo statuto rappresentazionale, convocano nel fruitore 1 sintonizzazione a schemi percettivi relativi ai recessi e le ragioni più intime della creazione?
Nella mia ricerca creativa ho tentato di affrontare tali questioni estendendo quanto più possibile le “funzioni”, inoltre ponendo il dipinto al centro di una rete di coordinate informative…
>>l’enigma Mona Hatoum. La lettura formale di opere talvolta fredde, celebrali, calcolate, contrasta con la contestualizzazione che ci viene suggerita, o meglio “spiegata”, in questo caso una dichiarata poetica di sofferenza ed esclusione. La contestualizzazione ne aiuta la comprensione, o piuttosto ne condiziona la lettura in direzione prettamente affabulatoria, letteraria?
 Talvolta, guardando il suo lavoro, resto affascinato, talaltra mi lascia perplesso. Di certo il “mappamondo di biglie” firmato Hatoum è l’ennesima versione di un’idea riproposta con un retrogusto ironico evidente.
In alcune opere osserviamo una trama formale assai esile alla quale viene agganciata intenzionalmente, e sottolineo intenzionalmente, una squilibrata egemonia del linguaggio verbale su quello visivo.
>>in positivo mi ha colpito il rilievo attribuito da DD alla sequenza funzione/modo + (after) contestualizzazione sulla quale (ripeto) faccio ricerca pittorica da parecchio tempo. Ma le soluzioni solitamente avallate dai critici in risposta a tale cruciale nodo le vediamo ben sintetizzate nelle mostre di artisti che lavorano (entro limitate “funzioni”) in sottrazione sull’opera per enfatizzarne la contestualizzazione… Ho tentato 1 direzione opposta
>> senza dubbio insistere su quel passaggio avrebbe impedito a Davies d'esporre la sua teoria che tuttavia ambisce a essere teoria generale sull’arte, quindi a rischio pensiero unico. Il Rinascimento pocket formato tascabile santino al quale riservare una contestualizzazione meno focalizzata opera per opera (Federico Zeri quindi dimentichiamocelo) presenta una sua rilevanza anche in ambito divulgativo, in quanto proprio quel capitolo dell’arte ha precisato definitivamente nuove fondamentali “funzioni” ancor oggi attive.
 #2 M.M. su Rinascimento canadese poket by D.D.
>>> cmq Enrico vorrei aggiungere 1 osservazione ulteriore sulla tue ipotesi-D-D. Piuttosto che “eccesso” di contestualizzazione, lo definirei metodo palesemente lacunoso. La contestualizzazione dell’opera va ben distinta dalla cattiva letteratura sull’opera. Se essa si sovrappone completamente alle evidenze delle proprietà percepibili formali, rischia di non riuscire a mettere a fuoco l’obiettivo. Nei suoi scritti Federico Zeri (Pierre Rosenberg accenna al “metodo Zeri” in una sua intervista) non a caso prende in esame la produzione di centri considerati minori, Umbria, Orvieto ecc… i quali impongono allo storico dell’arte e al conoscitore attenzione + contestualizzazione ulteriori sull’opera. Il luogo e la rete di rapporti in cui l’artista pone in atto la creazione ne costituiscono parte integrante, vanno visti come una sorta di scacchiera relazionale da associare a essa.
L’opposto (passando al contemporaneo) dell’anti-metodo di Francesca Pasini quando incautamente afferma “Non penso che ci sia un’arte ligure e neppure un’arte in Liguria: l’arte è internazionale, i regionalismi sono ormai insensati. Chi ha successo è chi ha un riconoscimento internazionale, soprattutto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, in Svizzera, alle Biennali, alle Documenta”.
>>>L’occhio dell’estetica al minimo sindacale gioca strani scherzi.
Il Rinascimento e l’artista-intellettuale (teorizzato dall’Alberti ecc…), l’artista divo-pop (che si rapporta alla pari con papi e monarchi), l’opera concettualizzata dall’umanista (congiuntamente all’artista-umanista), hanno contribuito a fondare le premesse cognitive che ci consentono di considerare opere contemporanee apparentemente immateriali come fenomeni artistici oggetto di attenzione.
Non si tratta di una corrente pittorica minore dell’ottocento. Stai pensando a quel dipinto del Rinascimento come se fosse di oggi.
Quindi – paradosso: quando osservi quell’opera contemporanea apparentemente inesistente e ci ragioni sopra non solo è l’opera a confermarsi in certo modo “rinascimentale”, lo sei un po’ anche tu.

>>>Alcune opere consentono più livelli di lettura coerenti e conseguenti tra loro, altre meno.
Evitiamo di cadere vittime delle etichette e saperi didascalici alla Angela Vettese. Laddove le opere sviluppano occasioni di verbalizzazione sull’opera stessa, lavorano in sottrazione, sono esposte in scatole bianche “musei d’arte contemporanea” a farne da cornice per certificarne le qualità intellettuali è giusto che di tali dispositivi se ne facciano carico – rovesciare queste strategie legittime (nel sistema dell’arte) ma soggettive accreditandone retrospettivamente una validità di esempi paradigmatici per l’intera storia dell’arte resta indice di metodo lacunoso.

Wednesday, October 16, 2013

"Italian Area" - "Museo Senza Centro": lista artisti 6/7/2009

A proposito del sito "Italian Area", voilà la lista di artisti del database negli anni della famigerata operazione (come altro chiamarla?) "Museo Senza Centro" in data 6/7/2009: confrontatela con la programmazione delle istituzioni coinvolte...

Le istituzioni d'arte coinvolte nello scandalo del "Museo Senza Centro":
Castello di Rivoli, Castel Sant'Elmo, Centro Luigi Pecci Prato, Gam Torino, Galleria civica Arte Contemporanea Trento, Galleria Civica Modena, Gnam Roma, Macro Roma, Mart Trento Rovereto, MAXXI Roma, Museion Bolzano, Pac Milano, Spazio Sottozero Palazzo delle Esposizioni Roma, Palazzo delle Papesse Siena, Fondazione Bevilacqua la Masa Venezia, Fondazione Adriano Olivetti Roma, Fondazione Antonio Ratti Como, Fondazione Querini Stampalia Venezia, Fondazione Re Sandretto Rebaudengo Torino, Fondazione Teseco Prato, Trevi Flash Art Museum, Futuro Roma, Careof Milano, Via Farini Milano.








La homepage di "Italian Area" dove ho segnalato il link inesistente delle "important Italian organisations".
Siamo ancora nel periodo in cui C. C. B. era al Museo di Arte Contemporanea di Torino, Castello di Rivoli...