Rinvio direttamente al forum dove rispondo alle assurde affermazioni del filosofo Giovanni Matteucci sulla pittura (e ringrazio Cristiana Curti, Luciano G.Gerini e Savino Marseglia per gli stimolanti contributi alla discussione... tks!)
Come sottolineo nei miei interventi, si tratta di croniche lacune culturali imputabili a una parte della critica d'arte italiana. Può sembrare incredibile, lo so, che """"critici d'arte"""" (virgolette multiple d'obbligo) del tutto ignoranti delle tecniche artistiche (da loro ritenute generi artistici) arrivino a insegnare all'università e dirigere istituzioni pubbliche di prestigio, determinando quindi un'influenza su chi si occupa di ricerca filosofica come lo stesso Matteucci, eppure...
Se poi, dai pregiudizi e dalle grossolanità emerse nell'intervista (scultori e pittori dominatori dei materiali, una tecnica che diventerebbe un'altra, la pittura erroneamente intesa un "genere artistico"), si passa allo specifico del linguaggio pittorico, ci si trova dinnanzi a un'incompetenza totale.
Gli equivoci di Matteucci sulla pittura sono letterari, da feuilleton ottocentesco. Sembra di vedere il pittore "dominatore dei materiali": pennello svolazzante, tavolozza in mano, baffi arricciati, basco di velluto sghembo, mentre l'amante (fimmina o masculo) se ne sta comodamente e languidamente distesa/o sul canapè fumando un sigaretto oppiato. La caricatura
dell’abile virtuoso? Idea dovuta a scorie letterarie prodotte dagli
spettatori esterni dei processi creativi. I medium e la materia
vengono interrogati e indagati dall’artista attraverso il suo fare
intuitivo, più che utilizzati per ottenere un determinato fine.
Innumerevoli i saggi
e riflessioni teoriche dove si leggono le consuete sovrapposizioni
tra termini come tecnica, pratica artistica, medium, genere,
processo, progetto ecc... Verrebbe da dire che
l’insidiosa approssimazione nella terminologia classificatoria
attuata (per i motivi più vari, ma poco nobili) dai critici
attivi nel sistema dell’arte istituzionalizzato ha nel tempo contraffatto, spostato l’uso di alcune nozioni e
categorie sconfinando con successive ricadute in altri ambiti disciplinari contigui. Gli
effetti sono sorprendenti. Il di-di-est Matteucci-Dal Sasso lo
dimostra".
Luciano G. Gerini, nella discussione del forum, aggiunge:
"... a volte capita che siano “i materiali” stessi a suggerire il “concetto”, il lavoro, ed altre ancora a determinare una mutazione nelle intenzioni originarie dell’artista e a fargli dar vita a un lavoro che non aveva “pensato” esattamente cosi’ come ha finito per produrre … a volta l’occhio o la mano si “innamorano” di parti del “materiale” e ne assecondano la natura.
Persino nella foto a volte la scena, vista attraverso il mirino (oramai sul visore), spesso prende dimostra una sua forte “personalità” che contrasta all’idea di fotografia che avevo inizialmente in mente e se finisce per affascinarmi e convincermi: so che quello sara’ uno scatto giusto”

I critici conoscono poco e male (spesso solo per via indiretta e libresca) tecniche, pratiche e processi del fare creativo: è un dato che verifico continuamente. Restano lontani da quel laboratorio alchemico che è la quotidianità dell’artista (e certo non pretendo da loro la dedizione di un James Lord nei confronti di Giacometti!).
Se mi sono soffermato a contestare alcune asserzioni di Matteucci è perché discorsi analoghi sul “dominio assoluto” dell’artista sui materiali, o sul presunto “passaggio dalla pittura alla videoarte” e "dalla scultura all’installazione", circolano con inquietante frequenza.
È vero che alcune pratiche artistiche contemporanee e l’impiego di nuove tecnologie hanno accentuato o sviluppato meccanismi già attivi; ma per molte pratiche attuali si potrebbe sostenere l’esatto contrario: il “dominio assoluto” sui materiali è prerogativa di chi delega ad altri l’esecuzione dell’opera.
Matteucci, del resto, si muove (come noi) all’interno di un sistema dell’arte profondamente inquinato. Non stupisce allora che l’inesausta manipolazione falsificatrice di questioni fondamentali, operata in sede istituzionale, finisca per danneggiare non solo i creativi, ma anche chi svolge ricerca filosofica. Siamo entrambi vittime della decadenza della critica d’arte?
Ci
si potrebbe chiedere, a questo punto, se per commentare con
cognizione di causa le tesi contenute nel dialogo-Matteucci dobbiamo
conoscere i testi citati o essere già allenati a muoverci nella
rarefatta sintassi della sua disciplina, come suggerisce nel forum
SaintLoup.
Rispondo: no + interrobang (!?)
Laddove un teorico
accetta di presentare il suo pensiero in un contesto divulgativo
ammette implicitamente di aprirsi a relazioni asimmetriche con altri
modelli di riferimento nell’analisi dei fenomeni.
Non di rado la
collisione tra essi produce inaspettati chimismi equivoci
compresi.
Matteucci attua il tentativo di applicare idee tratte
dalla concezione scientifica della fisica – inutile ora ribadire la
fertilità di tale prospettiva, cioè l’utilità di ibridare tra
loro discipline di più radicata tradizione verso nuove aperture
conoscitive – ma gli enunciati di fondo contenuti nell’intervista
contengono, a mio avviso, alcune stimolanti ipotesi.
>>>Gli
spunti più originali che mi sollecitano, nella fattispecie
dell’articolo (il “campo dell’arte”), ulteriori riflessioni,
sono due: da un lato il tema del “carattere regolativo anziché normativo”; dall'altro l'affermazione secondo cui “se posso sempre confondere il “mondo”
con una porzione di esso, esponendomi al pericolo della definizione
essenzialista che sclerotizza un fenomeno e lo rende paradigmatico
per l’intera dimensione, il campo appare per principio indefinibile
da qualunque suo singolo e isolato vettore”.
Lo “sclerotizzare
i fenomeni” rendendoli paradigmi unici rispetto al groviglio di
reti e la densità di rapporti in cui si situano li posiziona in una
pericolosa, insidiosa scala gerarchica, e alle gerarchie di
pensiero, solitamente, ne seguono altre ben più concrete e
accentratrici.
>>>in sostanza Matteucci resta vittima di una critica d'arte che ha trovato conveniente chiudere "pittura-scultura" nell'errata accezione di "genere artistico" sì centrale nella storia dell'arte, ma appunto utilizzando tale posizione di centralità come bidone della spazzatura di molti snodi teorici irrisolti.
Quando si è dovuto fare i conti con una prospettiva storica lineare (opposta a quella ciclica suggerita dal postmodernismo) nella quale situare talune sperimentazioni del secondo Novecento, una parte della critica ha scelto una scorciatoia narrativa.
Invece di affrontare la questione sul piano storico e teorico, ha contrapposto la contemporaneità alle pratiche artistiche precedenti inventando una singolare fiaba esplicativa: PUF! La storia dell'arte (tecniche, prospettiva storica, competenze, scuole locali ecc...) è "diventata" l'arte contemporanea, e quindi, per ulteriore slittamento, è "diventata" le sperimentazioni del secondo Novecento. Di tratta di una strategia affabulatoria assolutamente letteraria, non di critica d'arte. Il racconto sostituisce l'analisi.
Per costoro la storia dell'arte stessa è "diventata" le sperimentazioni del secondo Novecento; ogni discontinuità viene assorbita in una falsa continuità retroattiva.
Il tutto comodamente tumulato dietro l'imbiancatura di una white box museale, un esercito di funzionari e decenni di articoli deliranti di una critica asservita alle lobby.
In sostanza Matteucci, attribuendo credibilità alle manipolazioni intellettuali dei funzionari del sistema dell'arte, finisce per commettere gli errori che la sua stessa teoria di "campo dell'arte" vorrebbe stigmatizzare: la sclerotizzazione dei fenomeni e il renderli paradigmatici persino retrospettivamente...