Monday, November 23, 2009

Sunday, November 22, 2009

Due ********** (omissis) al Castello di Rivoli



Hic est locus D.S.K. ******* (omissis) pro criminibus / Marin Fallire
.
agente y9n31t: Spicciamoci. C'è poco tempo. DSK sta cominciando a far danni...

agente x2c45h: Ma se non se lo fila nessuno...è 1 totally bonkers!
agente y9n31t: Shhh...non farti sentire! Guarda ke ti sbattono nelle prigioni del Castello di Rivoli! Il D.S.K. è diventato un soggetto scomodo. L'hanno classificato nei nostri archivi come artista maligno, agente nemico: un 666.

agente x2c45h: Secondo me come agente 666 non vale 1 piffero. Si merita appena la sufficienza, un 666 meno meno meno, un 666 politico.

agente y9n31t: Sei, sei, sei cretino tu! Non cambiare discorso. Cosa c'entra il 6 politico!? D.S.K. ha offeso il libro d'oro dell'élite, è un traditore. Ha attaccato la nomenklatura che si ciuccia Venezia e i loro ********** (omissis) ci hanno ordinato di boicottarlo.

agente x2c45h: Che si fa?

agente y9n31t: Per prima cosa mettiamo un suo "ritratto" a Palazzo Ducale a fianco del dipinto velato del Doge traditore, il Marin Falier, ma invece del velo nero gli sbattiamo sulla faccia una mutanda.

agente x2c45h: Na mudanda onta, diria mi, na mudanda vecia.

agente y9n31t: Ah! Benissimo X2c45h, benissimo. Vada per la mutanda pisciata!

agente x2c45h: E poi?

agente y9n31t: D.S.K. appartiene alla stirpe fetente degli eretici, ha osato porre ********** (omissis) in dubbio la buona novella annunciata dalla critica d'arte, offende le sacre verità dell'arte contemporanea, del GRAAL ready-made - il sacro GRAAL di Duchamp - Ci vuole un'azione radicale. Dobbiamo pianificare una damnatio memoriae già da ora. Il suo nome dev'essere cancellato fin dai registri dell'asilo, delle elementari, della scuola media! Facciamo sparire anche i dossier dove è stato attenzionato dai nostri colleghi dei servizi deviati per numerosi episodi imbarazzanti; persino le cimici che se ne stanno con i registratori tra le zampette sotto i tavolini dei bar devono dimenticarlo! Quelle le ipnotizziamo, gli cancelliamo lo D.S.Kos dalla memoria. Compriamo tutto lo schifìo di opere che ha dipinto - cosa facile visto che i suoi quadri valgono quattro soldi - e le distruggiamo. Le scartavetriamo.

agente x2c45h: Bruciarle non è meglio?

agente y9n31t: No no, vanno scartavetrate 1 per 1.

agente x2c45h: Vero. Meglio. Scartavetriamo. Però togliere tutte le tracce è difficile.

A Venezia ci sono più di 6000000 telecamere x controllare la città, utili anke a noi quando vogliamo ******** (omissis). D.S.Kos filmato mentre corre a fare la spesa, D.S.Kos ripreso quando va a pagare l'affitto, D.S.Kos che si fa i cakki soja.....un'intera vita registrata.
http://nuovavenezia.gelocal.it/dettaglio/venezia-sotto-videoscorta/1673243

agente y9n31t: Col computer oscuriamo nei video la sua immagine. La copriamo con macchie - mutanda!

agente x2c45h: MacchiaKos! MacchiaKosKy!

agente y9n31t: X2c45h! Autocontrollo! Non trascendere! Se non ci fossi io le missioni segrete ce le scoprirebbero in 5 minuti!

agente x2c45h: Chiedo scusa. Scherzetti dello stress, ultimamente ci danno troppo lavoro. In questi giorni mi hanno affidato il compito di ****** ***** ** ******* ******* ***** (omissis). L'ho detto a quelli della ********* (omissis) che ci programmino meglio le missioni! Non siamo ben coordinati. Anche alla conferenza del ministro ******* (omissis), la settimana scorsa, c'era la sala piena, ma di spettatori veri solo tre, tutti gli altri erano dei servizi!

agente y9n31t: AAAAAh sì!

agente x2c45h: Trooooooppo lavoro ultimamente.

agente y9n31t: Già...trooooooppo "lavoro", ultimamente.

Thursday, September 24, 2009

Castello di Rivoli: il silenzio degli artisti

Nel quotidiano La Stampa sono apparsi in questi giorni alcuni articoli sui timori di critici e galleristi per il "vuoto" creatosi al vertice del Museo d'arte contemporanea Castello di Rivoli.
Intervengono, interrogati sulla questione dal giornalista Rocco Moliterni, Bonito Oliva, Fuchs, il gallerista Artiaco, l'immancabile Bonami (che malgrado la fuga a Ellis Island non manca mai di dire la sua su tutto ciò che nell'arte accade in Italia, grazie alla sua collaborazioni con Torino e Venezia) e infine l'assessore Gianni Oliva.
Una polemica dai toni accesi (di oggi il pezzo sulla scelta di Minoli come presidente della Fondazione che gestisce il museo, mentre si fa il nome di Bellini come direttore) nella quale la voce e il pensiero degli artisti non compaiono.
Unicamente Gianni Oliva accenna, in risposta alle critiche, alla necessità di una maggiore apertura di quest'istituzione verso giovani artisti e in direzione di un "rinnovamento nella continuità" (mostre prodotte dal museo e non acquistate altrove, attività didattica ecc...).
Sembra che la gestione del Castello di Rivoli riguardi esclusivamente la critica d'arte, i galleristi, la politica.
Che ruolo hanno gli artisti entro questo quadro? Muti spettatori, sembra.
Mi voglio inserire in tale rumoroso silenzio con alcune brevi considerazioni.
Credo (dal mio punto di vista di artista visivo) sia auspicabile che il nuovo direttore attui un lavoro retrospettivo di chiarimento.
Giustissimo spostare la programmazione di uno spazio che si occupa di contemporaneo verso l'attualità: troppo spesso le istituzioni del settore, quando sono intese in senso rigidamente museale, divengono alibi per non innovare, per non fare ricerca autentica ed anzi, arrivano a trasformarsi quasi in roccaforti dove consolidare posizioni acquisite e avversare, disconoscere i contributi teorici del vero nuovo. Un museo dell'arte contemporanea deve sempre essere anche un po' Kunsthalle ed il rischi sono, diversamente a quanto sostiene Bonami, non tanto di creare doppioni, ma casomai favorire sacche morte, improduttive e conservatrici, poco più che elitari recinti utili come trampolino per la carriera internazionale dei critici.
C'è inoltre da chiarire un punto molto importante, cioè qual'è stata la metodologia attuata dalla Carolyn Christov-Bakargiev nella scelta dei nomi esposti.
Mi risulta che il Castello di Rivoli compaia in quel circuito che "promuove" (su questo punto il loro website non è chiaro) gli artisti presenti in Italian Area, database milanese diretto da un comitato di quattro critici.

http://www.italianarea.it/index_files/italianarea_data/museo.html

Che spazio è stato dato da Rivoli (finanziato dalla Regione per due terzi) agli artisti non presenti in Italian Area (e a quelli presenti)?

Perché Rivoli figura come una sorta di "amico" di Italian Area?

La Christov-Bakargiev è stata una firma del Domenicale Sole24, foglio dove scrive anche Angela Vettese (presidente della veneziana Bevilacqua la Masa nella quale vediamo le stesse esposizioni in programma a Rivoli, come ad esempio quella su Thomas Ruff), membro del comitato dei critici di Italian Area.
Il nodo è spinoso: di quale idea di contemporaneità un'istituzione pubblica deve farsi promotrice? Restituire al pubblico un'informazione ampia e esauriente, un insieme coerente di fotografie sulla creatività della contemporaneità è cosa assai differente che rappresentare il pensiero di un ristretto gruppo di critici.

Altro mio intervento su Italian Area:

http://tranqui2.blogspot.com/2009/07/italian-area-e-il-dizionario-dei.html

Friday, July 31, 2009

Scandalo alla GAMeC di Bergamo


Sullo scandalo GAMEC di Bergamo (Galleria Arte Moderna e Contemporanea): le mie riflessioni
Ho già accenato qui in merito al rifiuto della GAMEC di rispondere alla scaletta di domande redatta dalla redazione del Giornale di Bergamo (formulata in seguito alla mia lettera al giornale). Per quale ragione GAMEC si sottrae ad un confronto con l'opinione pubblica? Se davvero i linguaggi dell'arte contemporanea sono importanti in quanto strumenti di produzione di pensiero, perché vediamo critici d'arte e specialisti della materia evitare un dibattito che potrebbe avere funzione didattica verso i lettori di un quotidiano, quindi di un pubblico non specialistico?
Il sistema dell'arte internazionale parrebbe agire, quando si inserisce in contesti locali, come un livellatore del gusto che tende a porre in secondo piano le tematiche legate al territorio per privilegiare motivi e stili elaborati da pochi centri di riferimento. Di fatto la realtà è più articolata, le variazioni del medesimo modello (che all'apparenza sembrerebbe ripetersi sempre uguale) sono innumerevoli; il sistema, innestandosi nelle differenti situazioni locali, produce ibridi e interagisce con i diversi microclimi culturali.
Certo non è semplice riuscire ad individuare le linee di continuità della cultura locale, gli elementi ricorrenti, le matrici che nemmeno una schiacciante omologazione imposta dall'alto può completamente annullare. L'omologazione in corso è pervasiva e aggressiva, ma superficiale: si nutre di stereotipi, raramente arriva al dettaglio. Fondamentale rimane, quindi, eliminare ogni stereotipo, porre tra parentesi i luoghi comuni tanto cari a certa critica d'arte avvicinandosi ad un determinato territorio con grande cautela, cercando di acquisirne una conoscenza più di dettagli che d'insieme; il tentativo potrebbe consistere nell'effettuare collegamenti, raffronti, paralleli tra passato e presente capaci di restituire alla contemporaneità uno spessore storico, spostandola dalla concezione di un presente ridotto ad attualità e cronaca.
Altra cosa ancora è riuscire a stabilire con precisione dove si collocano gli snodi delicatissimi che legano la parte più profonda del fare intuitivo dell'artista al suo ruolo sociale, al rapporto con il pubblico, e la posizione delle mediazioni che la critica attua tra essi: tale indagine richiede un occhio allenato, poiché come conferma un noto critico in un'intervista al Corriere, con un linguaggio esplicito che non lascia spazio ad ambiguità:

“le varie importanti rassegne, le grandi mostre, tutto il sistema dell’arte dove un centinaio di persone decidono e oliano i meccanismi in un gioco di connivenze, complicità e lobby. Nessuno è indenne. E guardando questo mondo un po’ da lontano mi viene in mente una celebre battuta di Sordi: Qua er più pulito c’ha la rogna”.

Nel sistema dell'arte molto è retroscena, molto di quello che accade, certe dinamiche assolutamente determinanti nella scelta di un artista, ci vengono taciute.
Le possibili soluzioni? Immettere negli schemi ingessati del sistema dell'arte un reagente, elementi disturbanti atti a produrre una modificazione chimica dei composti; gesto impossibile all'interno dei circoli chiusi, nelle riviste specializzate, nei luoghi dove le corporazioni difendono e promuovono se stesse. Il muro di gomma del sistema si può affrontare solo avvicinandolo dall'esterno: quotidiani, opinione pubblica, ecc..
L'altra possibilità è di prendere molto sul serio gli scritti di una critica d'arte alla quale siamo ormai abituati a prestare un'attenzione distratta, quasi si trattasse di cattiva letteratura o, al massimo, di giornalismo d'arte; spesso sono testi costruiti con asserzioni gratuite ed idee tra loro inconciliabili malamente rappattumate, tali da rasentare l'umorismo involontario. La spericolata presentazione della Galleria Contemporaneo di Riccardo Caldura, i pasticci della Fondazione March, l'ingenua "anti-arte" di Wolfgang Scheppe, gli interventi "fantasy"di Vettese, fino ad episodi clamorosi come i “premi non dati” Bevilacqua La Masa firmati Luca Massimo Barbero - vicenda pressoché unica -, sono conseguenze indirette, scorie, direi, risultanti da problematiche irrisolte, residui di un qualcosa d'altro la cui traccia rimane, visibile in trasparenza.

Sì, il silenzio di GAMEC - Bergamo ci suggerisce che in quel luogo si è prodotto, è in corso un coma, un buco nero di comunicazione, una frattura traumatica tra l'intellighenzia espressione del sistema e l'ambiente nel quale essa opera - territorio, opinione pubblica - e ci indica quali sono le tecniche attuate da una casta che si trincera dietro i propri codici specialistici utilizzandoli per accrescere il proprio potere intimidatorio verso il “pubblico” aka “cittadini”.Si tratta di ambienti molto elitari dove le decisioni e tutti i passaggi di consenso del sistema dell'arte vengono prese intorno ad un tavolo da pochi soggetti; individui che pur essendo rappresentanti di istituzioni pubbliche sono incapaci di attuare un confronto dinamico, di dialogo verso l'esterno (artisti, giornali, intellettuali), se non attraverso rigidi canali di gerarchie precostituite.
Intendiamoci: quando si parla, per centri d'arte come la GAMeC, di aperture e nomi "internazionali" dobbiamo pensare non ad un vero interscambio con realtà di differenti culture, diverse in quanto "altre", bensì a collaborazioni tra centri ugualmente isolati nei contesti nei quali si situano; versione odierna di un provincialismo - sinonimo di chiusura - che si colora di globalizzazione e omologazione: sistema dell'arte diluito capillarmente sul territorio in un arcipelago di piccoli centri in rete che rendono sempre più difficile individuare chi è responsabile di cosa e fornisce un potente alibi a chi vuole concentrare il potere in pochissime mani. La loro resistenza come meccanismo di potere risiede nel mantenere una coesione cementata da una koiné comune e dall'esclusione di artisti, pubblico e opinione pubblica dai passaggi di consenso e decisionali all'interno del sistema dell'arte.
Provincialismo + globalizzazione + sistema : "Sistemalismo"?




Un mio precedente intervento:

Tempo fa ho inviato al Giornale di Bergamo una lettera che poneva alcuni interrogativi sulla metodologia adottata dalla GAMeC, la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, nella scelta degli artisti esposti. I giornalisti del quotidiano hanno deciso di dare spazio al mio scritto, formulando una scaletta di domande da sottoporre alla direzione della galleria bergamasca. Incredibilmente, adducendo scuse del tutto risibili, la GAMeC si è rifiutata di rispondere.
Di fatto solo nel mondo dell'arte contemporanea, al contrario di ciò che accade in tutti i settori della cultura, vediamo istituzioni pubbliche - non stiamo parlando di fondazioni private - guidate da intellettuali che si sottraggono al confronto con l'opinione pubblica, al dibattito.


La lettera:


GIORNALE DI BERGAMO 15/7/2009


Artista accusa il museo bergamasco di farsi influenzare da 4 critici
«Arte contemporanea in mano a una lobby»


"Il mondo dell’arte contemporanea è nelle mani di quattro critici che operano nel milanese: Bertola, Ferronato, Vettese e Scardi". Questa, in sintesi, l’accusa che D. S. K. solleva nella lettera che ci ha inviato e che abbiamo deciso di pubblicare a seguito. La questione, stando a quanto sostiene Kos, finisce con il coinvolgere anche un’istituzione bergamasca, la GAMeC, Galleria d’arte moderna e contemporanea.
LA LETTERA «La lettera che vi ho inviato nasce dall'esigenza di segnalare al vostro giornale come nel settore dell'arte contemporanea oggi stanno avvenendo dei fatti che mettono in grave difficoltà le culture locali: un vero accentramento di poteri volto a concentrare in pochissime mani il controllo degli spazi istituzionali d'arte contemporanea. Visitando il sito-database milanese di "Italian Area" si trova, sotto l'indicazione "museo senza centro", una sorta di scacchiera composta di loghi e fotografie di importanti centri culturali italiani tra cui la GAMeC di Bergamo. "Gli artisti di Italian Area sono promossi da alcune prestigiose istituzioni italiane" è la dicitura che accompagna l'immagine. (http : / / www.italiana-rea.it/index_files/italianar ea_data/museo.html). Nella pagina d'apertura, invece ,troviamo la seguente frase: "Gli artisti sono selezionati tra quelli promossi dalle più importanti istituzioni italiane e internazionali, nonché tra coloro che hanno contribuito a determinare l'attuale scena artistica".
Non è necessario essere uno specialista d'arte contemporanea per capire che tra i due "promuovere" c'è un un passaggio che non appare: il comitato milanese di quattro critici (Bertola, Ferronato, Vettese e Scardi) che decide chi rilanciare in tutto il circuito. Perchè la GAMeC promuove gli artisti di quell'archivio milanese? Che spazio riserva la GAMeC agli artisti presenti nel territorio dove opera e ai creativi indipendenti? Io sono un’artista che, proprio a Venezia, ha avviato una polemica che ha portato alla riapertura degli spazi istituzionali ai creativi attivi nel territorio in un'istituzione come la Bevilacqua la Masa, che era ormai uno spazio per valorizzare quasi esclusivamente famosi nomi internazionali ed artisti italiani già noti. Ora si è passati ad una gestione più equilibrata che sposa, insieme all'apertura internazionale (che pure oggi è necessaria per non rinchiudersi in sterili provincialismi), anche un'attenzione per ciò che di valido e propositivo i creativi presenti nel territorio vanno elaborando. La questione "Italian Area", quindi, è da inserire in un'ottica più vasta di chi vuole attuare una sottrazione di autonomia alle realtà locali per renderle succubi di pochi.
La problematica, lo comprendo, è delicata, d'altra parte è giusto che l'opinione pubblica sia informata che non sempre ciò che vede esposto in blasonati musei d'arte contemporanea è selezionato in base solamente a parametri di qualità e di merito. Grazie dell’attenzione, Daniele Scarpa Kos»

Thursday, June 11, 2009

Fondazione March o confusione March?

Fondazione March o confusione March?
Ecco cosa si legge, sotto la voce "Exhibitions", nel sito della Fondazione March di Padova:

"The Foundation intends to work mainly with international, mid-career artists, already established in the art-world yet still little known in Italy, as well as researching and presenting interesting names from our own Country".


Un'affermazione che contrasta con quello che troviamo scritto alla voce "Foundation":

"The March Foundation was created in Padova on the 29th of March, 2007 with the idea of being not only a place, but a plan for contemporary art, engaged in the promotion of independent artistic searches and in the creation of a system that favors the development of free creativity from conditionings and the laws of the market".
 

La versione italiana:

"La fondazione march nasce a Padova il 29 Marzo 2007 con l’idea di essere non solo un luogo, ma un progetto d’arte e per l’arte contemporanea, impegnato nella promozione della ricerca artistica indipendente e nella creazione di un sistema che favorisca lo sviluppo di una creatività libera da condizionamenti e dalle leggi del mercato"
 

.... "Fondazione":

"La fondazione intende lavorare principalmente con artisti internazionali mid-career, accreditati dal sistema dell'arte, ma ancora poco noti in Italia, pur senza trascurare le ricerche del nostro paese. Verranno inoltre affiancate collaborazioni con giovani artisti e workshop.
La fondazione propone la propria linea di ricerca avvalendosi di una rosa di curatori a livello internazionale e lavorando in rete con spazi affini nel resto del mondo".


Le consuete fate morgane del sistema dell'arte all'italiana.
Spiegate alla Fondazione March che "ricerca artistica indipendente" significa valorizzare l'arte e la ricerca senza schemi preconcetti, senza escludere pregiudizialmente forme creative quali l'underground. La scelta programmatica di dedicare una maggiore attenzione agli artisti mid-career accreditati nel sistema significa operare una falsificazione di base di enorme rilevanza teorica che può essere accettata solamente da chi non conosce la storia dell'arte. La March è in quella fase riscontrabile, con le debite differenze, nella crescita di tanti giovani creativi che, nei primi passi della loro maturazione artistica, non hanno ancora compreso che non possono essere tutto e il contrario di tutto e fare arte significa operare una scelta di campo. Leggete gli articoli su di essa disponibili in rete: la reverenza di cui una realtà ancora così informe si trova immediatamente circondata non è certo da stimolo all'autocritica. Alla March ci sono i soldi, c'è - forse - una vaga idea di cultura e di contemporaneità, mancano indirizzi programmatici consapevoli, l'idea di una mission come obiettivo. L'impasse viene di solito risolta dai centri d'arte contemporanea italiani gettandosi nelle braccia accoglienti di qualche critico esponente di spicco di una lobby che fornisce (chiavi in mano) tutto il software teorico necessario, pena, naturalmente, la perdita totale d'indipendenza.

Quale può essere, allora, per un'istituzione che nasce senza una precisa mission di cultura - e nemmeno da un impulso creativo - la soluzione per ovviare ai tranelli, ai giochi di cui rimane inevitabilmente vittima chi si affaccia nel sistema dell'arte senza ancora una piena consapevolezza del proprio ruolo?
Ribaltare gli stereotipi correnti, i modelli imitativi sostituendo alla incerte certezze di oggi delle certe incertezze, facendo cioè della propria debolezza (anche teorica) un punto di partenza. Un semplice atto di pragmatismo, quindi. Una debolezza pienamente consapevole che nel riconoscimento del proprio stato di necessità trova il paradigma fondamentale premessa per costruire e sviluppare nuove possibilità con un maggiore dinamismo (1). Non centro di cultura ma circonferenza, luogo capace di contenere, perimetro neutro che accoglie e mette in relazione molteplici centri di diversa natura, superando in questo modo la prassi di oggi secondo cui autorevolezza significa dispensare, produrre certezze che poi, alla prova dei fatti, sono imitazioni di strategie mutuate da già affermati modelli di riferimento.
Si potrebbe perfino (contrariamente a ciò che è accaduto ad Italian Area a Milano, dove alcuni critici dai gusti affini selezionano una lista di artisti secondo i parametri di un pensiero unico che ammette poche eccezioni, creando insiemi di simili) postulare una logica a sistema binario, insieme di dissimili, che afferma e nega la medesima tesi, esce ed entra dal sistema, tradisce, procede per paradossi, e soprattutto riesce ad includere l'altro da sé: esposizioni curate da critici che argomentano tesi opposte a confronto, contaminazioni dove la parola della critica d'arte e le arti visive vengono affiancate al linguaggio letterario, alla poesia, a forme espressive contemporanee che non hanno come bersaglio il sistema gallerie-musei. Oltre ai (pur utili) consueti concorsi dove l'artista implicitamente delega potere - e centralità - alla commissione che autorevolmente deve certificarne lo status di contemporaneità, pensare nuovi dispositivi che con-corrono a fare arte, valorizzando gli artisti che lavorano in autonomia senza cercare sempre e comunque l'investitura ufficiale delle gerarchie istituzionalizzate. Un sistema dalla mappa sfrangiata, con porte aperte oltre le note, scontate cartoline di palazzoni e gallerie celle frigorifere.
(1) uno dei concetti cardine della mostra "Puer Aeternus" allo Spazio Ponte delle Latte.

Wednesday, June 10, 2009

ITALIAN AREA - trucchi ed incongruenze di un web database

Visitando il sito-database milanese di Italian Area (archivio di artisti scelti da un comitato direttivo composto dai critici Bertola, Farronato, Scardi, Vettese) leggiamo, nella presentazione del progetto:

"Gli artisti sono selezionati tra quelli promossi dalle più importanti istituzioni italiane e internazionali, nonché tra coloro che hanno contribuito a determinare l'attuale scena artistica"

Quali "importanti istituzioni italiane"? Italian Area non ce lo dice: il sito rinvia ad una pagina web inesistente (ed è da molto tempo - sicuramente alcuni anni - che a quella scritta non corrisponde alcun collegamento):

Sotto l'indicazione "museo senza centro", invece, appare una scacchiera con sigle e fotografie di centri culturali d'arte italiani. La dicitura che accompagna l'immagine:

"Gli artisti di Italian Area sono promossi da alcune prestigiose istituzioni italiane"

L'immagine stavolta è molto chiara. La lista (che io chiamerei il listone) riunisce sotto la bandiera di Italian Area spazi espositivi di tutto il Paese. Attenzione: la pagina web museo senza centro non ci dice che "gli artisti sono selezionati" - da Italian Area - " tra quelli promossi dalle..." ma che "gli artisti in Italian Area sono promossi da alcune prestigiose istituzioni".
Non è necessario essere uno specialista d'arte contemporanea per capire che tra i due "promuovere" c'è un un passaggio che non appare: il comitato milanese di quattro critici che decide chi rilanciare in tutto il circuito.
Chi promuove l'intera lista è il medesimo soggetto che sceglie al primo passaggio.

Le "importanti istituzioni" promuovono gli artisti in Italian Area o Italian Area stessa?
E' Italian Area a scegliere gli artisti "promossi dalle" o sono le "importanti istituzioni" a promuovere Italian Area (critici e artisti compresi)?
Sono i quattro critici del comitato direttivo a scegliere o essi sono parte integrante di un unica scacchiera che promuove?
Per quale ragione un sito di tale influenza presenta simili, evidenti incongruenze?
Perché fondazioni private sono poste nella medesima lista di istituzioni pubbliche che hanno tutt'altra mission, cioè il dovere di restituire al pubblico una maggiore obbiettività nell'informazione sull'arte contemporanea?
Le "importanti istituzioni" promuovono gli artisti in che modo? Che differenza c'è tra promuovere un artista ed esporre alcune sue opere?
Gli artisti non presenti in Italian Area trovano, essendo esclusi da questo schema ambiguo (nel quale non è chiaro se le "importanti istituzioni" fanno addirittura parte di Italian Area - Museo senza centro) maggiori difficoltà ad accedere agli spazi pubblici d'arte contemporanea?

A tutt'oggi non troviamo in Italian Area una chiara cronologia sui successivi aggiornamenti, le date di inclusione dei nuovi artisti. Senza una puntuale cronologia non è possibile, per il lettore del sito, ricostruire quali siano le modifiche che il database è andato assumendo nel tempo, come abbia interagito con le nuove tendenze e l'evoluzione del gusto.

Pagine web "not found", affermazioni sconcertanti, istituzioni pubbliche confuse con fondazioni private, foto delle opere in formato francobollo: incredibile la quantità di errori e ambiguità contenute nelle poche pagine web di presentazione del sito Italian Area. Vorrei ricordare che il comitato direttivo del database milanese può avvalersi della consulenza dei più preparati specialisti in materia. Le incredibili incongruenze del sito Italian Area, quindi, non possono essere casuali, bensì frutto di una strategia intenzionale. Il listone "museo senza centro" non è altro che una coda di pavone aperta a bella posta per impressionare gli ingenui, i male informati, per intimidire, negando al contempo centralità alla figura dell'artista.

Un consiglio al comitato direttivo di Italian Area.
Cercate online un dizionario sinonimi e contrari
Usatelo. Capirete che è possibile sostituire uno dei due promuovono con espongono, capirete che è possibile modificare quei commenti terza media che si leggono nel vostro sito.

Il listone della "scacchiera":  daCastello di Rivoli, Castel Sant'Elmo, Centro Luigi Pecci Prato, Gam Torino, Galleria civica Arte Contemporanea Trento, Galleria Civica Modena, Gnam Roma, Macro Roma, Mart Trento Rovereto, MAXXI Roma, Museion Bolzano, Pac Milano, Spazio Sottozero Palazzo delle Esposizioni Roma, Palazzo delle Papesse Siena, Fondazione Bevilacqua la Masa Venezia, Fondazione Adriano Olivetti Roma, Fondazione Antonio Ratti Como, Fondazione Querini Stampalia Venezia, Fondazione Re Sandretto Rebaudengo Torino, Fondazione Teseco Prato, Trevi Flash Art Museum, Futuro Roma, Careof Milano, Via Farini Milano.

Interventi su Italian Area:
http://tranqui2.blogspot.com/2009/07/italian-area-e-il-pensiero-unico.html
http://tranqui2.blogspot.com/2010/02/ia-documenti-1-nasce-ia-exibart.html


Monday, June 8, 2009

architettura_FABULA - architettura e parola


L'architettura_FABULA vuole reintrodurre la parola e il racconto come guida al disegno e al pensiero della forma.


L'architettura_FABULA è un metodo che ogni architetto può applicare, come formula teorica di base, ai propri progetti, al proprio stile. (*)

L'architettura_FABULA prevede, come prima fase del progetto, la scelta di un racconto: romanzo, fumetto, saggio, poesia, biografia. In questo percorso, il testo e il racconto divengono parte del disegno della struttura architettonica, sono contenuti in essa. "Contenuti in essa" significa che essi rimangono dei sottoinsiemi inseriti in un insieme più ampio. Questo passaggio è fondamentale per evitare che narrazione e parola condizionino il progetto in modo assoluto, o per assenza o per presenza.
Nell'architettura del "meno è più" e di "ornamento e delitto" esse sono esterne - per assenza -, risiedono nei testi teorici, e costituiscono la premessa che vincola il disegno in una sottrazione di racconto che si concreta nell'estrema semplificazione delle forme. All'opposto, nell'architettura dell'eclettismo storicistico, dei parchi divertimento a tema, di certo postmoderno, è il racconto, la sua illustrazione, ad uscire da un sottoinsieme determinando - per presenza - il disegno di tutto l'edificio. Nell'archi_FAB la funzione sottoinsieme è perciò fondamentale.
In che modo un racconto, un saggio, un fumetto, ecc.. possono divenire sottoinsieme? Attraverso diverse possibilità:

- Riduzione, come nella stencil graffiti art (o nella sticker art) di parte del testo in una immagine sintetica ripetuta a modulo in sottoinsiemi all'interno del progetto (per sottolineare dettagli architettonici), una sorta di logo dell'edificio.

-Riassunto del racconto ad alcuni passaggi di FABULA da inserire come elementi formali in sottoinsiemi che dialogano con il disegno del progetto.

- Inserimento di parti di testo nella struttura esterna ed interna.

- Elementi tratti dalla scrittura (lettere ecc...) e loro collocazione nella "impaginazione" delle forme architettoniche.

- Scritte-immagini-marchi che richiamano il testo.

- Immagini descrittive della storia inserite in sottoinsiemi utilizzati come motivi di disegno iscritti nella forma architettonica: punti di snodo sulle superfici esterne ed interne. La successione logica degli spazi diviene successione temporale, film.

- Immagini del racconto poste secondo l'ordine logico delle figure retoriche: analessi, prolessi, enjambement, accumulazione, ecc..

- Fare di funzione e parola un sistema binario continuamente in relazione nella dialettica insieme/sottoinsieme.
- Storyboard e struttura procedono in un'unica sequenza.

L'architettura_FABULA non deve essere confusa con la decorazione e l'ornamento.
L'architettura_FABULA è_non_è parola.
L'Architettura_FABULA introduce un pensiero dialettico tra insieme e sottoinsiemi, funzione e parola.

Per l'architettura-FABULA un edificio rappresenta una macchina antropologica che prevede - come in un romanzo - tutte le azioni che essa racchiude: l'entrare, l'uscire, l'affacciarsi, il camminare, ecc... Le superfici di una costruzione sono parentesi (tonde, quadre) che delimitano eventi, storie, azioni: una matrioska. L'architettura produce narrazione, contiene parole. Questo è il punto di partenza, la base sulla quale l'archi_FAB articola una struttura.

(*) L'architettura_FABULA è_non_è uno stile architettonico.

(continua...)
Cari lettori di TRANQUI2, questo testo è un brogliaccio, una riflessione, appunti sparsi utili solo a me. Quindi, per favore, andate a leggervi qualche altro post, fate log-out dalla ghiandola pineale, andate a linkare un ditone a Babbo Natale, toglietevi la web-cam dai piedi. Disconnettetevi. Fuori dai pon pon!