Wednesday, April 24, 2019

Museo Madre - area parcheggio area pandeggio


>>>Andrea Viliani >>>Museo Madre  >>>area parcheggio - area pandeggio


Viliani: "Condivido che l'arte dovrebbe essere più implicata dalla politica e più strumentalizzata dalla politica, effettivamente, perché vorrebbe dire che la politica riconosce all'arte quel ruolo simbolico straordinario che ha sempre avuto".

Informa il dizionario: Strumentalizzare. Servirsi di una persona o di una cosa o anche di un fatto o di un evento solamente come mezzo per perseguire un proprio fine non dichiarato ed estraneo alla natura propria di ciò di cui ci si serve.


Dichiarazioni sconcertanti condite da gesti-caricatura da panda arrampicato sui nomi che contano; dichiarazioni per le quali Viliani sembra non sia tenuto a darci un chiarimento...

Il mio commento a un articolo de Il Mattino di Napoli :
>>>l'articolo non evidenzia le criticità. Non si capisce che perdita possa essere per Napoli un direttore per il quale l'arte deve essere "strumentalizzata" dalla politica. Da un intervento di Viliani: "condivido che l'arte dovrebbe essere più implicata dalla politica e più strumentalizzata dalla politica, effettivamente, perché vorrebbe dire che la politica riconosce all'arte quel ruolo simbolico straordinario che ha sempre avuto". E' vero che in quell'inferno di lobbismo che sono le istituzioni italiane d'arte non ci si stupisce più di nulla, ma suggerisco più cautela nel magnificare meriti che andrebbero valutati con meno faciloneria. Già lo sappiamo: istituzioni pubbliche d'arte utilizzate per strategie reazionarie. Incubatori delle peggiori derive arte/ideologia del Novecento. Chi tutela, al Museo Madre, i diritti, il punto di vista, la dignità professionale e morale di chi l'arte la fa davvero: gli artisti? Gli artisti vengono selezionati dal Museo Madre non per la qualità intrinseca delle opere ma per la presenza in esse di elementi passibili di una calcolata strumentalizzazione? Teniamo conto che Andrea Viliani ha collaborato con la Bakargiev, figura appartenente al circolo di critici d'arte contemporanea passati per le pagine del Sole 24 Ore, circolo assai coeso ed organizzato da fitti rapporti, il cui scopo è cristallizzare l'arte italiana ad una eterna ripetizione dell'Arte Povera e suoi derivati (e alle sperimentazioni del secondo Novecento) con punte di neo-zdanovismo molto aggressivo come la signora V. Le lodi che Viliani attribuisce alla V. e al suo sfacciato neo-zdanovismo vanno lette come un omaggio reverenziale diretto al gruppo di potere (economico) che ha dietro, quello che ha cercato di attuare il disgustoso progetto di far coincidere la loro lobby con l'arte italiana e alla sua influenza che non ci risparmia nemmeno una scuderia di mariti e protegé men che mediocri.
 

Non troverete una sola riga di critica su personaggi quali il Viliani, malgrado la loro preoccupante visione neo-zdanovista del rapporto artisti/potere. Perché?

Sunday, February 18, 2018

"HOME"

“HOME”
>>>undoubtedly the computer has changed design practice and has become increasingly important but it is interesting to observe an inverse process, the influence of the metaphorical use of architecture in the language of the web. The “HOME” icon presents a metaphorical variation of the notion of a building just as some postmodern architecture.
http://archinect.com/kosscarpakos/project/home

Tuesday, January 9, 2018

>>>furto a Palazzo Ducale

Ostregheta
i ga ciavà
i gioiei
del Maragià

Tranzlationz:
KAKKIO!!! Hanno pataracchiato i gioielli del Maragià.




Thursday, December 21, 2017

LUCA VISMARA ANCH'IO (con o senza Rudy Zerbi?)


Rudy Zerbi + Luca Vismara
Luca Vismara anch'io. Sì, perché che sia AMICI 2017 - 2018, BIENNALE D'ARTE, Premio dei Premi o Talent dei Talent, la questione non cambia poi tanto quando c'è di mezzo il rispetto per noi artisti.
Il cantante, durante la trasmissione televisiva AMICI 2017, ha evidenziato i numerosi errori di valutazione commessi da Rudy Zerbi nel giudicare altri partecipanti al talent. Quando dalla posizione d'insegnante-critico si colpisce con una stroncatura  un artista-allievo che per arrivare dov'è ha già superato casting e audizioni non si può di certo aspettarsi sempre in risposta il piagnucolamento sottomesso "una lacrima sul viso". Il mondo musicale di Luca evidentemente prende a modello certe operazioni discografiche revival del Nord Europa che citano l'Italo Disco '80 (di Italo Disco il blog Tranqui2 ne sa qualcosa...). Zerbi non le conosce o non le apprezza, ma ritengo giusto che dia più tempo all'allievo.
Sarà interessante, in ogni caso, verificare se Luca riuscirà a trasformare il suo mondo musicale verso quel qualcosa d'altro che il contesto gli richiede, e come.
Ma c'è chi usa il suo ruolo per giocare al gatto col topo con gli artisti come accaduto anche al sottoscritto con quella "critica d'arte" Angela Vettese che non perde occasione di disprezzare gli artisti italiani a cui deve tutto e di attaccarmi (perfino nel forum di una istituzione pubblica) perché ho espresso pubblicamente e liberamente delle opinioni.
Alè! Ogni tanto qualcuno sa rispondere a tono e questo non può fare che piacere... chapeau!


Italo Disco Luca

Monday, December 11, 2017

>>> Alessandro Michele >>>Michele Danieli >>>DSK: caso GUCCI - PITTI

 Nel blog di Michele Danieli sul caso Gucci - Pitti...

DSK ha detto:
Alessando + Michele + Michele + Danieli? >>> considerando l’ironia e la jeunesse che si respira in questo blog sarebbe stato lecito aspettarsi una lettura un po’ meno ovvia professorale dell’evento Palazzo Pitti che va visto con uno sguardo allenato alle subculture giovanili e al fashion design. Gli orrori della cultura contemporanea stanno da tutt’altra parte, nelle lobby dell’arte, nelle pretestuose iperspecializzazioni, nella mancata valorizzazione dei talenti, nei musei d’arte contemporanea usati per far politica. Quindi ben venga la collezione Gucci (con le cautele necessarie, naturalmente, e senza le luci roventi che già nello studio di qualche fotografo han fatto squagliare i quadri) che è costata quanto la moda è sempre stata pagata in ogni epoca comprese quelle “fotografate” nelle cornici a foglia oro di Pitti che ogni tanto un pochino di stile “siglo de oro” Dolce&Gabbana l’hanno pure loro. C’è un termine per capire il pensiero dietro il lavoro di Alessandro Michele – Gucci: fluidità. La fluidità del fashionista accanito le manca, caro Danieli, ma impegnandosi potrà recuperare >>>difficult not to feel a little bit disappointed

micheledanieli ha detto:
Gentilissimo,
ma si figuri se io ho qualcosa contro Alessandro Michele o contro Gucci.
Se legge bene vedrà che mi fanno un po’ impressione, ma niente di più.
Certo, “capire il pensiero dietro il lavoro di Alessandro Michele” è fuori dalla mia portata, questo lo ammetto.
E ammetto anche più di una deriva D&G nelle cornici Pitti, giustissima osservazione.
Cercherò allora di essere più chiaro: mi sembra incredibile che il direttore di uno dei più importanti Musei del mondo sia ansioso di trasformare gli Uffizi in un “marchio”, in modo da poterlo svendere a una sedicente upper class che dimostra il massimo disinteresse per gli oggetti ivi contenuti (che sono poi il motivo per il quale il Museo esiste).
Questo è il punto.
Poi ci sarebbe la questione delle nomine dei direttori, dei veri motivi eccetera.
Ma questo sarebbe davvero un discorso di poca jeunesse.
MD

Sunday, December 10, 2017

>>>Angela Vettese e l'artista esibizionista: il gusto di chi disprezza gli artisti italiani (su Arte Fiera Bologna)



>>>caricature of Vettese as Pinocchia spitting on Italian artists

>>> Forse condizionata dall'estetica dell'inautentico di cui è una delle italiche promotrici, Vettese rilascia un'ultima intervista (nel suo ruolo di direttrice ARTEFIERA) colpendo verso il basso contro il segmento più debole, gli artisti italiani.

Ogni esternazione di Lady V. va tradotta tenendo conto del suo vocabolario mentale: quando parla di "artisti italiani", lei sta pensando al circolo dei creativi suoi protegé e, infatti, cita la B. che figura nella lista Italian Area.
In quanto al genericissimo "noi siamo classici" mai "convinti fino in fondo" (sempre riferito agli artisti italiani), anche questo punto richiede un chiarimento, soprattutto per chi non conosca i pregiudizi e i dogmatismi del suo percorso. Per i parametri di gusto di Vettese che interpretano il senso del tragico con un sensazionalismo assolutamente gratuito come in quel performer da lei magnificato (ma amatissimo anche da Chiara B.) che per realizzare metafore artistiche rilascia escrementi in pubblico, si fa fotografare accoppiato con i cani e si chiude in gabbia naked, qualsiasi operazione intellettuale non condizionata da una preoccupazione dimostrativa attraverso l'iperbole (in addizione o in sottrazione), qualsiasi opera che presenti un certo grado di raffinatezza intellettuale suggerita e non urlata non viene nemmeno presa in considerazione oppure bollata come "classica" in quanto mancante di eccessi pretestuosi e giullareschi (anche quando vorrebbe proporsi stilisticamente rigorosa). Loro, tale preoccupazione didascalico-dimostrativa, la chiamano thinking art.

Quando V. nel contesto dell'intervista cita la B******* vuole trasferire nell'interlocutore l'implicito messaggio che sia accettabile far collimare la sua scuderia di artisti con l'arte italiana tout court; quando dice "classici" riferendosi alla produzione attuale, intende in realtà spostare la nostra nozione del termine, farci credere cioè  che "essere convinti fino in fondo" sia adeguarsi al suo bad taste.

Dall'intervista di Roberta Scorranese:

È innegabile però che il discorso sull' arte abbia finito per prendere (o quasi) il sopravvento sulle opere e sugli artisti. Forse sono gli stessi creativi che convincono poco, con poetiche deboli? 

«Credo che gli artisti italiani oggi non abbiano ben capito di vivere un momento tragico. In fondo, la famiglia, anche se ammaccata, regge bene come stato sociale; la maggior parte dei giovani, pur se tra mille difficoltà, ha una casa di famiglia e può ancora contare sul sostegno dei genitori. Questo li porta a usare un linguaggio rassicurante, o nel tema o nella forma. Anche quando ci sono esperienze più dirompenti (penso per esempio a Rossella Biscotti che ha realizzato bei lavori come quello sul caso Moro), trovo sempre una componente criptica, come se non si fosse convinti fino in fondo. Diceva un vecchio adagio cinese: Dannato è chi vive un tempo interessante . E questo è un tempo molto interessante. Ma noi siamo classici. Io non amo l' arte dionisiaca, però giro il mondo e vedo esperienze molto più entusiasmanti laddove i problemi enormi (che sono ovunque, lo ripeto, anche da noi) sono percepiti come tali».


Le questioni della terminologia spostata e il metodo antistorico utilizzati da V per descrivere i fenomeni artistici sono messi a fuoco con più precisione nel post recensione del saggio "L'arte contemporanea"edito da Il Mulino.
http://tranqui2.blogspot.it/2013/03/il-saggio-groviera-larte-contemporanea.html

Sunday, November 5, 2017

Sunday, July 30, 2017

La virgola di Wilde

“Ho trascorso tutta la mattina a correggere le bozze di una mia poesia, e ho tolto una virgola. Nel pomeriggio, l'ho rimessa” O. Wilde


La virgola che Wilde ha tolto tra "nascere rinascere",

poi l'ha rimessa tra "nascere, rinascere".

La virgola tra "scrittore, pittore"

La virgola tra "Jeanne, Modigliani"

tra "Vriesendorp, Koolhaas"

tra "Verlaine, Rimbaud"

tra "Savinio, De Chirico"

tra "Kahlo, Rivera".

La virgola tra "arcano, enigma"

tra "certo, dubbio"

tra "io, tutti".

La virgola tra "foglia, oro"

tra "aggettivo, sostantivo"

tra "soggetto, oggetto", tra "oggetto, soggetto"

tra "mm, km".

La virgola tra "Eva, Adamo"

Quella che c'è tra "amici, amanti"

tra "nemici, amanti".

Quella che c'è tra "fuori, dentro"

tra "prima, dopo"

tra "inspirare, espirare".

La virgola tra "fratelli, van Gogh".

La virgola tra "fotografo, artista".

La virgola tra "Alfa, Omega".

La virgola tra "post, modernism".

La virgola tra "grande, architetto".

Quella che c'è tra "male, maluccio"

tra "benedetti, maledetti".

Quella che c'è tra "quindi, dunque".

Quella che c'è tra "così, è".

Quella che c'è tra "Wilde, C.3.3."

La virgola tra "Sebastian Melmoth, C.3.3."

Wednesday, May 3, 2017

Sunday, April 30, 2017

Beatrice Merz è è è è è è è è... figlia-di-mario-e-marisa-merz - lo strange CV

>>>andate a dare un'occhiata al sito sito della Fondazione Merz. Da quanto è scritto Beatrice Merz non è più sotto la label figlia-di-Mario-e Marisa-Merz = figlia di Mario e Marisa Merz! Def'ezzere succezzo un qualkoza! Sono preokkupatizzimo!


Ecco qui il precedente curriculum da me anche fotografato in cui ci viene spiegato (nel sito dell'omonima fondazione) che Beatrice è senza ombra di dubbio figlia-di-Mario-e-Marisa-Merz:
Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz, è nata in Svizzera il 5 agosto 1960. Vive e lavora a Torino. Accanto a esperienze curatoriali (due retrospettive, una dedicata a Gilberto Zorio e l’altra a Giovanni Anselmo, una mostra sull’Arte Povera a Oslo e alcune rassegne di giovani artisti), l’attività principale è stata sempre quella editoriale. Ha fondato nel 1986, e tuttora dirige, la casa editrice hopefulmonster specializzata in libri e cataloghi d’arte contemporanea. Nel 2005 inaugura la Fondazione Merzun progetto fortemente voluto insieme al padre. Dal 2010 è direttore del Castello di Rivoli.

Monday, August 8, 2016

Should Bauhaus be considered an Order of Architecture?

Should Bauhaus (and modern architecture) be considered an architectural order?



http://archinect.com/forum/thread/36407294/should-bauhaus-be-considered-an-order-of-architecture


from the forum :
>>>Frank your remarks are interesting and supported by what we can read in architecture's history books, but... the present is not a history book...

>>>i would overturn the question: what if the present would rather suggest us to review and widen our notion of "architectural order"? The line - Bauhaus - Mies van der Rohe - less is more - etc... has, in the course of time, codified 1 (anti-order) style that, in the end, became an architectural order itself, and the proofs are its duration, permanence, constancy.

Thursday, August 4, 2016

La cattiva letteratura di Riccardo Caldura.

Caldura firma interventi che non possono essere ricondotti alla critica d'arte, e sarebbe opportuno non confonderli con essa. Si tratta piuttosto di testi ibridi che utilizzano l'arte visiva come pretesto, reperto inerte sul quale, più che applicare, direi proiettare astratti esercizi retorici (come nel pezzo sul ruolo del “direttore artistico-Biennale”) sovraccarichi di nomi altisonanti, schemi gerarchici, scenari globali, e condizionati di orientamenti ideologici. 

Esercizi accademici in cui l'unica risposta possibile a ogni ipotesi sembra sia un professorale scetticismo dubitativo e dove risulta assai difficile rintracciare un atto interpretativo compiuto, riferimenti che possano introdurre alla comprensione del linguaggio visivo e di una poetica d'artista: le opere d'arte esposte in Biennale sono assenti nell'articolo, resta un mistero perché ne facciano da corredo illustrativo, quando il discorso potrebbe svolgersi anche in loro assenza.

In quanto scrittura ibrida, non è ascrivibile ad alcuna disciplina riconoscibile, se non quella bolla di cattiva letteratura che tenta di riportare la fenomenologia delle arti visive (e la radicale alterità di pensiero che rappresentano) entro i dispositivi propri del linguaggio verbale, eludendo il metodo critico, inoltre gravandola di un'enfasi tale da evocare tragicomici bollettini meteorologici: 

"Alla Biennale di Enwezor può davvero essere affidato il compito di cogliere non solo l’orizzonte presente, ma anche le lontananze, il diradarsi delle foschie”.

Telefoneremo al Colonnello Bernacca. 

Le conseguenze? Gli esiti di tale approccio emergono chiaramente nella recensione dedicata alla mostra di Danh Vo a Punta della Dogana. Dopo averci informato sulle sue personali (non di un artista) congetture osservando mozziconi di sigaretta incastrati tra i masegni veneziani, l'autore confessa di non aver “compreso” la mostra, a suo dire a causa dell'assenza di chiare didascalie esplicative accanto ai titoli di opere insufficientemente verbalizzate per le sue aspettative. Davvero, se le opere lo lasciano indifferente, non c'erano cicche su cui filosofeggiare alla Biennale di Enwezor?

 "Me ne sono venuto via dalla mostra di Danh Vo guardando la griglia ordinata dei masegni, le pietre che pavimentano Venezia. Ogni tanto nell’intersezione fra pietra e pietra un resto di sigaretta, un paio di petali caduti del giardino accanto alla strada, una vaga impronta di gomma masticata. Anche la luce giocava un suo ruolo, dato il cielo di nuvole che andavano e venivano”. 

Perfetto incipit per un brutto romanzo. Meno come introduzione a una riflessione sull'arte.

L'opera e il suo doppio

Il suo "antimetodo" si fonda su una costante preoccupazione dimostrativa: l’arte, secondo Caldura, deve costituire la didascalica appendice visiva di un’etichetta già data, certa, dogmaticamente predefinita. Non è dunque l’opera nelle sue evidenze formali a essere oggetto di interpretazione, ma il doppio verbalizzato che le viene associato: senza didascalie esplicative appiccicate ai muri, l’opera per lui sembra semplicemente non esistere.

«La critica non ha niente di normativo e utilizza le definizioni generali solo per arrivare al caso singolo», scrive Alfonso Berardinelli. 
Per Caldura, al contrario, le definizioni generali, professoralmente stabilite e, manco a dirlo, depurate da ogni nozione di paradosso, negativo o ludico, diventano il cardine di una prassi fondata su un uso strumentale dell’arte e degli artisti.
Un antimetodo alimentato da una profonda avversione verso la radicale alterità rispetto ai linguaggi verbali che l’arte visiva incarna. Da essa vengono accuratamente espunti proprio quei dispositivi che ne garantiscono l’autonomia come forma d’arte. In altre parole, la posizione propria dell’intellettuale che considera fenomeni non verbalizzati, o non facilmente verbalizzabili in forma didascalica, come cultura di serie B.
Il vuoto di poetica d’artista nelle opere presentate nelle sue mostre? La diretta conseguenza di opere scelte a fini strumentalmente dimostrativi, quasi pittogrammi di icone web che, una volta "cliccate", rinviano lo spettatore al testo verbale che ne giustifica l'esistenza. L’opera viene selezionata proprio per la sua inespressività, in quanto mero correlato visivo di una narrazione già stabilita.

I suoi testi critici, di una noia micidiale (quanto letti?) assolvono alla funzione di accreditare la penna conformista che li redige nei circuiti dei colletti bianchi, intellettuali di stato e funzionari contigui al partito di turno.
L’avversione verso gli artisti e il loro ruolo sociale emerge con ancora maggiore astio nei rarissimi casi in cui il confronto diventa reale e non simulato, privo di quei confini protettivi che gli intellettuali di stato costruiscono intorno a sé.
 
Ecco la risposta che ho ricevuto in un forum:

"Riccardo Caldura
Puntuale come la grandine sull'uva a fine agosto da qualche parte sul web ti arriva il commento livoroso e inutilmente polemico di un personaggio che a Venezia ha assai dubbia credibilità: tale Kos, fratello in ombra di un ben più noto protagonista della vita culturale veneziana. Che dire? Guardare il cielo, sopportare con pazienza e tirare innanzi...pensando a Francesco e alla pace nel mondo, sperando che anche Kos riesca a trovare un giorno una qualche serenità (e di meglio da fare che inventarsi blog miserelli grazie ai quali provar a supportare i suoi lavori)".

 
È evidente la scorrettezza argomentativa rivolta contro un artista (il sottoscritto) a cui sembra non sia concesso esprimere liberamente il proprio pensiero, quasi appartenesse a una casta inferiore, oggetto di giudizio calato dall’alto. Ancora più inquietante è il ricorso a un certo retrogrado familismo italico, che chiama in causa persone a me legate da vincoli di parentela: una logica secondo cui non contano ciò che una persona dice o fa, ma il clan a cui viene ricondotta. Questo meccanismo è il modo più efficace per avvelenare il clima del dibattito e per lanciare un messaggio intimidatorio a quegli artisti che, pur avendo un’opinione, preferiscono tacere per timore delle conseguenze.

Un artista non “supporta” il proprio lavoro attraverso blog di dibattito: al contrario, tali strumenti risultano controproducenti in termini di carriera, poiché nei circuiti ufficiali dell’arte la delega della parola alla critica è considerata fondamentale. È una prassi tipica dei colletti bianchi, abituati da decenni a parlarsi addosso in ambienti autoreferenziali. Caldura non dispone degli strumenti necessari per analizzare queste dinamiche del presente, essendosi cristallizzato in una modernità idealizzata, priva dell’elaborazione dei conflitti e dell’utopia che le erano originariamente proprie, ma conservandone al contempo alcune derive di strumentalizzazione ideologica.

Secondo Caldura, la verità artistica coinciderebbe con la credibilità: una concezione persino pre-ottocentesca.

Quando costoro parlano di “arte-pensiero”, in realtà intendono il proprio “pensiero unico (maschile)", non certo un’autentica elaborazione teorica. Così facendo, riducono i circuiti del contemporaneo a una bolla separata, funzionale a rinviare indefinitamente il confronto, percepito in modo catastrofico come “grandine sull’uva”. Molti, come lui, traggono una rendita di posizione dall’impreparazione del grande pubblico: se un taglio di Fontana può ancora scandalizzare alcuni, i numerosi Caldura dell’oggi, invece di accompagnare il pubblico nel superamento dei pregiudizi, speculano su questo divario informativo. La loro “missione” consiste nel sostituire i vecchi pregiudizi con pregiudizi nuovi.

Le forme fluide dei blog d’artista vengono liquidate come incomplete, manchevoli, persino “misere”, in quanto modalità di comunicazione non sorvegliate, non ufficiose né ufficiali, non istituzionalizzate. Sono frame che includono elementi frammentati, errori e contraddizioni dei processi creativi, rendendoli visibili: l’esatto opposto dei dogmi chiusi e dei cliché delle definizioni generali, in cui l’errore viene sistematicamente espunto. Ancora una volta, emerge una rigidità di pensiero fondata su stereotipi, tra i quali va rubricato, alla lettera F, anche quello del “fratello di”.

Assistiamo attualmente a una proliferazione di filosofi (mancati?) che si occupano di arte contemporanea: approfittando della grande confusione terminologica e metodologica del settore, riescono a conquistare spazi di visibilità senza il rigore teorico e la capacità innovativa richiesti in altre discipline. Il meccanismo è semplice. Un trucco. Manipolare gli argomenti con uno stile affabulatorio e aggiungere al discorso qualche citazione altisonante, offrendo così al potere culturale un alibi per estromettere i portatori di un’alterità radicale. Operazioni che trovano spesso vittime numerose e consenzienti, poiché il talento e l’alterità risultano scomodi a molti... in Italia, a moltissimi. Il talento autentico oppone una naturale resistenza alla strumentalizzazione.

Quando un'istituzione pubblica cade sotto l'influenza di tali figure, solitamente smette di fare informazione e inizia la propaganda di stato contro l'autonomia dell'arte (parallelamente alla censura di ogni tendenza che contraddice tale assunto) com'è accaduto alla Galleria Contemporaneo di Mestre dove abbiamo visto addirittura la presentazione di una lista politica vicina al professore, fatto tale da non trovare eguali tra consimili spazi pubblici d'arte, che tuttavia risulta rilevante soprattutto da un punto di vista teorico, per il tentativo di allineare la fenomenologia dell'arte visiva ai codici verbali del consenso e del potere costituito, evocando i passaggi storici più bui del binomio arte-politica.

È importante comprendere come la sua posizione implichi una netta avversione verso l’alterità che l’arte visiva incarna. Ogni fenomeno del sapere deve essere ricondotto agli automatismi del linguaggio verbale: nell’insistente reiterazione dei medesimi modelli si delinea una sorta di logica di scambio simbolico, un fallocentrismo del pensiero unico (maschile) volto a disinnescare l’altro-da-sé (l’altra-da-sé), percepito come potenziale negazione del proprio “centro”.

Un edificio critico così pencolante dovrebbe trovare il proprio cemento nella ricorrente apologia del fattuale, sempre assertiva e celebrativa del dato, del percettivo (emblematica è la sua ossessione per le “misurazioni”). Tale insistenza funziona da schermo, da copertura per la mancata elaborazione di quel nucleo negativo, perturbante e paradossale dell’arte visiva, la cui sorvegliatissima omissione appare come una rinuncia. È come se gli strumenti di cui la critica dispone, lo sguardo “laterale” sull’opera, quello specchio che consente di fissare la gorgone del negativo senza esserne pietrificati, non servissero ad altro che a moltiplicarne la potenza.

Privata di ogni conflitto interno, selezionata attraverso la categoria “etichetta” esornativa del linguaggio verbale, l’arte finisce così per assumere una veste che ripropone, in chiave midcult, le sperimentazioni del secondo Novecento. Ci muoviamo dunque nelle acque del neomoderno, solo apparentemente placide: stilemi ormai ampiamente acquisiti di un conformismo sospeso tra giornalismo d’arte e divulgazione; parimenti a ogni conformismo trova, unico mezzo di distinguersi, l'esserlo dogmaticamente. 

Per Caldura, l’arte visiva non possiede un valore conoscitivo, non costituisce un ponte gettato verso l’altrove: la utilizza per riaffermare la propria centralità...

>>>post in progress - testo e correzioni in via di stesura

Saturday, June 27, 2015

Giovanni Matteucci #2: i salvagenti filosofici dell'ex studente


>>>un ex studente di Giovanni Matteucci è intervenuto nella discussione già citata nel blog Tranqui2 cercando di soccorrere le bislacche teorie del filosofo docente Università di Bologna.
Gentile Inchierchia, apprezzo la sua capacità argomentativa e la correttezza di firmarsi nomen + cognomen piuttosto che nick + name ma, mi creda, è inutile lanciare salvagenti filosofici di salvataggio a una zattera estetica che affonda.
>>>dobbiamo metterci d'accordo sui termini che utilizziamo per definire i fenomeni presi in esame ancora prima d'interpretarli. Quella che Matteucci implicitamente considera pittura non lo è assolutamente in quanto ascrivibile all'ambito delle pratiche pittoriche dell'arte contemporanea (e non solo perché il pittore non è dominatore dei materiali). Lo spostamento di argomenti attuato da Matteucci (non dai commentatori del thread) risiede nella terminologia impropria; i suoi modelli classificatori possono essere considerati validi al massimo per un'idea di pittura-pittore letteraria feuilleton o (forse, non sempre) per il manierista da cavalletto che produce opere funzionali al mercato turistico (ma un tale Giacomo Guardi produceva "quadretti" destinati a tale circuito).
Partire da tali cliché letterari attinenti all'ambito del romanzo, del teatro, del libretto operistico per arrivare poi con un salto mirabolante (come lei stesso Inchierchia fa) alle “pratiche artistiche contemporanee” costituisce, appunto, un errore di metodo. Stiamo parlando di romanzo ottocentesco, di souvenir turistici o di arte visiva? La critica d'arte arriva molto dopo tali grossolane semplificazioni.
In "Leggere è un rischio", un critico letterario autentico come Alfonso Berardinelli correttamente afferma: "La critica non ha niente di normativo e usa le definizioni generali solo per arrivare alla descrizione del caso singolo".
>>>in sostanza Matteucci finisce per commettere gli errori che la sua stessa teoria di "campo dell'arte" vorrebbe stigmatizzare: la sclerotizzazione dei fenomeni e il renderli paradigmatici talvolta persino retrospettivamente, errore certamente mutuato dall'anti-metodo di tanti funzionari dei “musei contemporanei” che avvelenano l'arte italiana da decenni. Lo ripeto: Matteucci resta vittima delle manipolazioni intenzionali di costoro come lo siamo noi artisti che facciamo ricerca artistica autentica e non intrattenimento museale...
>>>per altri esempi di spostamenti di terminologia dell'arte rinvio i lettori del blog alla mia recensione del saggio "Arte contemporanea" edito dal Mulino che nella sezione "Quanto capiamo dell'arte antica?" contiene sequenze multiple di spostamenti...
>>>La critica d'arte intesa quale disciplina ordinatrice arriva molto dopo la semplice individuazione dei fenomeni.
Lei scrive ”Non si tratta insomma di classificare o catalogare le arti”. Quali arti? L'arte pasticciera dei trionfi da tavola in cui anche un Bernini e altri eccellevano? Per individuare i fenomeni (non per classificarli od organizzarli in un’accezione di attribuzione di valore) Matteucci utilizza una terminologia mutuata dalla critica d'arte. Quella utilizzata da Matteucci per focalizzare “oggetti estetici” è una terminologia spostata, qui risiede il suo errore di categorizzazione. Il pittore Mario Cavaradossi, personaggio della Tosca, va collocato nell'ambito del libretto operistico e della storia del teatro non certo nell'arte visiva ma tale distinzione non rientra nella critica d'arte, la precede.
Matteucci:
“Il passaggio che sottolinei dall’estetica del cercare all’estetica del trovare – è stato elaborato seguendo
sollecitazioni che provengono direttamente dalle esperienze
contemporanee dell’arte”, “Mi sembra che esprima efficacemente una trasformazione che ha subito la concezione della creatività nel corso dell’ultimo secolo. A un’idea secondo la quale chi crea va autonomamente e liberamente in cerca di materiali di cui disporre con dominio assoluto per renderli veicolo della propria ispirazione, è subentrata tendenzialmente un’idea di creazione che tiene in massimo conto i vincoli posti".
“La dimensione performativa – in termini più compromessi, se si vuole: spettacolare e spettacolarizzata – che è sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee (due casiemblematici: il passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione) mi sembra che testimoni appunto questa metamorfosi della creatività”.

Chiarissimo qui il processo affabulatorio derivato dal metodo antistorico della critica contemporanea che costruisce delle narrazioni sulle prassi e tecniche artistiche che “diventano” altre tecniche, comparando “oggetti estetici” disomogenei. Matteucci fa narrazione pura quando favoleggia sul "passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione": si tratta di pratiche diverse e non di generi artistici, quindi sono discipline autonome ed è errato porli in una prospettiva in divenire. Non stiamo discutendo di teorie artistiche, di poetiche militanti o di definizioni generali vs. caso singolo né di attribuzioni di valore ecc, Matteucci, come tanti teorici, proietta sull'arte visiva i suoi schemi di verbalizzazione. Quando ritiene “La dimensione performativa” - “sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee” tesse delle narrazioni su oggetti estetici disomogenei, pone Cavaradossi vicino ad Abramovic.
>>>post in progress >>> testo e correzioni in via di stesura

Thursday, April 9, 2015

WALTER BENJAMINO - L'OPPERA D'ATTE IRRIPRODDUCIBBBBLE E'



>>>I lettori che seguono il blog possono facilmente intuire quali siano le mie obiezioni alle tesi di Benjamin esposte nel celebre saggio. Egli inciampa in errori assai comuni in quei teorici privi di una conoscenza diretta delle tecniche artistiche. Mi limito a poche osservazioni.

>>>L'opera è sempre stata riproducibile e riprodotta tecnicamente anche su larghissima scala. Le prove più persuasive di tale evidenza le troviamo già nell'arte antica, dalla ritrattistica statuaria fino alle repliche romane di modelli ellenistici. Non va dimenticato che pittura e scultura vanno di per sé intese quali tecniche, non generi artistici; il percorso che dalla tecnica conduce al genere (e oltre) è un tracciato lungo, articolato. Quindi la "copia" di una scultura ne rappresenta la "riproduzione tecnica" più che una "copia artistica". 
La copia artistica differisce dal modello originale, ne crea un d'apres interpretativo.

D'altro canto, la riproducibilità tecnica precede quella meccanica e tecnologica; il dato manuale - o di relazione tra corpo e strumenti/medium - che corrisponde all'intenzionalità di chi sceglie un soggetto da dipingere, fotografare o riprodurre permane (frazionata in impercettibili, minimi passaggi) financo nelle tecnologie contemporanee più sofisticate, nel clic di un computer o di una macchina fotografica.

Analoghe considerazioni si prospettano allorché prendiamo in esame il concetto di aura. 
Errato addebitarla alla fruizione devozionale/cultuale che essa avrebbe avuto in origine - l'opera d'arte sacra rimane tra le più riprodotte su larga scala. L'opera sacra, tranne quei casi riconducibili a eventi ritenuti miracolosi o alla devozione popolare, presenta aura (come nelle icone) in quanto fedele e metodica "riproduzione" di una matrice, oppure essendo fruita e utilizzata quale inerte supporto materiale di una dimensione trascendente. 

Viene così a delinearsi una conclusione opposta a quella di Benjamin: l'aura laica stigma di originalità ideativa trova, attraverso numerosi passaggi, una sua definitiva precisazione nel Rinascimento parallelamente all'emergere del ruolo sociale dell'artista divo pop, artifex "firma", mente ideativa, depositario della paternità creativa del proprio "stile", quello leonardesco, michelangiolesco, giorgionesco, ecc.... 
Il riconoscimento sociale dell'invenzione in quanto evento laico/numinoso della scoperta accompagna la consapevolezza che la corretta lettura formale di tale "evento ideativo" non verbale può avvenire in presenza del suo supporto materiale originario, fattore non eludibile come elemento integrante di un processo percettivo prima, interpretativo e conoscitivo poi, correlato appunto a una fruizione di linguaggi non verbali. 
L'aura deriva dalla corretta lettura dell'opera nelle sue evidenze formali all'interno del sistema binario dettaglio + insieme. Quando il sistema binario interno viene interrotto, il linguaggio verbale ritorna egemonico rispetto a quello visivo supplendo la funzione dettaglio (come in talune pratiche installative), o quella insieme (un dipinto "copia di Canaletto", ad esempio, è la sua stessa definizione).

>>>mentre codifica l’idea di aura, Benjamin riposiziona l’opera isolandola entro la sfera di alcune funzioni cultuali, ideologiche, propagandistiche, restituendone una lettura dogmaticamente inscritta in formule narrative, ma sottraendola in questo modo alla disciplina che gli è pertinente, la critica d’arte.
Una linea di riduzione dell’arte visiva ai dispositivi del linguaggio verbale oggi assai comune nell’ambito del “contemporaneo”...

>>> quindi: 
- sistema binario insieme + dettaglio
- insieme senza dettaglio
- dettaglio senza insieme

>>>attenzione - testo in via di stesura

Saturday, March 7, 2015

Lost Treasures Of Italo-Disco 3 :) Mothball Records

https://www.youtube.com/watch?v=3ttJmP2S2oM

Differente dai precedenti, Lost Treasure 3 dell'australiana Mothball Records è una sorta di italo-lounge. Il #1 conteneva il brano Ombretta "Pianeta", praticamente incollocabile in quanto genere musicale, ed anche qui non mancano gemme aliene sulla stessa linea. 

Questa forma di Italo-disco che sviluppa uno schema fisso minimo come contenitore di variazioni imprevedibili ha un significato per ciò che ho cercato di teorizzare nella "Fabula Architecture", sistema che pensa la struttura formale quale variazione inscritta in una griglia neutra, così includendo le influenze più disparate.
"Fabula Architecture", più che l'ennesimo stile architettonico, vuole essere uno schema/metodo capace di includere diverse variazioni stilistiche persino distantissime. Variazione - nozione alternativa di "nuovo" - questione già riportata in evidenza dal postmodernismo, movimento che certi incompetenti della critica d'arte considerano un bazar di timpani e quadri citazionisti.


Thursday, February 19, 2015

IL VOLO vittima del giornalismo anti-talento


Ovvero cultura di massa e talento artistico.
Helga Marsala con l'articolo "Sanremo e i tre ragazzi antichi. Il Volo: l'ennesima vittoria facile di un super show" dà prova della consueta diffidenza delle sacche conservatrici del Paese verso i talenti artistici mainstream che per affermarsi non hanno bisogno della mediazione di certe élite chiuse in una bolla separata dai consumi pilotati.

Le argomentazioni dell'articolo sono capziose dalla prima all'ultima, proprie di un giornalismo d'arte fazioso: vogliono farci credere che l'ingenerosità verso i maggiori talenti artistici autentici ma marcatamente mainstream sia una forma di rigore intellettuale. Errato. I tre giovanissimi (dato molto importante) cantanti del gruppo Il Volo che hanno presentato al Festival Sanremo il pezzo "Grande amore" dimostrano indubitabilmente, all'interno del loro genere musicale classical crossover pop, doti vocali e interpretative. Doti che devono essergli riconosciute.

Fare pop non è mai "facile", ed è assai raro nel pop ottenere successo "facile" perché ti spingono le lobby come al contrario accade nell'arte visiva dove troviamo opere e artisti di dubbio valore, dove contano molto più i legami di salotto, famiglia, lista, baronia (e di letto), e qualche pagina di bla bla alla Bakargiev trasforma la peggior banalità stravista in capolavoro o se ti esibisci in situazioni sensazionalistiche susciti l'entusiasmo di Chiara Bertola.
I soffitti alti della villa citata dalla Marsala ci sono anche nei musei, Palazzo Grassi, Villa Panza, Rivoli, inoltre non si può parlare di cultura mainstream senza contestualizzarla nel genere di appartenenza, passaggio tranquillamente ignorato dalla "critica" (tra molte virgolette) d'arte italiana.
La scena dell'arte contemporanea istituzionale abbonda di Sanremo e super-show che tuttavia s'appellano (per dirla con Traviata) Biennale e Documenta.
L'avete visto il Premio Maxxi, con le artiste pseudosperimentali che si fanno premiare sul tappeto rosso, buone, brave, vestite bene, obbedienti come i bambini dello Zecchino D'Oro di una volta, con la supervincitrice Marinella Senatore che dichiara di essere "molto emozionata. In realtà ho lavorato tanto. Voi avete lavorato tanto" e parla di "un segnale di apertura". Il "segnale" sarebbe quello di concedere al pubblico il ruolo comparsa? Dove sta la differenza? Comici a parte, il pubblico a Sanremo conta, fortunatamente, di più. Se scegliesse unicamente il giornalismo anti-talento, la musica italiana sarebbe più noiosa della programmazione del Museo di Rivoli!
Le tecniche d'indirizzo dei consumi di massa attuate da una certa informazione fallisco, quando c'è di mezzo il giudizio del pubblico. Di qui la loro rabbia astiosa e sprezzante.

Quindi - ultraseverità e accanimento del giornalismo anti-talento contro i tre del Volo in quanto dimostrano doti vocali certe, in quanto poco più che adolescenti, in quanto incarnano l'archetipo del puer-prodigio musicale, in quanto cultura pop-classica scelta dal pubblico, in quanto il mainstream può dimostrare originalità, in quanto esempio di come il masscult può farsi divulgatore di cultura alta senza ricalcare la via del midcult.

Ciò sfugge, ovviamente, a chi sia digiuno dei retroscena delle redazioni di quotidiani e settimanali. Una Alessandra Mammì semplicemente omette da anni d'informare sull'arte contemporanea italiana che non rientra nel suo limitato orizzonte d'interessi (vedi articoli dedicati agli artisti del database "Italian Area").
Se Helga Marsala, Daria Bignardi, Michele Monina (che li definisce vecchiminkia con l'astio di un dipendente di MTV) ecc... non possono attuare la furia censoria di alcuni settori specialistici dell'informazione culturale è perché, obbedendo alla legge delle news, sono chiamati a dire la loro anche su Sanremo. Con i risultati di cui sopra. Per capire il conformismo nel quale siamo immersi è necessario che si affacci sulla scena qualche elemento disturbante. Esattamente come nell'arte contemporanea. Errato pensare che quello de "Il Volo" sia un caso isolato: in altri settori culturali il boicottaggio del talento è prassi corrente. Il talento dà fastidio a molti.

Per decodificare un fenomeno musicale marcatamente mainstream ma eclettico e dal sapore postmodern bisognerebbe saperlo situare in una prospettiva critica di genere e sottogenere, di divulgazione culturale della vocalità operistica verso i giovanissimi, quindi educativa, pedagogica. Prospettiva assente nei critici alla Helga Marsala con i suoi parametri di pensiero unico da prodotti-opere-per-musei-arte-contemporanea.

Da notare che, con le stesse argomentazioni capziose, alcuni generi artistici vengono classificati da certi pseudocritici quali prodotti di "perizia tecnica", quindi in certo senso "facili". In uno schema siffatto sono proprio certi sviluppi mainstream del linguaggio visivo a infastidire chi si vuole erigere a unico mediatore tra artisti e pubblico, tra artisti e potere. Le istituzioni d'arte sono usate in Italia come corsie preferenziali...

++++ post in progress (testo e correzioni in via di stesura)