Wednesday, April 24, 2019
Museo Madre - area parcheggio area pandeggio
Sunday, April 21, 2019
>>>aggiornamenti del KOSSINO (in-Rinascimento + de-Rinascimento ecc...)
https://tranqui2.blogspot.com/2014/11/il-kossino-nuovo-dizionario-di-arte.html
Friday, June 22, 2018
Sunday, February 18, 2018
"HOME"
>>>undoubtedly the computer has changed design practice and has become increasingly important but it is interesting to observe an inverse process, the influence of the metaphorical use of architecture in the language of the web. The “HOME” icon presents a metaphorical variation of the notion of a building just as some postmodern architecture.
http://archinect.com/kosscarpakos/project/home
Tuesday, January 9, 2018
>>>furto a Palazzo Ducale
i ga ciavà
i gioiei
del Maragià
Thursday, December 21, 2017
LUCA VISMARA ANCH'IO (con o senza Rudy Zerbi?)
Sarà interessante, in ogni caso, verificare se Luca riuscirà a trasformare il suo mondo musicale verso quel qualcosa d'altro che il contesto gli richiede, e come.
Ma c'è chi usa il suo ruolo per giocare al gatto col topo con gli artisti come accaduto anche al sottoscritto con quella "critica d'arte" Angela Vettese che non perde occasione di disprezzare gli artisti italiani a cui deve tutto e di attaccarmi (perfino nel forum di una istituzione pubblica) perché ho espresso pubblicamente e liberamente delle opinioni.
Alè! Ogni tanto qualcuno sa rispondere a tono e questo non può fare che piacere... chapeau!
Monday, December 11, 2017
>>> Alessandro Michele >>>Michele Danieli >>>DSK: caso GUCCI - PITTI
DSK ha detto:
ma si figuri se io ho qualcosa contro Alessandro Michele o contro Gucci.
Se legge bene vedrà che mi fanno un po’ impressione, ma niente di più.
Certo, “capire il pensiero dietro il lavoro di Alessandro Michele” è fuori dalla mia portata, questo lo ammetto.
E ammetto anche più di una deriva D&G nelle cornici Pitti, giustissima osservazione.
Cercherò allora di essere più chiaro: mi sembra incredibile che il direttore di uno dei più importanti Musei del mondo sia ansioso di trasformare gli Uffizi in un “marchio”, in modo da poterlo svendere a una sedicente upper class che dimostra il massimo disinteresse per gli oggetti ivi contenuti (che sono poi il motivo per il quale il Museo esiste).
Questo è il punto.
Poi ci sarebbe la questione delle nomine dei direttori, dei veri motivi eccetera.
Ma questo sarebbe davvero un discorso di poca jeunesse.
MD
Sunday, December 10, 2017
>>>Angela Vettese e l'artista esibizionista: il gusto di chi disprezza gli artisti italiani (su Arte Fiera Bologna)
>>> Forse condizionata dall'estetica dell'inautentico di cui è una delle italiche promotrici, Vettese rilascia un'ultima intervista (nel suo ruolo di direttrice ARTEFIERA) colpendo verso il basso contro il segmento più debole, gli artisti italiani.
Ogni esternazione di Lady V. va tradotta tenendo conto del suo vocabolario mentale: quando parla di "artisti italiani", lei sta pensando al circolo dei creativi suoi protegé e, infatti, cita la B. che figura nella lista Italian Area.
In quanto al genericissimo "noi siamo classici" mai "convinti fino in fondo" (sempre riferito agli artisti italiani), anche questo punto richiede un chiarimento, soprattutto per chi non conosca i pregiudizi e i dogmatismi del suo percorso. Per i parametri di gusto di Vettese che interpretano il senso del tragico con un sensazionalismo assolutamente gratuito come in quel performer da lei magnificato (ma amatissimo anche da Chiara B.) che per realizzare metafore artistiche rilascia escrementi in pubblico, si fa fotografare accoppiato con i cani e si chiude in gabbia naked, qualsiasi operazione intellettuale non condizionata da una preoccupazione dimostrativa attraverso l'iperbole (in addizione o in sottrazione), qualsiasi opera che presenti un certo grado di raffinatezza intellettuale suggerita e non urlata non viene nemmeno presa in considerazione oppure bollata come "classica" in quanto mancante di eccessi pretestuosi e giullareschi (anche quando vorrebbe proporsi stilisticamente rigorosa). Loro, tale preoccupazione didascalico-dimostrativa, la chiamano thinking art.
Quando V. nel contesto dell'intervista cita la B******* vuole trasferire nell'interlocutore l'implicito messaggio che sia accettabile far collimare la sua scuderia di artisti con l'arte italiana tout court; quando dice "classici" riferendosi alla produzione attuale, intende in realtà spostare la nostra nozione del termine, farci credere cioè che "essere convinti fino in fondo" sia adeguarsi al suo bad taste.
Dall'intervista di Roberta Scorranese:
È innegabile però che il discorso sull' arte abbia finito per prendere (o quasi) il sopravvento sulle opere e sugli artisti. Forse sono gli stessi creativi che convincono poco, con poetiche deboli?
«Credo che gli artisti italiani oggi non abbiano ben capito di vivere un momento tragico. In fondo, la famiglia, anche se ammaccata, regge bene come stato sociale; la maggior parte dei giovani, pur se tra mille difficoltà, ha una casa di famiglia e può ancora contare sul sostegno dei genitori. Questo li porta a usare un linguaggio rassicurante, o nel tema o nella forma. Anche quando ci sono esperienze più dirompenti (penso per esempio a Rossella Biscotti che ha realizzato bei lavori come quello sul caso Moro), trovo sempre una componente criptica, come se non si fosse convinti fino in fondo. Diceva un vecchio adagio cinese: Dannato è chi vive un tempo interessante . E questo è un tempo molto interessante. Ma noi siamo classici. Io non amo l' arte dionisiaca, però giro il mondo e vedo esperienze molto più entusiasmanti laddove i problemi enormi (che sono ovunque, lo ripeto, anche da noi) sono percepiti come tali».
Le questioni della terminologia spostata e il metodo antistorico utilizzati da V per descrivere i fenomeni artistici sono messi a fuoco con più precisione nel post recensione del saggio "L'arte contemporanea"edito da Il Mulino.
http://tranqui2.blogspot.it/2013/03/il-saggio-groviera-larte-contemporanea.html
Sunday, November 5, 2017
Sunday, July 30, 2017
La virgola di Wilde
“Ho trascorso tutta la mattina a correggere le bozze di una mia poesia, e ho tolto una virgola. Nel pomeriggio, l'ho rimessa” O. Wilde
La virgola che Wilde ha tolto tra "nascere rinascere",
poi l'ha rimessa tra "nascere, rinascere".
La virgola tra "scrittore, pittore"
La virgola tra "Jeanne, Modigliani"
tra "Vriesendorp, Koolhaas"
tra "Verlaine, Rimbaud"
tra "Savinio, De Chirico"
tra "Kahlo, Rivera".
La virgola tra "arcano, enigma"
tra "certo, dubbio"
tra "io, tutti".
La virgola tra "foglia, oro"
tra "aggettivo, sostantivo"
tra "soggetto, oggetto", tra "oggetto, soggetto"
tra "mm, km".
La virgola tra "Eva, Adamo"
Quella che c'è tra "amici, amanti"
tra "nemici, amanti".
Quella che c'è tra "fuori, dentro"
tra "prima, dopo"
tra "inspirare, espirare".
La virgola tra "fratelli, van Gogh".
La virgola tra "fotografo, artista".
La virgola tra "Alfa, Omega".
La virgola tra "post, modernism".
La virgola tra "grande, architetto".
Quella che c'è tra "male, maluccio"
tra "benedetti, maledetti".
Quella che c'è tra "quindi, dunque".
Quella che c'è tra "così, è".
Quella che c'è tra "Wilde, C.3.3."
La virgola tra "Sebastian Melmoth, C.3.3."
Wednesday, May 3, 2017
Sunday, April 30, 2017
Beatrice Merz è è è è è è è è... figlia-di-mario-e-marisa-merz - lo strange CV
Monday, August 8, 2016
Should Bauhaus be considered an Order of Architecture?
Should Bauhaus (and modern architecture) be considered an architectural order?
http://archinect.com/forum/thread/36407294/should-bauhaus-be-considered-an-order-of-architecture
from the forum :
>>>Frank your remarks are interesting and supported by what we can read in architecture's history books, but... the present is not a history book...
>>>i would overturn the question: what if the present would rather suggest us to review and widen our notion of "architectural order"? The line - Bauhaus - Mies van der Rohe - less is more - etc... has, in the course of time, codified 1 (anti-order) style that, in the end, became an architectural order itself, and the proofs are its duration, permanence, constancy.
Thursday, August 4, 2016
La cattiva letteratura di Riccardo Caldura.
Caldura firma interventi che non possono essere ricondotti alla critica d'arte, e sarebbe opportuno non confonderli con essa. Si tratta piuttosto di testi ibridi che utilizzano l'arte visiva come pretesto, reperto inerte sul quale, più che applicare, direi proiettare astratti esercizi retorici (come nel pezzo sul ruolo del “direttore artistico-Biennale”) sovraccarichi di nomi altisonanti, schemi gerarchici, scenari globali, e condizionati di orientamenti ideologici.
Esercizi accademici in cui l'unica risposta possibile a ogni ipotesi sembra sia un professorale scetticismo dubitativo e dove risulta assai difficile rintracciare un atto interpretativo compiuto, riferimenti che possano introdurre alla comprensione del linguaggio visivo e di una poetica d'artista: le opere d'arte esposte in Biennale sono assenti nell'articolo, resta un mistero perché ne facciano da corredo illustrativo, quando il discorso potrebbe svolgersi anche in loro assenza.
In quanto scrittura ibrida, non è ascrivibile ad alcuna disciplina riconoscibile, se non quella bolla di cattiva letteratura che tenta di riportare la fenomenologia delle arti visive (e la radicale alterità di pensiero che rappresentano) entro i dispositivi propri del linguaggio verbale, eludendo il metodo critico, inoltre gravandola di un'enfasi tale da evocare tragicomici bollettini meteorologici:
"Alla Biennale di Enwezor può davvero essere affidato il compito di cogliere non solo l’orizzonte presente, ma anche le lontananze, il diradarsi delle foschie”.
Telefoneremo al Colonnello Bernacca.
Le conseguenze? Gli esiti di tale approccio emergono chiaramente nella recensione dedicata alla mostra di Danh Vo a Punta della Dogana. Dopo averci informato sulle sue personali (non di un artista) congetture osservando mozziconi di sigaretta incastrati tra i masegni veneziani, l'autore confessa di non aver “compreso” la mostra, a suo dire a causa dell'assenza di chiare didascalie esplicative accanto ai titoli di opere insufficientemente verbalizzate per le sue aspettative. Davvero, se le opere lo lasciano indifferente, non c'erano cicche su cui filosofeggiare alla Biennale di Enwezor?
"Me ne sono venuto via dalla mostra di Danh Vo guardando la griglia ordinata dei masegni, le pietre che pavimentano Venezia. Ogni tanto nell’intersezione fra pietra e pietra un resto di sigaretta, un paio di petali caduti del giardino accanto alla strada, una vaga impronta di gomma masticata. Anche la luce giocava un suo ruolo, dato il cielo di nuvole che andavano e venivano”.
Perfetto incipit per un brutto romanzo. Meno come introduzione a una riflessione sull'arte.
Il suo "antimetodo" si fonda su una costante preoccupazione dimostrativa: l’arte, secondo Caldura, deve costituire la didascalica appendice visiva di un’etichetta già data, certa, dogmaticamente predefinita. Non è dunque l’opera nelle sue evidenze formali a essere oggetto di interpretazione, ma il doppio verbalizzato che le viene associato: senza didascalie esplicative appiccicate ai muri, l’opera per lui sembra semplicemente non esistere.
«La critica non ha niente di normativo e utilizza le definizioni generali solo per arrivare al caso singolo», scrive Alfonso Berardinelli.
Un antimetodo alimentato da una profonda avversione verso la radicale alterità rispetto ai linguaggi verbali che l’arte visiva incarna. Da essa vengono accuratamente espunti proprio quei dispositivi che ne garantiscono l’autonomia come forma d’arte. In altre parole, la posizione propria dell’intellettuale che considera fenomeni non verbalizzati, o non facilmente verbalizzabili in forma didascalica, come cultura di serie B.
Il vuoto di poetica d’artista nelle opere presentate nelle sue mostre? La diretta conseguenza di opere scelte a fini strumentalmente dimostrativi, quasi pittogrammi di icone web che, una volta "cliccate", rinviano lo spettatore al testo verbale che ne giustifica l'esistenza. L’opera viene selezionata proprio per la sua inespressività, in quanto mero correlato visivo di una narrazione già stabilita.
I suoi testi critici, di una noia micidiale (quanto letti?) assolvono alla funzione di accreditare la penna conformista che li redige nei circuiti dei colletti bianchi, intellettuali di stato e funzionari contigui al partito di turno.
"Riccardo Caldura
Puntuale come la grandine sull'uva a fine agosto da qualche parte sul web ti arriva il commento livoroso e inutilmente polemico di un personaggio che a Venezia ha assai dubbia credibilità: tale Kos, fratello in ombra di un ben più noto protagonista della vita culturale veneziana. Che dire? Guardare il cielo, sopportare con pazienza e tirare innanzi...pensando a Francesco e alla pace nel mondo, sperando che anche Kos riesca a trovare un giorno una qualche serenità (e di meglio da fare che inventarsi blog miserelli grazie ai quali provar a supportare i suoi lavori)".
Un artista non “supporta” il proprio lavoro attraverso blog di dibattito: al contrario, tali strumenti risultano controproducenti in termini di carriera, poiché nei circuiti ufficiali dell’arte la delega della parola alla critica è considerata fondamentale. È una prassi tipica dei colletti bianchi, abituati da decenni a parlarsi addosso in ambienti autoreferenziali. Caldura non dispone degli strumenti necessari per analizzare queste dinamiche del presente, essendosi cristallizzato in una modernità idealizzata, priva dell’elaborazione dei conflitti e dell’utopia che le erano originariamente proprie, ma conservandone al contempo alcune derive di strumentalizzazione ideologica.
Secondo Caldura, la verità artistica coinciderebbe con la credibilità: una concezione persino pre-ottocentesca.
Quando costoro parlano di “arte-pensiero”, in realtà intendono il proprio “pensiero unico (maschile)", non certo un’autentica elaborazione teorica. Così facendo, riducono i circuiti del contemporaneo a una bolla separata, funzionale a rinviare indefinitamente il confronto, percepito in modo catastrofico come “grandine sull’uva”. Molti, come lui, traggono una rendita di posizione dall’impreparazione del grande pubblico: se un taglio di Fontana può ancora scandalizzare alcuni, i numerosi Caldura dell’oggi, invece di accompagnare il pubblico nel superamento dei pregiudizi, speculano su questo divario informativo. La loro “missione” consiste nel sostituire i vecchi pregiudizi con pregiudizi nuovi.Le forme fluide dei blog d’artista vengono liquidate come incomplete, manchevoli, persino “misere”, in quanto modalità di comunicazione non sorvegliate, non ufficiose né ufficiali, non istituzionalizzate. Sono frame che includono elementi frammentati, errori e contraddizioni dei processi creativi, rendendoli visibili: l’esatto opposto dei dogmi chiusi e dei cliché delle definizioni generali, in cui l’errore viene sistematicamente espunto. Ancora una volta, emerge una rigidità di pensiero fondata su stereotipi, tra i quali va rubricato, alla lettera F, anche quello del “fratello di”.
Assistiamo attualmente a una proliferazione di filosofi (mancati?) che si occupano di arte contemporanea: approfittando della grande confusione terminologica e metodologica del settore, riescono a conquistare spazi di visibilità senza il rigore teorico e la capacità innovativa richiesti in altre discipline. Il meccanismo è semplice. Un trucco. Manipolare gli argomenti con uno stile affabulatorio e aggiungere al discorso qualche citazione altisonante, offrendo così al potere culturale un alibi per estromettere i portatori di un’alterità radicale. Operazioni che trovano spesso vittime numerose e consenzienti, poiché il talento e l’alterità risultano scomodi a molti... in Italia, a moltissimi. Il talento autentico oppone una naturale resistenza alla strumentalizzazione.
Quando un'istituzione pubblica cade sotto l'influenza di tali figure, solitamente smette di fare informazione e inizia la propaganda di stato contro l'autonomia dell'arte (parallelamente alla censura di ogni tendenza che contraddice tale assunto) com'è accaduto alla Galleria Contemporaneo di Mestre dove abbiamo visto addirittura la presentazione di una lista politica vicina al professore, fatto tale da non trovare eguali tra consimili spazi pubblici d'arte, che tuttavia risulta rilevante soprattutto da un punto di vista teorico, per il tentativo di allineare la fenomenologia dell'arte visiva ai codici verbali del consenso e del potere costituito, evocando i passaggi storici più bui del binomio arte-politica.
Un edificio critico così pencolante dovrebbe trovare il proprio cemento nella ricorrente apologia del fattuale, sempre assertiva e celebrativa del dato, del percettivo (emblematica è la sua ossessione per le “misurazioni”). Tale insistenza funziona da schermo, da copertura per la mancata elaborazione di quel nucleo negativo, perturbante e paradossale dell’arte visiva, la cui sorvegliatissima omissione appare come una rinuncia. È come se gli strumenti di cui la critica dispone, lo sguardo “laterale” sull’opera, quello specchio che consente di fissare la gorgone del negativo senza esserne pietrificati, non servissero ad altro che a moltiplicarne la potenza.
Privata di ogni conflitto interno, selezionata attraverso la categoria “etichetta” esornativa del linguaggio verbale, l’arte finisce così per assumere una veste che ripropone, in chiave midcult, le sperimentazioni del secondo Novecento. Ci muoviamo dunque nelle acque del neomoderno, solo apparentemente placide: stilemi ormai ampiamente acquisiti di un conformismo sospeso tra giornalismo d’arte e divulgazione; parimenti a ogni conformismo trova, unico mezzo di distinguersi, l'esserlo dogmaticamente.
Per Caldura, l’arte visiva non possiede un valore conoscitivo, non costituisce un ponte gettato verso l’altrove: la utilizza per riaffermare la propria centralità...
Monday, August 3, 2015
Saturday, June 27, 2015
Giovanni Matteucci #2: i salvagenti filosofici dell'ex studente
Partire da tali cliché letterari attinenti all'ambito del romanzo, del teatro, del libretto operistico per arrivare poi con un salto mirabolante (come lei stesso Inchierchia fa) alle “pratiche artistiche contemporanee” costituisce, appunto, un errore di metodo. Stiamo parlando di romanzo ottocentesco, di souvenir turistici o di arte visiva? La critica d'arte arriva molto dopo tali grossolane semplificazioni.
In "Leggere è un rischio", un critico letterario autentico come Alfonso Berardinelli correttamente afferma: "La critica non ha niente di normativo e usa le definizioni generali solo per arrivare alla descrizione del caso singolo".
>>>in sostanza Matteucci finisce per commettere gli errori che la sua stessa teoria di "campo dell'arte" vorrebbe stigmatizzare: la sclerotizzazione dei fenomeni e il renderli paradigmatici talvolta persino retrospettivamente, errore certamente mutuato dall'anti-metodo di tanti funzionari dei “musei contemporanei” che avvelenano l'arte italiana da decenni. Lo ripeto: Matteucci resta vittima delle manipolazioni intenzionali di costoro come lo siamo noi artisti che facciamo ricerca artistica autentica e non intrattenimento museale...
Matteucci:
“Il passaggio che sottolinei dall’estetica del cercare all’estetica del trovare – è stato elaborato seguendo
sollecitazioni che provengono direttamente dalle esperienze
contemporanee dell’arte”, “Mi sembra che esprima efficacemente una trasformazione che ha subito la concezione della creatività nel corso dell’ultimo secolo. A un’idea secondo la quale chi crea va autonomamente e liberamente in cerca di materiali di cui disporre con dominio assoluto per renderli veicolo della propria ispirazione, è subentrata tendenzialmente un’idea di creazione che tiene in massimo conto i vincoli posti".
“La dimensione performativa – in termini più compromessi, se si vuole: spettacolare e spettacolarizzata – che è sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee (due casiemblematici: il passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione) mi sembra che testimoni appunto questa metamorfosi della creatività”.
Chiarissimo qui il processo affabulatorio derivato dal metodo antistorico della critica contemporanea che costruisce delle narrazioni sulle prassi e tecniche artistiche che “diventano” altre tecniche, comparando “oggetti estetici” disomogenei. Matteucci fa narrazione pura quando favoleggia sul "passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione": si tratta di pratiche diverse e non di generi artistici, quindi sono discipline autonome ed è errato porli in una prospettiva in divenire. Non stiamo discutendo di teorie artistiche, di poetiche militanti o di definizioni generali vs. caso singolo né di attribuzioni di valore ecc, Matteucci, come tanti teorici, proietta sull'arte visiva i suoi schemi di verbalizzazione. Quando ritiene “La dimensione performativa” - “sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee” tesse delle narrazioni su oggetti estetici disomogenei, pone Cavaradossi vicino ad Abramovic.
Thursday, April 9, 2015
WALTER BENJAMINO - L'OPPERA D'ATTE IRRIPRODDUCIBBBBLE E'
Saturday, March 7, 2015
Lost Treasures Of Italo-Disco 3 :) Mothball Records
https://www.youtube.com/watch?v=3ttJmP2S2oM
Differente dai precedenti, Lost Treasure 3 dell'australiana Mothball Records è una sorta di italo-lounge. Il #1 conteneva il brano Ombretta "Pianeta", praticamente incollocabile in quanto genere musicale, ed anche qui non mancano gemme aliene sulla stessa linea.
Questa forma di Italo-disco che sviluppa uno schema fisso minimo come contenitore di variazioni imprevedibili ha un significato per ciò che ho cercato di teorizzare nella "Fabula Architecture", sistema che pensa la struttura formale quale variazione inscritta in una griglia neutra, così includendo le influenze più disparate.
"Fabula Architecture", più che l'ennesimo stile architettonico, vuole essere uno schema/metodo capace di includere diverse variazioni stilistiche persino distantissime. Variazione - nozione alternativa di "nuovo" - questione già riportata in evidenza dal postmodernismo, movimento che certi incompetenti della critica d'arte considerano un bazar di timpani e quadri citazionisti.
Thursday, February 19, 2015
IL VOLO vittima del giornalismo anti-talento
Ovvero cultura di massa e talento artistico.
Helga Marsala con l'articolo "Sanremo e i tre ragazzi antichi. Il Volo: l'ennesima vittoria facile di un super show" dà prova della consueta diffidenza delle sacche conservatrici del Paese verso i talenti artistici mainstream che per affermarsi non hanno bisogno della mediazione di certe élite chiuse in una bolla separata dai consumi pilotati.
I soffitti alti della villa citata dalla Marsala ci sono anche nei musei, Palazzo Grassi, Villa Panza, Rivoli, inoltre non si può parlare di cultura mainstream senza contestualizzarla nel genere di appartenenza, passaggio tranquillamente ignorato dalla "critica" (tra molte virgolette) d'arte italiana.
La scena dell'arte contemporanea istituzionale abbonda di Sanremo e super-show che tuttavia s'appellano (per dirla con Traviata) Biennale e Documenta.
L'avete visto il Premio Maxxi, con le artiste pseudosperimentali che si fanno premiare sul tappeto rosso, buone, brave, vestite bene, obbedienti come i bambini dello Zecchino D'Oro di una volta, con la supervincitrice Marinella Senatore che dichiara di essere "molto emozionata. In realtà ho lavorato tanto. Voi avete lavorato tanto" e parla di "un segnale di apertura". Il "segnale" sarebbe quello di concedere al pubblico il ruolo comparsa? Dove sta la differenza? Comici a parte, il pubblico a Sanremo conta, fortunatamente, di più. Se scegliesse unicamente il giornalismo anti-talento, la musica italiana sarebbe più noiosa della programmazione del Museo di Rivoli!
Le tecniche d'indirizzo dei consumi di massa attuate da una certa informazione fallisco, quando c'è di mezzo il giudizio del pubblico. Di qui la loro rabbia astiosa e sprezzante.
Tuesday, December 9, 2014
Thursday, December 4, 2014
... tranqui2 - vomitrone
che i non visti
che l'hai intravista, di spalle, mentre si allontanava

















