Sunday, July 30, 2017

La virgola di Wilde

Quella che c'è tra "nascere, morire"
Quella che c'è tra "amore, mio"
Quella che c'è tra "scrittore, pittore"
Quella che c'è tra "prosa, poesia"
Quella che c'è tra "Jeanne, Modigliani"
Quella che c'è tra "Vriesendorp, Koolhaas"
Quella che c'è tra "Verlaine, Rimbaud"
Quella che c'è tra "Savinio, De Chirico"
Quella che c'è tra "Kahlo, Rivera"
Quella che c'è tra "bluff, Pivi"
Quella che c'è tra "Jekyll, Hyde"
Quella che c'è tra "dubbio, certezza"
Quella che c'è tra "io, tutti"
Quella che c'è tra "... , ..."
Quella che c'è tra "curator porn, Bakargiev"
Quella che c'è tra "Adamo, Eva"
Quella che c'è tra "amici, amanti"
Quella che c'è tra "nemici, amanti"
Quella che c'è tra "nemici, amici"
Quella che c'è tra "amici, nemici"
Quella che c'è tra "dentro, fuori"
Quella che c'è tra "fratelli, van Gogh"
Quella che c'è tra "fotografo, artista"
Quella che c'è tra "A, Z"
Quella che c'è tra "Cristo, Dio"
Quella che c'è tra "grande, architetto"
Quella che c'è tra "male, bene"
Quella che c'è tra "quindi, dunque"
Quella che c'è tra "così, è"

Wednesday, July 26, 2017

Venezia: l'intolleranza non è segno di civiltà. Multe a tutti tranne che ai lobbisti

Mi capitò tra le mani tempo fa un prezioso volumetto in cui D'Annunzio, con una prosa come sempre alata, insieme alla descrizione dei teleri della Scuola di S.Rocco, annotava nel suo diario veneziano gli echi delle grida dei ragazzini che in quell'assolato pomeriggio estivo nuotavano nell'adiacente canale. La gustosa trouvaille mi richiamò alla mente tanti ricordi e aneddoti tra cui i racconti paterni dei bagni adolescenziali nel Canale della Giudecca, le immagini del documentario  "I nua - Nuotano" di Enzo Luparelli, innumerevoli incisioni e dipinti che restituiscono il rapporto diretto, fisico, esperienziale, di una cultura e di un popolo con l'elemento della vita: l'acqua.

I quotidiani di oggi annunciano il definitivo giro dei vite voluto dall'attuale Giunta sul "decoro" contro la deleteria "inciviltà" dei turisti che deturperebbero l'immagine della città. Multe per tutti: vietato camminare a torso nudo - 200 euro, vietato bagnare i piedi nel canale, vietato suonare e cantare senza autorizzazione - 400 euro, vietato anche solo trascinare la bicicletta per le calli - 100 euro, vietato sostare a S.Marco per mangiarsi un panino in santa pace - 200 euro, vietato gettare una carta per terra (ma qui a S. Croce i bidoni della spazzatura sono spariti), vietato, vietato, vietato. La campagna isterica per il "decoro" registra l'approvazione delle consuete associazioni sempre pronte a sputare verso il basso ma piuttosto timide e remissive quando ci sarebbe da puntare il dito contro qualche salotto influente o contro i colletti bianchi della nomenclatura.

"La  Campagna social e testimonial. L’assessore al Turismo Paola Mar annuncia che a breve la campagna #EnjoyRespectVenezia partirà anche sui social. Le regole della buona educazione saranno così moltiplicate grazie a Twitter, Istagram e Facebook. Nella divulgazione saranno coinvolte anche le partecipate e le società del Comune, da Veritas a VeneziaUnica fino alla Fondazione Musei civici".


A quanto leggiamo, partecipano al coro dei nuovi corifei "sorvegliare e punire" anche i grandi baracconi delle partecipate e financo MUVE, la famigerata fondazione preda negli anni dei più spaventosi lobbismi a partire dall'AMACI, la Gabriella Belli, i protegé della Fondazione Merz, gli allegri comitati direttivi, per non dimenticare l'avversione di chi ha guidato per lustri i Musei Civici ignorando le categorie produttive e gli artisti del territorio.
Più che con l'educazione e la distribuzione di materiale informativo, la "civiltà" del Comune si manifesta con l'inasprimento delle sanzioni come oggi pare sia di moda perché evidentemente non conta il messaggio in sé come fatto educativo. Esso deve essere quantificato in denaro sonante e per questo i vigili saranno dotati di terminale Pos; prassi tanto più grave considerando che bersaglio di tale insensatezza sono anche giovani e giovanissimi dalle limitate risorse che possono reagire nei modi più incontrollabili. Per alcuni di loro 450 euro significano uno stipendio. A tutt'oggi mancano in certi luoghi a rischio dove effettivamente esiste un pericolo reale - Rialto - Ponte delle Costituzione - (pericolo che nulla ha che fare con il "decoro") cartelli informativi adeguati che segnalino i rischi connessi a certe spericolate bravate.

Per l'attuale amministrazione è più auspicabile che un turista svenga per le ben note temperature africane anziché infranga il "decoro" inteso in senso borghese-perbenista cercando un po' di refrigerio o togliendosi la t-shirt (la proibizione vale anche per chi pratica lavori usuranti oppresso dalla canicola estiva?).
Avrei molto da ridire anche sulla questione "rifiuti": in altri paesi lasciare fuori di casa un elettrodomestico con la scritta "funzionante" non è certo segno di inciviltà ma, anzi, testimonia una cultura della ridistribuzione del bene comune. Uno Stato che accentra a sé tutte le risorse, sanziona prima di informare e dimostra intolleranza per le manifestazioni culturali spontanee certifica fino a che punto l'oscena filosofia negativa del denaro, del calcolo, abbia esautorato quella dei valori e della gratuità, la vera pedagogia come valore educativo verso i giovani. Di fatto con l'alibi del "decoro" si espropria l'uso di un bene comune trasformandolo in un problema quasi privatistico.

Tutto ciò che non è "di Stato" e "per lo Stato" si avvia nella Venezia di oggi ad essere giudicato contrario al "decoro" forse fino al punto che - chi se lo ricorda? - rivedremo ancora solerti divise multare e spaventare a morte dei bambini che giocano a campanon in un campo perché imbrattano il selciato. Non potevano allora spillargli 450 euro!

Una mia amica artigiana intagliatrice che aprì un laboratorio anni fa si vide arrivare cinque, e ripeto cinque, vigili per un controllo sull'attività: le fu impedito di esporre un bicchiere in vetro  in quanto non regolare. Ad altri amici artigiani fu contestato che la merce esposta non rispettava la distanza in centimetri dalla vetrina.

(post in progress, testo e correzioni in via di stesura)

IL VENDITORE DI CANNOLE. LE ARTI CHE VANNO PER VIA NELLA CITTA' DI VENEZIA di Gaetano Zompini (prima edizione Venezia 1753). Curiosa, sullo sfondo, la fotografia dei giovani che si tuffano nel canale. Sul tema esiste un breve documentario "I NUA" (nuotano) di Enzo Luparelli.
http://www.ilcorto.it/ilResto_AV/INUA.htm

Wednesday, May 3, 2017

Sunday, April 30, 2017

Beatrice Merz "figliadimarioemarisamerz" il CV horror

Invito i lettori di Tranqui2 di dare un'occhiata al sito sito della Fondazione Merz,  da quanto è scritto Beatrice Merz non è più sotto la label figliadimarioemarisamerz = "figlia di Mario e Marisa Merz"! Cosa è successo?! Sono preoccupatissimo!


Ecco a voi qui il precedente curriculum, da me anche fotografato in cui spiegato (nel sito dell'omonima fondazione) che Beatrice è senza ombra di dubbio "figliadimarioemarisamerz":
Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz, è nata in Svizzera il 5 agosto 1960. Vive e lavora a Torino. Accanto a esperienze curatoriali (due retrospettive, una dedicata a Gilberto Zorio e l’altra a Giovanni Anselmo, una mostra sull’Arte Povera a Oslo e alcune rassegne di giovani artisti), l’attività principale è stata sempre quella editoriale. Ha fondato nel 1986, e tuttora dirige, la casa editrice hopefulmonster specializzata in libri e cataloghi d’arte contemporanea. Nel 2005 inaugura la Fondazione Merzun progetto fortemente voluto insieme al padre. Dal 2010 è direttore del Castello di Rivoli.
Sottolineo che grazie a questo curriculum su cui ogni commento è superfluo, la "figlia di Mario e Marisa Merz" è riuscita persino ad avere un'influenza sulla Muve, la Fondazione Musei Civici di Venezia, conseguentemente alla sua posizione interna al "gruppo d'influenza" dell'AMACI. That's incredible! Questa è l'arte italiana di oggi. E, per chi conosce i retroscena, con gli artisti succede di peggio!

Monday, August 8, 2016

Should Bauhaus be considered an Order of Architecture?

Should Bauhaus (and modern architecture) be considered an architectural order?



http://archinect.com/forum/thread/36407294/should-bauhaus-be-considered-an-order-of-architecture


from the forum :
>>>Frank your remarks are interesting and supported by what we can read in architecture's history books, but... the present is not a history book...

>>>i would overturn the question: what if the present would rather suggest us to review and widen our notion of "architectural order"? The line - Bauhaus - Mies van der Rohe - less is more - etc... has, in the course of time, codified 1 (anti-order) style that, in the end, became an architectural order itself, and the proofs are its duration, permanence, constancy.

Friday, August 5, 2016

Il boomerang di Carolyn Christov-Bakargiev & Co contro il Volksbühne staff

>>>anche Carolyn Christov Bakargiev firma lo sprezzante appello contro lo staff del berlinese teatro Volksbühne e a sostegno del neodirettore Dercon, figura a lungo alla guida dalla Tate Modern.
Sottolineo che Bakargiev per la seconda volta e pochi anni dopo la “figlia di Mario e Marisa Merz” (artisti di una corrente del secolo scorso denominata Arte Povera) a Torino gestisce un'istituzione d’arte pubblica come se fosse la galleria del suo limitato gusto personale e il mausoleo di stato dell'Arte Povera. Evidentemente è proprio tale deriva di estremo personalismo censorio di ogni altra visione, prospettiva, approccio, contesto in nome di una delega dettata dalla politica e da “modelli precostituiti” imposti su scala globale che i lavoratori del teatro tedesco temono, quindi quella perdita di autorevolezza che riduce un'istituzione pubblica alla compiaciuta autoreferanzialità di un unica figura, prassi che invece di elaborare conflitti e posizioni differenti, li omette.
Se alcune istituzioni artistiche torinesi hanno accettato di entrare in una sorta di coma pilotato da decenni, tale scelta ha costi culturali e professionali altissimi e pretendere da altri di inseguire tale deriva è semplicemente assurdo. Giusto e corretto il timore del Volksbühne staff quando in una densa e lapidaria nota osserva il rischio che the artistic processing of social conflict is displaced in favor of a globally extended consensus culture with uniform presentation and sales patterns.

 La casta della cultura gerarchizzata e globalizzata dei firmatari dell’appello parla finanche di “colpo di stato”, si trincera con toni minacciosi dietro l’investitura ricevuta da Dercon dalla politica, quindi introduce implicitamente tra il neodirettore ed i dipendenti del teatro 
(90 staff members e 80 freelancers) quella sfida che mira ad ottenere il silenzio di ogni alterità di pensiero attraverso l’autocensura. 
Gli stessi metodi strumentali da essi solitamente attuati con la categoria professionale degli artisti. 
Tutto ciò in nome della “Berlin’s global stature”, quasi che la “Berlin’s global stature” si alimenti di disprezzo per ogni confronto, dibattito, discussione. 

Il passaggio "at its crudest, the open letter is about power, and the abuse of the privilege conferred by public employment to defeat an individual’s vision" sposta il centro della questione che invece va individuato nella collisione di due modelli differenti di intendere autorevolezza nell'istituzione pubblica, quindi la cultura come elaborazione dei conflitti; ad una strategia divenuta prassi centrata sulla sua restituzione simulata ed estetizzata nell'omissione di ogni elemento non conforme a modelli prestabiliti e uniformati su scala globale se ne contrapone una seconda, impersonificazione catartica di posizioni antitetiche attraverso le nozioni di "personaggio", "scena", "narrazione" in un confronto assoluto con la parola.  
E che dire della "tactic of public denunciation undertaken by Mr. Dercon’s detractors to damage his professional credibility and impugn his personal integrity"? Gli intellettuali del Volksbühne contestano (più che la persona) il modello di cui Dercon è portatore, in cui la "visionary leadership in the museum field" divine alibi per fare censura di stato. GLI attori-clown alla Bakargiev che si atteggiano a pensatori radicali al vertice gerarchico di ricche istituzioni di stato sono un portato del tardo postmodernismo: un'idea di avanguardia e ricerca completamente finzionale, la loro.
 
Ecco il testo dell'aggressiva risposta, senz'altro un effetto boomerang per gli argomenti utilizzati, i toni allarmistici completamente fuori misura in quanto rivolti anche (oltre che al potere politico) a quelli che dovrebbero essere i futuri collaboratori del neo-direttore; suona come un chiaro alibi dato a Dercon di scavalcare già l'influenza dello staff del teatro i cui timori risultano ancor più fondati e dimostra la difficoltà di intavolare una discussione con figure che ad ogni divergenza fanno pesare il proprio ruolo gerarchico.

Open Letter from Concerned Cultural Actors about Recent Discussions Surrounding the Directorship of Volksbühne in Berlin
Dear Mayor Michael Müller,
Last week we read with interest and dismay the open letter authored by 90 staff members and 80 freelancers of the Volksbühne in Berlin in opposition to the appointment of Chris Dercon as the incoming director of the theater. In normal circumstances of employment-related dispute between members of management and staff, we would have taken a more circumspect view of this letter.

However, because the main goal of the open letter was intended as a mechanism to reverse the directorial mandate vested in Mr. Dercon by the Berlin Senate, we did not want to stand aside and witness a miscarriage of justice being perpetrated. Nor did we want to sanction, without public comment, the tactic of public denunciation undertaken by Mr. Dercon’s detractors to damage his professional credibility and impugn his personal integrity.
Indeed, one can grant the authors of the open letter the fact that Mr. Dercon comes from the museum world and not the theater field. That is not in dispute. Nevertheless, for signatories of this letter to make the claim that his association with museums is liable to bring to Volksbühne “a global consensus culture with uniform presentation and sales patterns” is risible, as is the claim that there is one single truth presided over by those who signed the open letter. Given its derisive tone and the a priori judgment of a cultural programme that has not yet been realized, the substance of the open letter makes it clear that there is a different agenda at work.
A cursory reading of the complaints and the charges leveled within the letter reveals clearly that the motive is not about jobs or the defense and protection of the legacy of the Volksbühne; nor is it about art and the fearless engagement with ideas. At its crudest, the open letter is about power, and the abuse of the privilege conferred by public employment to defeat an individual’s vision. In the single-minded pursuit of an agenda of public co-optation, the signatories of the letter have bypassed all objective standards for serious debate and have descended to employing fear and censorship to oppose ideas they may not support.
The concerted public circus that surrounds the appointment of Mr. Dercon, the lack of decorum in the reception of his appointment, and, above all, the inability of his detractors to accord him even the most minimal courtesy, should be professionally embarrassing and damaging to a city of Berlin’s global stature. If the city accedes to a narrow-minded and self-interested coup d’etat, it will have succumbed to cheap innuendo and failed to defend the professional basis upon which Mr. Dercon was appointed. Berlin will also relinquish all claims to being an open city, a cosmopolitan place where professionals can accept an appointment in good faith with the freedom to think adventurously and create beyond the conventional bounds of institutional structures.
At the risk of restating the obvious, Chris Dercon brings with him to Berlin strong record of visionary leadership in the museum field over three decades. He has built and skillfully managed strong and thriving institutions, and has a global view of the importance of art and ideas in instigating change. As a highly respected figure in the field of contemporary art he has supported, nurtured, and realized the critical visions of artists; he has relentlessly demonstrated a commitment to experimentation and risk-taking; and in so doing earned the trust and admiration of peers.
In lending our support to Chris Dercon, it is our hope that common sense will prevail over alarmist sensationalism. We also wish to note that every change of leadership by definition is a vote for creative rupture. To bring excellence and vitality to culture we must constantly dare to appoint new stewards of institutions, who are charged to challenge and reimagine their place in our cultural, political, and moral reality. Given his record of accomplishment over the last three decades, we believe that Mr. Dercon is not only eminently positioned to lead the Volksbühne; he is also a bold and inspired choice. We applaud the Berlin Senate for inviting him to Berlin. Furthermore, we are convinced that Mr. Dercon will leverage his prior experience in some of the world’s most respected and renowned museums to reinforce and enhance the deserved reputation of the Volksbühne.
Okwui Enwezor
Director, Haus der Kunst, München, München

Hans Ulrich Obrist
Director, Serpentine Gallery, London

Hortensia Völckers
Executive Board / Artistic Director, Kulturstiftung des Bundes, Halle

David Chipperfield Architect
Thomas Weski Curator
Ulrich Wilmes
Chief Curator, Haus der Kunst,

Rem Koolhaas, Architect
Jacques Herzog, Architect
Bernd Scherer
Director, Haus der Kulturen der Welt, Berlin

Richard Sennett
Professor of London School of Economics

Alexander Kluge Filmmaker and Author
Manthia Diawara
Professor, New York University

Peter Saville Designer
Christine Macel
Chief Curator, Centre Pompidou, Paris

Konstantin Grcic Designer
Sabine Breitwieser
Director, Musuem der Moderne, Salzburg

Anne Teresa de Keersmaeker Choreographer
Carolyn Christov-Bakargiev Director, Castello di Rivoli, Torino
Adam Szymczyk Director, Documenta 14
Dirk Snauwaert Director, Wiels, Brussels
Matthias Mühling
Director, Lenbachhaus, Munich

Phillipe Parreno Artist
Susanne Gaensheimer Director, Museum für Moderne Kunst, Frankfurt a. Main
Friedrich Meschede
Director, Kunsthalle, Bielefeld

Kasper König
Curator, former Director Museum Ludwig, Cologne

Thursday, August 4, 2016

La cattiva letteratura di Riccardo Caldura

 Previsioni meteorologiche (by Colonnello B.)

Caldura firma interventi che non sono critica d'arte e vorrei che nessuno li confondesse per tali. Siamo dinnanzi a testi ibridi che utilizzano l'arte visiva solo come pretesto, reperto inerte sul quale, più che applicare, direi proiettare astratti esercizi retorici - come nel pezzo sul ruolo del “direttore artistico-Biennale” - sovrabbondanti di nomi altisonanti, schemi gerarchici, scenari globali, e condizionate in senso ideologico. Esercizi accademici in cui l'unica risposta possibile ad ogni ipotesi sembra sia un professorale scetticismo dubitativo e dove risulta assai difficile rintracciare riferimenti che possano introdurre alla comprensione del linguaggio visivo e di una poetica d'artista: le opere d'arte esposte in Biennale sono praticamente assenti nell'articolo, resta un mistero perché ne facciano da corredo illustrativo.
In quanto scrittura ibrida risulta incollocabile in alcuna disciplina specifica tranne che in quella bolla di cattiva letteratura di chi vorrebbe riportare la fenomenologia delle arti visive (e la radicale alterità
di pensiero che rappresentano) nell'alveo dei dispositivi propri del linguaggio verbale senza passare attraverso il metodo critico, gravandola di un'enfasi tale da evocare tragicomici bollettini meteorologici: 


Alla Biennale di Enwezor può davvero essere affidato il compito di cogliere non solo l’orizzonte presente, ma anche le lontananze, il diradarsi delle foschie?

Telefoneremo al Colonnello Bernacca. 
I risultati? Cercate la recensione dove Caldura, dopo averci informato sulle sue (non di un artista) congetture filosofiche osservando mozziconi di sigaretta tra i masegni di Venezia, visita una mostra a Punta della Dogana senza “comprendere” nulla, a suo dire perché non c'erano chiare didascalie esplicative accanto ai titoli di opere troppo poco verbalizzate per le sue aspettative. Davvero, se le opere lo lasciano indifferente, non c'erano cicche su cui filosofeggiare alla Biennale di Enwezor?

"Me ne sono venuto via dalla mostra di Danh Vo guardando la griglia ordinata dei masegni, le pietre che pavimentano Venezia. Ogni tanto nell’intersezione fra pietra e pietra un resto di sigaretta, un paio di petali caduti del giardino accanto alla strada, una vaga impronta di gomma masticata. Anche la luce giocava un suo ruolo, dato il cielo di nuvole che andavano e venivano”.
Perfetto incipit per un brutto romanzo.

L'opera e il suo doppio

Il suo antimetodo prevede una costante preoccupazione dimostrativa: l'arte visiva secondo il R.C. deve costituire la didascalica appendice visiva di un'etichetta già data, certa, dogmaticamente predefinita. Non è quindi l'opera nelle sue evidenze formali oggetto di interpretazione, ma il doppio verbalizzato ad essa collegato: senza didascalie esplicative appiccicate sui muri l'opera sembra per lui non esistere.

"La critica non ha niente di normativo e utilizza le definizioni generali solo per arrivare al caso singolo" scrive Alfonso Berardinelli; per Caldura le definizioni generali professoralmente definite e dalle quali, manco a dirlo, ogni nozione di negativo e di ludico risulta omessa, divengono invece il cardine centrale di una prassi fondata su un uso strumentale dell'arte e degli artisti.
Antimetodo alimentato da una fortissima avversione per la radicale alterità verso i linguaggi verbali che l'arte visiva incarna; da essa sono attentamente espunti tutti quei dispositivi che la rendono una forma d'arte davvero autonoma. Insomma, il classico intellettualino che considera tutti quei fenomeni non verbalizzati o non facilmente verbalizzabili didascalicamente cultura di serie B.

Il vuoto di poetica d’artista che riscontriamo nelle opere delle sue mostre è dovuto al fatto che sono selezionate per un uso strumentalmente dimostrativo, quasi pittogrammi di icone web che linkate rinviano lo spettatore al testo verbale che ne costituisce una giustificazione. L’opera viene scelta per la sua inespressività in quanto mero correlato visivo di un testo.

I suoi scritti sono di una noia micidiale - poco letti - e in questo assolvono in pieno alla funzione di accreditare la penna conformista che li redige in certi ambienti di colletti bianchi, pseudo-intellettuali di stato e funzionari contigui al partito di turno, al circolo di nomenclatura universitaria di turno. 
L'avversione verso gli artisti e il loro ruolo sociale si manifesta con ancor più astio quando, assai di rado, si arriva ad un confronto reale e non simulato, senza quelle distanze che gli pseudo-intellettuali di stato creano intorno a sé.
Ecco la risposta che ho ricevuto in un forum:

"Riccardo Caldura
Puntuale come la grandine sull'uva a fine agosto da qualche parte sul web ti arriva il commento livoroso e inutilmente polemico di un personaggio che a Venezia ha assai dubbia credibilità: tale K, fratello in ombra di un ben più noto protagonista della vita culturale veneziana. Che dire? Guardare il cielo, sopportare con pazienza e tirare innanzi...pensando a Francesco e alla pace nel mondo, sperando che anche Kos riesca a trovare un giorno una qualche serenità (e di meglio da fare che inventarsi blog miserelli grazie ai quali provar a supportare i suoi lavori)"


Evidente la scorrettezza argomentativa contro un artista che sembra non possa esprimere il proprio pensiero quasi appartenesse ad una casta inferiore solo oggetto di giudizio dall'alto, il retrogrado familismo italico di chiamare in causa persone a me legate da vincoli di parentela, secondo il quale non conta ciò che una persona dice e fa, ma il clan a cui appartiene (e forse la prossima volta saranno nipoti e cugini), doppiamente inquietante in quanto è il migliore modo per creare un clima di veleni e di dare un chiaro segnare a quegli artisti che vorrebbero esprimere un opinione ma non lo fanno per timore.
Un artista non "supporta" assolutamente il proprio lavoro con dei blog di dibattito che anzi hanno un effetto controproducente in quanto la delega della parola alla critica è ritenuta fondamentale dai colletti bianchi abituati a parlarsi addosso da soli da decenni, ma Caldura non possiede gli strumenti per analizzare tali aspetti del presente, essendosi cristallizzato ad una modernità idealizzata senza l'elaborazione dei conflitti e l'utopia in essa originariamente contenute, ma mantenendone certe derive di strumentalizzazione ideologica. Quindi doppiamente ipocrita nel negare agli artisti la possibilità di parola. Tanti come lui ricavano dall'impreparazione del grande pubblico una costante rendita di posizione: se un taglio di Fontana ancora può scandalizzare alcuni, i tanti Caldura dell'oggi invece che insegnare al pubblico il superamento dei pregiudizi speculano su questo gap informativo. La loro "mission"? Sostituire i vecchi pregiudizi con pregiudizi nuovi.

Vediamo oggi tanti filosofi mancati occuparsi di arte contemporanea: grazie alla grande confusione terminologica e di metodo esistente nel settore possono trovare uno spazio di visibilità senza il rigore teorico e la capacità innovativa richieste in altre discipline. Il trucco è manipolare gli argomenti con stile affabulatorio da cattiva letteratura e aggiungere al minestrone qualche citazione altisonante, fornendo così al potere culturale un alibi per far fuori i rappresentanti di un'alterità radicale. Tutte operazioni che trovano le loro vittime, spesso numerose e consenzienti poiché il talento e l'alterità danno fastidio a tanti, in Italia a tantissimi. Il talento puro presenta delle resistenze a farsi strumentalizzare.

Quando un'istituzione pubblica cade sotto l'influenza di tali figure solitamente smette di 
fare informazione e inizia la propaganda di stato contro l'autonomia dell'arte (parallelamente alla censura di ogni tendenza che contraddice tale assunto) come è accaduto alla Galleria Contemporaneo di Mestre dove abbiamo visto addirittura la presentazione di una lista politica vicina al professore.
Importante capire che la sua posizione prevede una netta avversione verso l'alterità che l'arte visiva rappresenta; ogni fenomeno del sapere deve essere riportato agli automatismi del linguaggio verbale: c'è nell'insistente reiterarsi dei medesimi modelli quasi una logica di scambio simbolico, un fallocentrismo del pensiero maschile unico che deve disinnescare quell'altro-da sé (l'altra da sé) letto quale potenziale aggressiva negazione del proprio "centro". L'arte per Caldura non ha un valore conoscitivo, non è un ponte gettato verso l'altrove, la utilizza per riaffermare la propria centralità.

(post in progress - testo e correzioni in via di stesura)

Saturday, June 27, 2015

Giovanni Matteucci #2: i salvagenti filosofici dell'ex studente

>>>un ex studente di Giovanni Matteucci è intervenuto nella discussione già citata nel blog Tranqui2 cercando di soccorrere le bislacche teorie del filosofo docente Università di Bologna.
Gentile Inchierchia, apprezzo la sua capacità argomentativa e la correttezza di firmarsi nomen + cognomen piuttosto che nick + name  ma, mi creda, è inutile lanciare salvagenti filosofici di salvataggio ad una zattera estetica che affonda.


>>>dobbiamo metterci d'accordo sui termini che utilizziamo per definire i fenomeni presi in esame ancora prima di interpretarli. Quella che Matteucci implicitamente considera pittura non lo è assolutamente in quanto ascrivibile all'ambito delle pratiche pittoriche dell'arte contemporanea (e non solo perché il pittore non è dominatore dei materiali). Lo spostamento di argomenti attuato da Matteucci (non dai commentatori del thread) risiede nella terminologia impropria; i suoi modelli classificatori possono essere considerati validi al massimo per un'idea di pittura-pittore letteraria feuilleton o (forse, non sempre) per il manierista da cavalletto che produce opere funzionali al mercato turistico (ma un tale Giacomo Guardi produceva "quadretti" destinati a tale circuito).
Partire da tali cliché letterari attinenti all'ambito del romanzo, del teatro, del libretto operistico per arrivare poi con un salto mirabolante (come lei stesso Inchierchia fa) alle “pratiche artistiche contemporanee” costituisce, appunto, un errore di metodo. Stiamo parlando di romanzo ottocentesco, di souvenir turistici o di arte visiva? La critica d'arte arriva molto dopo tali grossolane semplificazioni. 
In "Leggere è un rischio", un critico letterario autentico come Alfonso Berardinelli correttamente afferma: "la critica non ha niente di normativo e usa le definizioni generali solo per arrivare alla descrizione del caso singolo". 
>>>in sostanza Matteucci finisce per commettere gli errori che la sua stessa teoria di "campo dell'arte" vorrebbe stigmatizzare: la sclerotizzazione dei fenomeni ed il renderli paradigmatici talvolta persino retrospettivamente, errore certamente mutuato dall'anti-metodo di tanti funzionari dei “musei contemporanei” che avvelenano l'arte italiana da decenni. Lo ripeto: Matteucci resta vittima delle manipolazioni intenzionali di costoro come lo siamo noi artisti che facciamo ricerca artistica autentica e non intrattenimento museale...

>>>per altri esempi di spostamenti di terminologia dell'arte rinvio i lettori del blog alla mia recensione del saggio "Arte contemporanea" edito dal Mulino che nella sezione "Quanto capiamo dell'arte antica?contiene sequenze multiple di spostamenti...

>>>La critica d'arte intesa quale disciplina ordinatrice arriva molto dopo la semplice individuazione dei fenomeni. Lei scrive ”non si tratta insomma di classificare o catalogare le arti”. Quali arti? L'arte pasticciera dei trionfi da tavola in cui anche un Bernini ed altri eccellevano? Per individuare i fenomeni (non per classificarli od organizzarli in una accezione di attribuzione di valore) Matteucci utilizza una terminologia mutuata dalla critica d'arte. Ma quella utilizzata da Matteucci per focalizzare “oggetti estetici” è una terminologia spostata, qui risiede il suo errore di categorizzazione. Il pittore Mario Cavaradossi, personaggio della Tosca, va collocato nell'ambito del libretto operistico e della storia del teatro non certo nell'arte visiva ma tale distinzione non rientra nella critica d'arte, la precede.


Matteucci:
“Il passaggio che sottolinei dall’estetica del cercare all’estetica del trovare – è stato elaborato seguendo
sollecitazioni che provengono direttamente dalle esperienze
contemporanee dell’arte”, “Mi sembra che esprima efficacemente una trasformazione che ha subito la concezione della creatività nel corso dell’ultimo secolo. A un’idea secondo la quale chi crea va autonomamente e liberamente in cerca di materiali di cui disporre con dominio assoluto per renderli veicolo della propria ispirazione, è subentrata tendenzialmente un’idea di creazione che tiene in massimo conto i vincoli posti.
“La dimensione performativa – in termini più compromessi, se si vuole: spettacolare e spettacolarizzata – che è sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee (due casiemblematici: il passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione) mi sembra che testimoni appunto questa metamorfosi della creatività”.

Chiarissimo qui il processo affabulatorio derivato dal metodo antistorico della critica contemporanea che costruisce delle narrazioni sulle prassi e tecniche artistiche che “diventano” altre tecniche, comparando “oggetti estetici” disomogenei. Matteucci fa narrazione pura quando favoleggia sul "passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione": si tratta di pratiche diverse e non di generi artistici, quindi sono discipline autonome ed è errato porli in una prospettiva in divenire. Non stiamo discutendo di teorie artistiche, di poetiche militanti o di definizioni generali vs. caso singolo né di attribuzioni di valore ecc, Matteucci, come tanti teorici, proietta sull'arte visiva i suoi schemi di verbalizzazione. Quando ritiene “La dimensione performativa” - “sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee” tesse delle narrazioni su oggetti estetici disomogenei, pone Cavaradossi vicino alla Abramovic.
>>>post in progress >>> testo e correzioni in via di stesura