Friday, June 28, 2019

Osservatorio Difesa Artisti

Tranqui2 è blog di riflessione e documentazione dell'Osservatorio Difesa Artisti

Wednesday, April 24, 2019

Museo Madre - area parcheggio area pandeggio

 
>>>Andrea Viliani >>>Museo Madre  >>>area parcheggio - area pandeggio
 
 
Viliani: "condivido che l'arte dovrebbe essere più implicata dalla politica e più strumentalizzata dalla politica, effettivamente, perché vorrebbe dire che la politica riconosce all'arte quel ruolo simbolico straordinario che ha sempre avuto".
 
Dichiarazioni sconcertanti condite da gesti-caricatura in coppia con i nomi che contano; dichiarazioni per le quali Viliani sembra non sia tenuto a darci un chiarimento...


Saturday, June 23, 2018

Milovan Farronato e l'inquietante "Museo Senza Centro"

>>>Milovan Farronato faceva parte della commissione di 4 critici del database Italian Area nel periodo dell'inquietante operazione Italian Area - "Museo Senza Centro", progetto di cui Tranqui2 ha evidenziato le sorprendenti incongruenze in un lettissimo articolo. Cercatelo tra le etichette del blog...
 
>>>caricatura by DSK - BLOG

 
Quest'anno registriamo un nome del database "Italian Area" invitato da Farronato al Padiglione Italia della Biennale 2019, spazio espositivo pubblico che andrebbe ribattezzato Italian Area Pavilion: nel 2016 erano ben due.
Stessa musica al Premio Maxxi: se sommiamo i premiati e la marea di nominati potrebbe essere anch'esso chiamato Premio Maxxi Italian Area. D'altra parte il Maxxi faceva parte della scacchiera "promotrice" del progetto Museo Senza Centro e vediamo il nome della Vettese partecipare in giuria... Evidentemente continuano ad essere loro sponsor occulti. Utilizzano l'attenzione mediatica sulla programmazione delle istituzioni pubbliche per fare disinformazione e indirizzare l'arte italiana verso i loro circuiti.

Nell'articolo citato troverete la famigerata scacchiera con la dicitura: "Gli artisti di Italian Area sono promossi da alcune prestigiose istituzioni italiane". Tra i riquadri, sulla destra, la scritta "MAXXI Roma".

>>>post in progress - testo e correzioni in via di stesura

Sunday, February 18, 2018

"HOME"

“HOME”
>>>undoubtedly the computer has changed design practice and has become increasingly important but it is interesting to observe an inverse process, the influence of the metaphorical use of architecture in the language of the web. The “HOME” icon presents a metaphorical variation of the notion of a building just as some postmodern architecture.
http://archinect.com/kosscarpakos/project/home

Tuesday, January 9, 2018

>>>furto a Palazzo Ducale

>>>ostregheta
i ga ciavà
i gioiei
del Marajà

Thursday, December 21, 2017

LUCA VISMARA ANCH'IO (con o senza Rudy Zerbi?)

 
Rudy Zerbi + Luca Vismara
Luca Vismara anch'io. Sì, perché che sia AMICI 2017 - 2018, BIENNALE D'ARTE, Premio dei Premi o Talent dei Talent, la questione non cambia poi tanto quando c'è di mezzo il rispetto per noi artisti.
Il cantante, durante la trasmissione televisiva AMICI 2017, ha evidenziato i numerosi errori di valutazione commessi da Rudy Zerbi nel giudicare altri partecipanti al talent. Quando dalla posizione di insegnante-critico si colpisce con una stroncatura spietata un artista-allievo che per arrivare dov'è ha già superato casting e audizioni di massa non si può di certo aspettarsi sempre in risposta il piagnucolamento sottomesso di "una lacrima sul viso". Il mondo musicale di Luca evidentemente prende a modello certe operazioni discografiche revival del Nord Europa che citano l'Italo Disco '80 (di Italo Disco il blog Tranqui2 ne sa qualcosa...). Zerbi non le conosce o non le apprezza, ma ritengo giusto che dia più tempo all'allievo.
Sarà interessante, in ogni caso, verificare se Luca riuscirà a trasformare il suo mondo musicale verso quel qualcosa d'altro che il contesto gli richiede, e come.
Ma c'è chi usa il suo ruolo per giocare al gatto col topo con gli artisti come accaduto anche al sottoscritto con quella "critica d'arte" Angela Vettese che non perde occasione di disprezzare gli artisti italiani a cui deve tutto e di attaccarmi (perfino nel forum di una istituzione pubblica) perché ho espresso pubblicamente e liberamente delle opinioni sulla Bevilacqua La Masa da lei diretta, cosa che altri artisti hanno il timore di fare.
Alè! Ogni tanto qualcuno sa rispondere a tono e questo non può fare che piacere... chapeau!
 

Italo Disco Luca

Friday, December 15, 2017

GUIDA a TRANQUI2

Consiglio ai lettori che visitano per la prima volta TRANQUI2  i post che ritengo essenziali: i due su Giovanni Matteucci e la recensione di "L'arte contemporanea" di Vettese edito da Il Mulino. I punti fondamentali risiedono nella terminologia manipolata e nel metodo antistorico da loro utilizzati per descrivere i fenomeni artistici.

http://tranqui2.blogspot.it/2013/03/il-saggio-groviera-larte-contemporanea.html

http://tranqui2.blogspot.it/2015/06/giovanni-matteucci-2-i-salvagenti.html

http://tranqui2.blogspot.it/2013/04/giovanni-matteucci-la-critica-darte-e.html

Monday, December 11, 2017

>>> Alessandro Michele >>>Michele Danieli >>>Daniele K: caso GUCCI - PITTI

 Nel blog di Michele Danieli sul caso Gucci - Pitti...

DSK ha detto:
Alessando + Michele + Michele + Danieli? >>> considerando l’ironia e la jeunesse che si respira in questo blog sarebbe stato lecito aspettarsi una lettura un po’ meno ovvia professorale dell’evento Palazzo Pitti che va visto con uno sguardo allenato alle subculture giovanili e al fashion design. Gli orrori della cultura contemporanea stanno da tutt’altra parte, nelle lobby dell’arte, nelle pretestuose iperspecializzazioni, nella mancata valorizzazione dei talenti, nei musei d’arte contemporanea usati per far politica. Quindi ben venga la collezione Gucci (con le cautele necessarie, naturalmente, e senza le luci roventi che già nello studio di qualche fotografo han fatto squagliare i quadri) che è costata quanto la moda è sempre stata pagata in ogni epoca comprese quelle “fotografate” nelle cornici a foglia oro di Pitti che ogni tanto un pochino di stile “siglo de oro” Dolce&Gabbana l’hanno pure loro. C’è un termine per capire il pensiero dietro il lavoro di Alessandro Michele – Gucci: fluidità. La fluidità del fashionista accanito le manca, caro Danieli, ma impegnandosi potrà recuperare >>>difficult not to feel a little bit disappointed

micheledanieli ha detto:
Gentilissimo,
ma si figuri se io ho qualcosa contro Alessandro Michele o contro Gucci.
Se legge bene vedrà che mi fanno un po’ impressione, ma niente di più.
Certo, “capire il pensiero dietro il lavoro di Alessandro Michele” è fuori dalla mia portata, questo lo ammetto.
E ammetto anche più di una deriva D&G nelle cornici Pitti, giustissima osservazione.
Cercherò allora di essere più chiaro: mi sembra incredibile che il direttore di uno dei più importanti Musei del mondo sia ansioso di trasformare gli Uffizi in un “marchio”, in modo da poterlo svendere a una sedicente upper class che dimostra il massimo disinteresse per gli oggetti ivi contenuti (che sono poi il motivo per il quale il Museo esiste).
Questo è il punto.
Poi ci sarebbe la questione delle nomine dei direttori, dei veri motivi eccetera.
Ma questo sarebbe davvero un discorso di poca jeunesse.
MD

Sunday, December 10, 2017

>>>Angela Vettese e l'artista che defeca in pubblico e si accoppia con i cani: il gusto di chi disprezza gli artisti italiani (su Arte Fiera Bologna)

 
 
>>>caricature of Vettese as Pinocchia spitting on Italian artists

>>>Con l'ipocrisia che sembra essere il suo marchio di fabbrica o forse condizionata dall'estetica dell'inautentico di cui è una delle italiche promotrici, Vettese rilascia un'ultima intervista (nel suo ruolo di direttrice ARTEFIERA) per esternare disprezzo come di consueto non verso le falle del sistema e i poteri forti, ma puntando verso il basso contro il segmento più debole, gli artisti italiani.

Ogni esternazione di Lady V. va tradotta tenendo conto del vocabolario mentale lobbista: quando parla di "artisti italiani", lei sta pensando al circolo dei creativi suoi Protegé e, infatti, cita la Biscotti che figura nella lista della lobby-archivio Italian Area di cui V. è una delle piazziste ufficiali.
In quanto al genericissimo "noi siamo classici" mai "convinti fino in fondo" (sempre riferito agli artisti italiani), anche questo punto richiede un chiarimento, soprattutto per chi non conosca i pregiudizi e i dogmatismi del suo percorso di """critica d'arte""" (tra molte virgolette). Per i parametri di gusto di Vettese che interprertano il senso del tragico con un sensazionalismo assolutamente gratuito come in quel performer da lei magnificato (ma molto amato anche da C. B.) che per realizzare metafore artistiche si fa fotografare accoppiato con i cani, rilascia escrementi in pubblico e si fa chiudere in gabbia naked, qualsiasi operazione intellettuale non condizionata da una preoccupazione dimostrativa attraverso l'iperbole (in addizione o in sottrazione), qualsiasi opera che presenti un certo grado di raffinatezza intellettuale suggerita e non urlata non viene nemmeno presa in considerazione oppure bollata come "classica" in quanto mancante di eccessi pretestuosi e giullareschi (anche quando vorrebbe proporsi stilisticamente rigorosa). Loro, tale preoccupazione didascalico-dimostrativa, la chiamano thinking art.
Sono quindi artisti multiuso, i suoi: non solo li spostano come pedine sulla scacchiera, ma all'occorrenza fanno anche da bersaglio a malumori e lune storte. Se Vettese pensa che gli artisti siano tutti disposti a fornicare con i cani e defecare in pubblico per compiacere il suo cinismo, la sua mancanza di gusto... lo vada a fare lei (e certi suoi colleghi) all'università, alle fiere d'arte e il titolo glielo trovo io, o dinnanzi alle lobby politiche. Esclamare come fa lei alle sue conferenze "strumentalizzateci!" è cosa indegna. Questa è l'etica che trasmette ai suoi studenti. E' quel volto sprezzante e supponente di una certa nomenclatura: puntivi e severissimi con chi produce, ossessionati nel manipolare i più deboli.

Lei e Riccardo Caldura inducono i creativi a pratiche di facile sensazionalismo, mantenendo al contempo verso il pubblico una perpetua attitudine manipolatoria: quando V. nel contesto dell'intervista cita la Biscotti vuole trasferire nell'interlocutore l'implicito messaggio che sia accettabile far collimare la sua scuderia di artisti-pedine con l'arte italiana tout court; quando dice "classici" riferendosi alla produzione attuale, intende in realtà spostare la nostra nozione del termine, farci credere cioè  che "essere convinti fino in fondo" sia adeguarsi al suo aberrante cattivo gusto, accettare di accoppiarsi "fino in fondo" con i cani, espellere le feci in diretta, per uno sguardo critico che non prevede identificazione con l'opera e l'artista ma una fruizione puramente cerebrale.
L'abbiamo ben capito di vivere un momento tragico, tragicissimo: io ne sono pienamente consapevole. Fintanto che personaggi così strumentalizzeranno a fini ideologici l'arte italiana come nei periodi più bui della storia del nostro Paese...

Dall'intervista di Roberta Scorranese:

È innegabile però che il discorso sull' arte abbia finito per prendere (o quasi) il sopravvento sulle opere e sugli artisti. Forse sono gli stessi creativi che convincono poco, con poetiche deboli? 

«Credo che gli artisti italiani oggi non abbiano ben capito di vivere un momento tragico. In fondo, la famiglia, anche se ammaccata, regge bene come stato sociale; la maggior parte dei giovani, pur se tra mille difficoltà, ha una casa di famiglia e può ancora contare sul sostegno dei genitori. Questo li porta a usare un linguaggio rassicurante, o nel tema o nella forma. Anche quando ci sono esperienze più dirompenti (penso per esempio a Rossella Biscotti che ha realizzato bei lavori come quello sul caso Moro), trovo sempre una componente criptica, come se non si fosse convinti fino in fondo. Diceva un vecchio adagio cinese: Dannato è chi vive un tempo interessante . E questo è un tempo molto interessante. Ma noi siamo classici. Io non amo l' arte dionisiaca, però giro il mondo e vedo esperienze molto più entusiasmanti laddove i problemi enormi (che sono ovunque, lo ripeto, anche da noi) sono percepiti come tali».


Le questioni della terminologia spostata ed il metodo antistorico utilizzati da V per descrivere i fenomeni artistici sono messi a fuoco con più precisione nel post recensione del saggio "L'arte contemporanea"edito da Il Mulino.
http://tranqui2.blogspot.it/2013/03/il-saggio-groviera-larte-contemporanea.html




Sunday, November 5, 2017

Sunday, July 30, 2017

La virgola di Wilde

Quella che c'è tra "nascere, rinascere"
Quella che c'è tra "scrittore, pittore"
Quella che c'è tra "Jeanne, Modigliani"
tra "Vriesendorp, Koolhaas"
tra "Verlaine, Rimbaud"
Quella che c'è tra "Savinio, De Chirico"
tra "Kahlo, Rivera"
tra "Wilde, C.3.3."
tra "Sebastian Melmoth, C.3.3."
Quella che c'è tra tra "veglia, sonno"
tra "inspirare, espirare"
tra  "certo, dubbio".
Quella che c'è tra "io, tutti"
Quella che c'è tra "... , ..."
tra "Bakargiev, curator porn"
Quella che c'è tra "Adamo, Eva"
Quella che c'è tra "amici, amanti"
tra "nemici, amanti"
tra "nemici, amici"
tra "amici, nemici"
tra "mm, km".
Quella che c'è tra "fratelli, van Gogh"
Quella che c'è tra "fotografo, artista"
Quella che c'è tra "A, Z"
Quella che c'è tra "grande, architetto"
Quella che c'è tra "maluccio, benino"
Quella che c'è tra "quindi, dunque"
Quella che c'è tra "così, è"

 “Ho trascorso tutta la mattina a correggere le bozze di una mia poesia, e ho tolto una virgola. Nel pomeriggio, l'ho rimessa” O. Wilde

Wednesday, May 3, 2017

Sunday, April 30, 2017

Beatrice Merz è è è è è è è è... figlia di mario e marisa merz - il CV horror

>>>andate a dare un'occhiata al sito sito della Fondazione Merz. Da quanto è scritto Beatrice Merz non è più sotto la label figlia-di-Mario-e Marisa-Merz = figlia di Mario e Marisa Merz! Def'ezzere succezzo un qualkoza! Sono preokkupatizzimo!


Ecco qui il precedente curriculum da me anche fotografato in cui ci viene spiegato (nel sito dell'omonima fondazione) che Beatrice è senza ombra di dubbio figlia di Mario e Marisa Merz:
 
Beatrice Merz, figlia di Mario e Marisa Merz, è nata in Svizzera il 5 agosto 1960. Vive e lavora a Torino. Accanto a esperienze curatoriali (due retrospettive, una dedicata a Gilberto Zorio e l’altra a Giovanni Anselmo, una mostra sull’Arte Povera a Oslo e alcune rassegne di giovani artisti), l’attività principale è stata sempre quella editoriale. Ha fondato nel 1986, e tuttora dirige, la casa editrice hopefulmonster specializzata in libri e cataloghi d’arte contemporanea. Nel 2005 inaugura la Fondazione Merzun progetto fortemente voluto insieme al padre. Dal 2010 è direttore del Castello di Rivoli.
Sottolineo che grazie a questo curriculum della figlia di Mario e Marisa Merz (CV su cui ogni commento è superfluo), la figlia di Mario e Marisa Merz è riuscita persino ad avere un'influenza sulla Muve, la Fondazione Musei Civici di Venezia, conseguentemente alla posizione della figlia di Mario e Marisa Merz interna al "gruppo d'influenza" dell'AMACI. Hai capito la figlia di Mario e Marisa Merz! Lo dice anche a Repubblica che lei ha uno spirito nomade come il suo papà, lo chiama proprio il papà, la figlia di Mario e Marisa Merz. Questa è l'arte italiana di oggi. E, per chi conosce i retroscena, con gli artisti succede di peggio!

Monday, August 8, 2016

Should Bauhaus be considered an Order of Architecture?

Should Bauhaus (and modern architecture) be considered an architectural order?



http://archinect.com/forum/thread/36407294/should-bauhaus-be-considered-an-order-of-architecture


from the forum :
>>>Frank your remarks are interesting and supported by what we can read in architecture's history books, but... the present is not a history book...

>>>i would overturn the question: what if the present would rather suggest us to review and widen our notion of "architectural order"? The line - Bauhaus - Mies van der Rohe - less is more - etc... has, in the course of time, codified 1 (anti-order) style that, in the end, became an architectural order itself, and the proofs are its duration, permanence, constancy.

Friday, August 5, 2016

Il boomerang di Carolyn Christov-Bakargiev & Co contro il Volksbühne staff

>>>anche Carolyn Christov Bakargiev firma lo sprezzante appello contro lo staff del berlinese teatro Volksbühne e a sostegno del neodirettore Dercon, figura a lungo alla guida dalla Tate Modern.

Rilevo che Bakargiev, per la seconda volta, pochi anni dopo la “figlia di Mario e Marisa Merz” (artisti di una corrente del secolo scorso denominata Arte Povera) gestisce a Torino un'istituzione d’arte pubblica come se fosse la galleria del suo limitato gusto personale e il mausoleo di stato dell'Arte Povera.
Evidentemente è proprio tale deriva di estremo personalismo che i lavoratori del teatro tedesco temono.
Una sottrazione d'autorevolezza che, quando attuata, rinchiude l'istituzione pubblica nella compiaciuta autoreferenzialità di un’unica figura, censurando ogni altra visione, prospettiva, approccio (in nome di una delega dettata dalla politica e da “modelli precostituiti” imposti su scala globale), omette posizioni differenti dalla propria.

Se alcune istituzioni artistiche torinesi hanno accettato di entrare in una sorta di coma pilotato da decenni, tale scelta ha costi culturali altissimi: assurdo pretendere che anche altri s'avviino nel medesimo vicolo cieco.

Giusto e comprensibile il timore del Volksbühne staff quando in una densa e lapidaria nota osserva il rischio che “the artistic processing of social conflict is displaced in favor of a globally extended consensus culture with uniform presentation and sales patterns”.
La casta della cultura gerarchizzata e globalizzata dei firmatari dell’appello parla finanche di “colpo di stato”, si trincera con toni minacciosi dietro l’investitura ricevuta da Dercon, quindi introduce implicitamente tra il neodirettore e i dipendenti del teatro (90 staff members e 80 freelancers) quella sfida che mira a ottenere il silenzio di ogni alterità di pensiero attraverso l’autocensura.
Gli stessi metodi strumentali da essi attuati quotidianamente contro la categoria professionale degli artisti.
Tutto ciò in nome della “Berlin’s global stature”, quasi che la “Berlin’s global stature” si alimenti di disprezzo per ogni confronto.

Il passaggio "at its crudest, the open letter is about power, and the abuse of the privilege conferred by public employment to defeat an individual’s vision" sposta il centro della questione che invece va individuato nella collisione di due modelli differenti di intendere autorevolezza nell'istituzione pubblica, quindi la cultura come elaborazione dei conflitti.
Ad una strategia divenuta prassi centrata sulla sua restituzione simulata ed estetizzata nell'omissione di ogni elemento non conforme a modelli prestabiliti e uniformati su scala globale, se ne contrappone una seconda, la personificazione catartica di posizioni antitetiche attraverso le nozioni di "personaggio", "scena", "narrazione" in un confronto assoluto con la parola.
Che dire della "tactic of public denunciation undertaken by Mr. Dercon’s detractors to damage his professional credibility and impugn his personal integrity"? Gli intellettuali del Volksbühne contestano (più che la persona) il modello di cui Dercon è portatore, in cui la "visionary leadership in the museum field" diviene alibi per fare censura di stato. Gli attori-clown alla Bakargiev che si atteggiano a pensatori radicali al vertice gerarchico di danarose istituzioni di stato sono un portato del tardo postmodernismo: un'idea di avanguardia e ricerca completamente finzionale.
Ecco il testo dell'aggressiva risposta, senz'altro un effetto boomerang per gli argomenti utilizzati, i toni allarmistici completamente fuori misura in quanto rivolti anche (oltre che al potere politico) a quelli che dovrebbero essere i futuri collaboratori del neo-direttore; suona come un chiaro alibi dato a Dercon di scavalcare già l'influenza dello staff del teatro i cui timori risultano ancor più fondati e dimostra la difficoltà di intavolare una discussione con figure che a ogni divergenza fanno pesare il proprio ruolo gerarchico.


Open Letter from Concerned Cultural Actors about Recent Discussions Surrounding the Directorship of Volksbühne in Berlin
Dear Mayor Michael Müller,
Last week we read with interest and dismay the open letter authored by 90 staff members and 80 freelancers of the Volksbühne in Berlin in opposition to the appointment of Chris Dercon as the incoming director of the theater. In normal circumstances of employment-related dispute between members of management and staff, we would have taken a more circumspect view of this letter.

However, because the main goal of the open letter was intended as a mechanism to reverse the directorial mandate vested in Mr. Dercon by the Berlin Senate, we did not want to stand aside and witness a miscarriage of justice being perpetrated. Nor did we want to sanction, without public comment, the tactic of public denunciation undertaken by Mr. Dercon’s detractors to damage his professional credibility and impugn his personal integrity.
Indeed, one can grant the authors of the open letter the fact that Mr. Dercon comes from the museum world and not the theater field. That is not in dispute. Nevertheless, for signatories of this letter to make the claim that his association with museums is liable to bring to Volksbühne “a global consensus culture with uniform presentation and sales patterns” is risible, as is the claim that there is one single truth presided over by those who signed the open letter. Given its derisive tone and the a priori judgment of a cultural programme that has not yet been realized, the substance of the open letter makes it clear that there is a different agenda at work.
A cursory reading of the complaints and the charges leveled within the letter reveals clearly that the motive is not about jobs or the defense and protection of the legacy of the Volksbühne; nor is it about art and the fearless engagement with ideas. At its crudest, the open letter is about power, and the abuse of the privilege conferred by public employment to defeat an individual’s vision. In the single-minded pursuit of an agenda of public co-optation, the signatories of the letter have bypassed all objective standards for serious debate and have descended to employing fear and censorship to oppose ideas they may not support.
The concerted public circus that surrounds the appointment of Mr. Dercon, the lack of decorum in the reception of his appointment, and, above all, the inability of his detractors to accord him even the most minimal courtesy, should be professionally embarrassing and damaging to a city of Berlin’s global stature. If the city accedes to a narrow-minded and self-interested coup d’etat, it will have succumbed to cheap innuendo and failed to defend the professional basis upon which Mr. Dercon was appointed. Berlin will also relinquish all claims to being an open city, a cosmopolitan place where professionals can accept an appointment in good faith with the freedom to think adventurously and create beyond the conventional bounds of institutional structures.
At the risk of restating the obvious, Chris Dercon brings with him to Berlin strong record of visionary leadership in the museum field over three decades. He has built and skillfully managed strong and thriving institutions, and has a global view of the importance of art and ideas in instigating change. As a highly respected figure in the field of contemporary art he has supported, nurtured, and realized the critical visions of artists; he has relentlessly demonstrated a commitment to experimentation and risk-taking; and in so doing earned the trust and admiration of peers.
In lending our support to Chris Dercon, it is our hope that common sense will prevail over alarmist sensationalism. We also wish to note that every change of leadership by definition is a vote for creative rupture. To bring excellence and vitality to culture we must constantly dare to appoint new stewards of institutions, who are charged to challenge and reimagine their place in our cultural, political, and moral reality. Given his record of accomplishment over the last three decades, we believe that Mr. Dercon is not only eminently positioned to lead the Volksbühne; he is also a bold and inspired choice. We applaud the Berlin Senate for inviting him to Berlin. Furthermore, we are convinced that Mr. Dercon will leverage his prior experience in some of the world’s most respected and renowned museums to reinforce and enhance the deserved reputation of the Volksbühne.
Okwui Enwezor
Director, Haus der Kunst, München, München

Hans Ulrich Obrist
Director, Serpentine Gallery, London

Hortensia Völckers
Executive Board / Artistic Director, Kulturstiftung des Bundes, Halle

David Chipperfield Architect
Thomas Weski Curator
Ulrich Wilmes
Chief Curator, Haus der Kunst,

Rem Koolhaas, Architect
Jacques Herzog, Architect
Bernd Scherer
Director, Haus der Kulturen der Welt, Berlin

Richard Sennett
Professor of London School of Economics

Alexander Kluge Filmmaker and Author
Manthia Diawara
Professor, New York University

Peter Saville Designer
Christine Macel
Chief Curator, Centre Pompidou, Paris

Konstantin Grcic Designer
Sabine Breitwieser
Director, Musuem der Moderne, Salzburg

Anne Teresa de Keersmaeker Choreographer
Carolyn Christov-Bakargiev Director, Castello di Rivoli, Torino
Adam Szymczyk Director, Documenta 14
Dirk Snauwaert Director, Wiels, Brussels
Matthias Mühling
Director, Lenbachhaus, Munich

Phillipe Parreno Artist
Susanne Gaensheimer Director, Museum für Moderne Kunst, Frankfurt a. Main
Friedrich Meschede
Director, Kunsthalle, Bielefeld

Kasper König
Curator, former Director Museum Ludwig, Cologne

Thursday, August 4, 2016

La cattiva letteratura di Riccardo Caldura.


Caldura firma interventi che non sono critica d'arte e vorrei che nessuno li confondesse per tali. Siamo dinanzi a testi ibridi che utilizzano l'arte visiva come pretesto, reperto inerte sul quale, più che applicare, direi proiettare astratti esercizi retorici - come nel pezzo sul ruolo del “direttore artistico-Biennale” - sovrabbondanti di nomi altisonanti, schemi gerarchici, scenari globali, e condizionate in senso ideologico. Esercizi accademici in cui l'unica risposta possibile a ogni ipotesi sembra sia un professorale scetticismo dubitativo e dove risulta assai difficile rintracciare riferimenti che possano introdurre alla comprensione del linguaggio visivo e di una poetica d'artista: le opere d'arte esposte in Biennale sono assenti nell'articolo, resta un mistero perché ne facciano da corredo illustrativo.

In quanto scrittura ibrida risulta incollocabile in alcuna disciplina specifica tranne che in quella bolla di cattiva letteratura di chi vorrebbe riportare la fenomenologia delle arti visive (e la radicale alterità di pensiero che rappresentano) nell'alveo dei dispositivi propri del linguaggio verbale senza passare attraverso il metodo critico, gravandola di un'enfasi tale da evocare tragicomici bollettini meteorologici:

“Alla Biennale di Enwezor può davvero essere affidato il compito di cogliere non solo l’orizzonte presente, ma anche le lontananze, il diradarsi delle foschie?”
Telefoneremo al Colonnello Bernacca.

I risultati? Cercate la recensione dove Caldura, dopo averci informato sulle sue (non di un artista) congetture osservando mozziconi di sigaretta tra i masegni di Venezia, visita una mostra a Punta della Dogana senza “comprendere” nulla, a suo dire perché non c'erano chiare didascalie esplicative accanto ai titoli di opere troppo poco verbalizzate per le sue aspettative. Davvero, se le opere lo lasciano indifferente, non c'erano cicche su cui filosofeggiare alla Biennale di Enwezor?


"Me ne sono venuto via dalla mostra di Danh Vo guardando la griglia ordinata dei masegni, le pietre che pavimentano Venezia. Ogni tanto nell’intersezione fra pietra e pietra un resto di sigaretta, un paio di petali caduti del giardino accanto alla strada, una vaga impronta di gomma masticata. Anche la luce giocava un suo ruolo, dato il cielo di nuvole che andavano e venivano”.
Perfetto incipit per un brutto romanzo.

L'opera e il suo doppio
L'antimetodo-Caldura prevede una costante preoccupazione dimostrativa: l'arte visiva secondo il R.C. deve costituire la didascalica appendice visiva di un'etichetta già data, certa, dogmaticamente predefinita. Non è quindi l'opera nelle sue evidenze formali oggetto d'interpretazione, ma il doppio verbalizzato a essa collegato: senza didascalie esplicative appiccicate sui muri, l'opera sembra per lui non esistere.

"La critica non ha niente di normativo e utilizza le definizioni generali solo per arrivare al caso singolo" scrive Alfonso Berardinelli; per Caldura le definizioni generali professoralmente definite e dalle quali, manco a dirlo, ogni nozione di paradosso, di negativo, di ludico risulta omessa, divengono invece il cardine centrale di una prassi fondata su un uso strumentale dell'arte e degli artisti.
Antimetodo alimentato da una fortissima avversione per la radicale alterità verso i linguaggi verbali che l'arte visiva incarna; da essa sono attentamente espunti tutti quei dispositivi che la rendono una forma d'arte davvero autonoma. Insomma, il classico intellettualino che considera tutti quei fenomeni non verbalizzati o non facilmente verbalizzabili didascalicamente cultura di serie B.


Il vuoto di poetica d’artista che riscontriamo nelle opere delle sue mostre è dovuto al fatto che sono selezionate per uno scopo strumentalmente dimostrativo, quasi pittogrammi di icone web che linkate rinviano lo spettatore al testo verbale che ne costituisce una giustificazione. L’opera viene scelta per la sua inespressività in quanto mero correlato visivo di un testo.
I suoi scritti sono di una noia micidiale - poco letti - e in questo assolvono in pieno alla funzione di accreditare la penna conformista che li redige in certi ambienti di colletti bianchi, pseudo-intellettuali di stato e funzionari contigui al partito di turno, al circolo di nomenclatura universitaria di turno.
L'avversione verso gli artisti e il loro ruolo sociale si manifesta con ancor più astio quando, assai di rado, si arriva a un confronto reale e non simulato, senza quelle distanze che gli pseudo-intellettuali di stato creano intorno a sé.
Ecco la risposta che ho ricevuto in un forum:


"Riccardo Caldura
Puntuale come la grandine sull'uva a fine agosto da qualche parte sul web ti arriva il commento livoroso e inutilmente polemico di un personaggio che a Venezia ha assai dubbia credibilità: tale K, fratello in ombra di un ben più noto protagonista della vita culturale veneziana. Che dire? Guardare il cielo, sopportare con pazienza e tirare innanzi...pensando a Francesco e alla pace nel mondo, sperando che anche Kos riesca a trovare un giorno una qualche serenità (e di meglio da fare che inventarsi blog miserelli grazie ai quali provar a supportare i suoi lavori)"


Evidente la scorrettezza argomentativa contro un artista che sembra non possa esprimere il proprio pensiero quasi appartenesse a una casta inferiore, solo oggetto di giudizio dall'alto, il retrogrado familismo italico di chiamare in causa persone a me legate da vincoli di parentela, secondo il quale non conta ciò che una persona dice e fa, ma il clan a cui appartiene (e forse la prossima volta saranno nipoti e cugini), doppiamente inquietante in quanto è il migliore modo per creare un clima di veleni e dare un chiaro segnale a quegli artisti che vorrebbero esprimere un'opinione ma non lo fanno per timore.

Un artista non "supporta" assolutamente il proprio lavoro con blog di dibattito che anzi hanno un effetto controproducente in termini di carriera in quanto la delega della parola alla critica è ritenuta fondamentale dai colletti bianchi abituati a parlarsi addosso da soli da decenni. Caldura non possiede gli strumenti per analizzare tali aspetti del presente, essendosi cristallizzato a una modernità idealizzata senza l'elaborazione dei conflitti e l'utopia in essa originariamente contenute, tuttavia mantenendone certe derive di strumentalizzazione ideologica. 


Secondo Caldura la verità artistica coincide con la credibilità? Concezione perfino pre-ottocentesca.


Quando costoro parlano di "arte-pensiero" intendono il proprio "pensiero unico maschile", non l'elaborazione teorica, così riducendo i circuiti del contemporaneo a una bolla separata che consente un reiterato rinvio del confronto percepito catastroficamente quale "grandine sull'uva".
Tanti come lui ricavano dall'impreparazione del grande pubblico una costante rendita di posizione: se un taglio di Fontana ancora può scandalizzare alcuni, i tanti Caldura dell'oggi invece che insegnare al pubblico il superamento dei pregiudizi speculano su questo gap informativo. La loro "mission"? Sostituire i vecchi pregiudizi con pregiudizi nuovi.


Le forme fluide dei blog d’artista sono definite incomplete, manchevoli, “misere” in quanto modalità di comunicazione non sorvegliate, non ufficiose–ufficiali-di-stato, frames che includono elementi spuri, errori e contraddizioni nei processi creativi, mostrandoli: l’opposto dei cliché chiusi dogmi delle definizioni generali in cui l’errore viene omesso. Ancora, quindi, rigidità di pensiero per stereotipi tra i quali va rubricato alla lettera f anche quello del “fratello di”.

Vediamo oggi tanti filosofi mancati occuparsi di arte contemporanea: grazie alla grande confusione terminologica e di metodo esistente nel settore possono trovare uno spazio di visibilità senza il rigore teorico e le capacità innovative richieste in altre discipline. Il trucco è manipolare gli argomenti con stile affabulatorio da cattiva letteratura e aggiungere al minestrone qualche citazione altisonante, fornendo così al potere culturale un alibi per far fuori i rappresentanti di un'alterità radicale. Tutte operazioni che trovano le loro vittime, spesso numerose e consenzienti poiché il talento e l'alterità danno fastidio a tanti, in Italia a tantissimi. Il talento puro presenta delle resistenze a farsi strumentalizzare.

Quando un'istituzione pubblica cade sotto l'influenza di tali figure, solitamente smette di fare informazione e inizia la propaganda di stato contro l'autonomia dell'arte (parallelamente alla censura di ogni tendenza che contraddice tale assunto) com'è accaduto alla Galleria Contemporaneo di Mestre dove abbiamo visto addirittura la presentazione di una lista politica vicina al professore, fatto di una spregiudicatezza e sfrontatezza tali da non trovare eguali tra consimili spazi pubblici d'arte, che tuttavia risulta rilevante soprattutto da un punto di vista teorico, per il tentativo di allineare la fenomenologia dell'arte visiva ai codici verbali del consenso e del potere costituito.

Importante capire che la sua posizione prevede una netta avversione verso l'alterità che l'arte visiva rappresenta; ogni fenomeno del sapere deve essere ricondotto agli automatismi del linguaggio verbale: c'è nell'insistente reiterarsi dei medesimi modelli quasi una logica di scambio simbolico, un fallocentrismo del pensiero maschile unico che deve disinnescare quell'altro-da-sé (l'altra-da-sé) letto quale potenziale aggressiva negazione del proprio "centro".
Un edificio critico così pencolante dovrebbe trovare un suo cemento che lo tiene in piedi nella ricorrente apologia del fattuale, sempre assertiva, celebrativa del dato, del percettivo (la sua ossessione per le "misurazioni"). In effetti, essa serve da schermo copertura alla mancata elaborazione di quel nucleo perturbante dell'arte visiva la cui sorvegliatissima omissione sembra corrispondere a una rinuncia, quasi che gli strumenti che la critica ha a disposizione, lo sguardo per così dire laterale verso l'opera, quello specchio che consente di osservare la gorgone del perturbante senza esserne pietrificati, non servisse altro che a moltiplicarne la potenza.
Privata di ogni conflitto interno, selezionata attraverso la categoria "etichetta" esornativa del linguaggio verbale, l'arte viene ad assumere la veste di una forma che ripropone in chiave midcult le sperimentazioni artistiche del secondo Novecento.
Per Caldura l'arte visiva non ha un valore conoscitivo, non è un ponte gettato verso l'altrove; la utilizza per riaffermare la propria centralità.


>>>la cicca filosofica mentre le nuvole andavano e venivano

;>>post in progress - testo e correzioni in via di stesura

Saturday, June 27, 2015

Giovanni Matteucci #2: i salvagenti filosofici dell'ex studente


>>>un ex studente di Giovanni Matteucci è intervenuto nella discussione già citata nel blog Tranqui2 cercando di soccorrere le bislacche teorie del filosofo docente Università di Bologna.
Gentile Inchierchia, apprezzo la sua capacità argomentativa e la correttezza di firmarsi nomen + cognomen piuttosto che nick + name ma, mi creda, è inutile lanciare salvagenti filosofici di salvataggio a una zattera estetica che affonda.
>>>dobbiamo metterci d'accordo sui termini che utilizziamo per definire i fenomeni presi in esame ancora prima di interpretarli. Quella che Matteucci implicitamente considera pittura non lo è assolutamente in quanto ascrivibile all'ambito delle pratiche pittoriche dell'arte contemporanea (e non solo perché il pittore non è dominatore dei materiali). Lo spostamento di argomenti attuato da Matteucci (non dai commentatori del thread) risiede nella terminologia impropria; i suoi modelli classificatori possono essere considerati validi al massimo per un'idea di pittura-pittore letteraria feuilleton o (forse, non sempre) per il manierista da cavalletto che produce opere funzionali al mercato turistico (ma un tale Giacomo Guardi produceva "quadretti" destinati a tale circuito).
Partire da tali cliché letterari attinenti all'ambito del romanzo, del teatro, del libretto operistico per arrivare poi con un salto mirabolante (come lei stesso Inchierchia fa) alle “pratiche artistiche contemporanee” costituisce, appunto, un errore di metodo. Stiamo parlando di romanzo ottocentesco, di souvenir turistici o di arte visiva? La critica d'arte arriva molto dopo tali grossolane semplificazioni.
In "Leggere è un rischio", un critico letterario autentico come Alfonso Berardinelli correttamente afferma: "La critica non ha niente di normativo e usa le definizioni generali solo per arrivare alla descrizione del caso singolo".
>>>in sostanza Matteucci finisce per commettere gli errori che la sua stessa teoria di "campo dell'arte" vorrebbe stigmatizzare: la sclerotizzazione dei fenomeni e il renderli paradigmatici talvolta persino retrospettivamente, errore certamente mutuato dall'anti-metodo di tanti funzionari dei “musei contemporanei” che avvelenano l'arte italiana da decenni. Lo ripeto: Matteucci resta vittima delle manipolazioni intenzionali di costoro come lo siamo noi artisti che facciamo ricerca artistica autentica e non intrattenimento museale...
>>>per altri esempi di spostamenti di terminologia dell'arte rinvio i lettori del blog alla mia recensione del saggio "Arte contemporanea" edito dal Mulino che nella sezione "Quanto capiamo dell'arte antica?" contiene sequenze multiple di spostamenti...
>>>La critica d'arte intesa quale disciplina ordinatrice arriva molto dopo la semplice individuazione dei fenomeni.
Lei scrive ”Non si tratta insomma di classificare o catalogare le arti”. Quali arti? L'arte pasticciera dei trionfi da tavola in cui anche un Bernini e altri eccellevano? Per individuare i fenomeni (non per classificarli od organizzarli in un’accezione di attribuzione di valore) Matteucci utilizza una terminologia mutuata dalla critica d'arte. Quella utilizzata da Matteucci per focalizzare “oggetti estetici” è una terminologia spostata, qui risiede il suo errore di categorizzazione. Il pittore Mario Cavaradossi, personaggio della Tosca, va collocato nell'ambito del libretto operistico e della storia del teatro non certo nell'arte visiva ma tale distinzione non rientra nella critica d'arte, la precede.
Matteucci:
“Il passaggio che sottolinei dall’estetica del cercare all’estetica del trovare – è stato elaborato seguendo
sollecitazioni che provengono direttamente dalle esperienze
contemporanee dell’arte”, “Mi sembra che esprima efficacemente una trasformazione che ha subito la concezione della creatività nel corso dell’ultimo secolo. A un’idea secondo la quale chi crea va autonomamente e liberamente in cerca di materiali di cui disporre con dominio assoluto per renderli veicolo della propria ispirazione, è subentrata tendenzialmente un’idea di creazione che tiene in massimo conto i vincoli posti.
“La dimensione performativa – in termini più compromessi, se si vuole: spettacolare e spettacolarizzata – che è sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee (due casiemblematici: il passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione) mi sembra che testimoni appunto questa metamorfosi della creatività”.
Chiarissimo qui il processo affabulatorio derivato dal metodo antistorico della critica contemporanea che costruisce delle narrazioni sulle prassi e tecniche artistiche che “diventano” altre tecniche, comparando “oggetti estetici” disomogenei. Matteucci fa narrazione pura quando favoleggia sul "passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione": si tratta di pratiche diverse e non di generi artistici, quindi sono discipline autonome ed è errato porli in una prospettiva in divenire. Non stiamo discutendo di teorie artistiche, di poetiche militanti o di definizioni generali vs. caso singolo né di attribuzioni di valore ecc, Matteucci, come tanti teorici, proietta sull'arte visiva i suoi schemi di verbalizzazione. Quando ritiene “La dimensione performativa” - “sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee” tesse delle narrazioni su oggetti estetici disomogenei, pone Cavaradossi vicino ad Abramovic.
>>>post in progress >>> testo e correzioni in via di stesura