http://tranqui2.blogspot.it/2013/11/corinthian-order-corinthian-contemporary.html
>>> stampa ottocentesca sulle origini del capitello corinzio
Natura + Architettura = Capitello Corinzio
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Ho intenzione di scrivere nel blog sulla mia teoria "In-Rinascimento & de-Rinascimento".
Per una introduzione potete leggere le riflessioni in dialogo con Enrico Terrone (ma ringrazio anche Saint Loup e Luciano G. Gerini per aver interagito con me nella discussione) in un thread online: il In-Rinascimento inteso come condizione dell'arte in cui una variabile fondamentale è il definitivo riconoscimento sociale del ruolo dell'artista quale "artifex-firma". In tale prospettiva la diffusione globale dell'arte contemporanea nel suo modello occidentale andrebbe riletta come l'espandersi, a secoli di distanza, del Rinascimento su scala planetaria. Lo stesso ready-made nelle sue infinite variazioni potrebbe essere considerato il portato delle funzioni "artifex-firma" attivate nel Rinascimento. Il Rinascimento si è sviluppato su più linee e filoni, radicalizzandosi. Segnatamente, assistiamo a cicliche spinte di de-Rinascimento, e proprio in quei microclimi culturali locali dove il sistema dell'arte opera per separare il ruolo sociale dell'artista dal territorio.
http://www.artribune.com/2013/04/dialoghi-di-estetica-parola-a-david-davies/
>>> Quando leggi cose del tipo “laddove per apprezzare un dipinto del
Rinascimento possono essere sufficienti conoscenze generiche sulle
pratiche artistiche e sulla cultura religiosa dell’epoca” ti
domandi se il Canada è un posto dove i saggi di storia dell’arte
sul Rinascimento sono vietati per legge (Baxandall included)…
Già i primi capitoli esordiscono condensando in poche battute i consueti pregiudizi critici. Nel riportare cinque edizioni consecutive del Padiglione Spagna della Biennale, tra le metafore d'installazioni e progetti collettivi, ecco l'unica opera di cui non viene spiegato il significato: "Nel 2009 Barcelò ha esposto grandi quadri di stampo neoespressionista, molto apprezzati dal mercato e dalla critica più conservatrice". Quando c'è di mezzo la pittura Vettese sembra sospendere le sue capacità cognitive.
Che cosa rappresentavano, esattamente, i lavori di "stampo neoespressionista" di Barcelò? Ullellé ullallà faccelo capì faccelo spiegà!
Del resto, si può immaginare un atteggiamento più conservatore dello scegliere la Biennale di Venezia come esempio di "quanto gli approcci all'arte possano essere diversi"? Alla Biennale, da un artista ci si aspetta obbligatoriamente il "nuovo" istituzionalizzato, in spazi che sono "di stato" fin dal nome. È dunque riduttivo ed errato considerare l'opera come unica variabile su cui focalizzare l'attenzione definitoria della critica: oltre e prima di essa entrano in gioco il ruolo sociale dell'artista, lo spazio-luogo in cui l'opera va contestualizzata che può essere esterno al circuito dell'arte istituzionale e quindi corrispondere a una diversa funzione (l'underground e la galleria privata sono assai diversi da un padiglione della Biennale), il pubblico a cui si rivolge, la dialettica cultura ufficiale vs. controcultura, quei segmenti del mercato dove il pubblico ha una funzione attiva e non solo di passiva fruizione.
Si tratta sostanzialmente di ampliare la visuale oltre certi spazi deputati a una sperimentazione di rito, puramente stilistica, recinti tanto simili a zoo dove l'animale selvaggio chiamato "arte" viene esibito sapendo benissimo che lì ogni sua potenziale carica di radicale alterità è già disinnescata fin dall'inizio. Tra quelle sbarre ogni ruggito fa spettacolo, produce entertainment utile ai guardiani con le chiavi delle gabbie in tasca.
Le cinque edizioni del Padiglione Spagna prese in esame da Vettese, quindi, non spiegano affatto "quanto gli approcci all'arte possano essere diversi" poiché ne rappresentano uno soltanto, quello dell'arte nella sua condizione iper-istituzionalizzata all'interno della quale Vettese fa delle distinzioni sullo stile e la pratica artistica adottata, non certo di "approccio all'arte".
Non sono certo la pratica artistica o la tecnica utilizzata a determinare le variabili innovazione/conservazione.
Abbiano già una preview dello stile dell'autrice: l'utilizzare una terminologia critica spostata (qui approccio anziché pratica artistica) collocandola in un contesto di cui vengono omesse informazioni fondamentali.
Nei suoi schemi di pensiero oppositivo, Vettese forza il confronto tra pratiche artistiche che non condividono alcun presupposto comune, riducendone la complessità a opposizioni schematiche ed esasperando sempre le fratture piuttosto che le possibili convergenze.
Le tesi dell'autrice sono qui come altrove viziate da un assunto provocatorio-dissacrante deliberatamente manipolatorio. Con tante contraddizioni.
"L’opinione corrente tende a identificare l’arte contemporanea con l’astrazione, ma sarebbe un errore pensare che abbia abbandonato la figurazione. Al contrario, come abbiamo visto, quest’ultima ha continuato a rimare viva".
A p. 103 troviamo una tesi opposta: "Noi crediamo di capire l’arte antica perché presenta più figure dell’arte contemporanea. (…) Non basta il catechismo, che peraltro un cinese non conosce: occorre un po’ di teologia, note sul rapporto tra artisti e committenti, qualche nozione storica".
Eppure il medesimo errore di pressappochismo nel sovrapporre la figurazione e la storia sacra al contemporaneo riaffiora a p. 52: "L’effetto di spaesamento e di elevazione dell’anima che si voleva ottenere con le cupole del Cristo Pantocratore in mosaico, con il fondo dorato e luminescente, non è incompatibile con ciò che ha cercato di realizzare Don Flavin".
Parrebbe quasi una gag da osteria quella dell'arte che si capisce perché ha "più figure".
Alcuni generi artistici arrivano a parlare direttamente allo spettatore in quanto non necessitano sempre della mediazione della critica. La luce, il colore, il segno, la composizione, l'espressione somatica, il ductus pittorico, le matrici visuali scelte dal pittore rappresentano una grammatica certo diversa da quella verbale ma non per questo meno efficace. Esistono opere che prevedono e consentono più piani di lettura coerenti e conseguenti tra loro, altre meno; queste ultime richiedono stampelle, supporti e mediatori per essere fruite anche a un primissimo approccio.
Su Vezzoli, p. 55: "Francesco Vezzoli è riuscito a convincere molte celebrities di Hollywood a girare per lui, con la guida del regista Gore Vidal, una sorta di trailer di un film dedicato a Caligola. (…) Tutti questi filmati parlano con una libertà che nessun film da distribuire nei cinema potrebbe mai sopportare".
Occorre essere un cinefilo per conoscere Io, Caligola, film dalle difficili vicissitudini produttive, in parte girato da Brass, con la sceneggiatura del noto scrittore - non regista! - Gore Vidal?
Ebbene, si propone di interpretare opere che non conosce affatto! Una presunzione ben superiore a quella che viene comunemente attribuita al “pubblico” dell’arte, accusato dalla critica di basare i propri giudizi su “emozioni immediate”. In realtà, i cosiddetti “pregiudizi immediati” risiedono piuttosto in chi struttura il pensiero artistico secondo etichette, non nel pubblico
A p. 23 compare Carolyn Christof Bakargiev "Forse non abbiamo più bisogno di parlare di 'arte contemporanea', e qualcuno come la curatrice di dOCUMENTA (13) CBB, potrà ritenere che si tratti di una categoria tipica del XX secolo"... ed infatti, com'è noto, Bakargiev ha scatenato un'ilarità planetaria con la sua attitudine di volersi sostituire ad artisti e opere mimando pose da televendite di padelle.
P. 103: "Qualcuno può obiettare che l’arte antica ci offre un’emozione più immediata. Cosa falsa nella maggior parte dei casi, tranne che per qualche dipinto che descrive stati d’animo molto basici: la maternità, l’amore coniugale, lo stupore per la bellezza di un viso. Alzi la mano chi non si è stufato visitando un museo di arte antica nelle sale in cui non c’erano capolavori già noti".
Leggendo paragrafi così esplicitamente segnati da una vocazione iconoclasta, diventa legittimo domandarsi se l’autrice abbia un autentico interesse per l’arte in quanto tale. Il discorso sembra piuttosto sorretto da un’avversione ideologica (e in parte irrazionale) verso tutti quei fenomeni visivi lontani dalla sua specializzazione. Alzi la mano chi non si è sorpreso dinanzi alla scoperta di capolavori di autori malnoti; evidentemente gli ignoranti si "stufano" quando nessuno gli ha insegnato come va letta un'opera.
Del resto, da decenni gli storici dell'arte ci spiegano l'importanza dei generi artistici definiti "minori" e dei centri produttivi "provinciali"; esiti simili di revisione critica si sono registrati in numerosi altri ambiti disciplinari, dalla critica letteraria a quella musicale e cinematografica. Riaffiora qui, mal mimetizzata, tra menzogne e facili provocazioni, un'annosa questione: l'assenza di metodo dei vari "curatori" del contemporaneo nell'affrontare tutti quei fenomeni artistici lontani dal loro ristretto ambito di competenze, con la conseguente assenza di una prospettiva storica adeguata... Vero rimane che, beffa nella beffa, le commissioni di premi, musei e fiere si fregiano dell'altisonante titolo di "comitati scientifici".
Identificando l'arte antica con lo stile degli "antichi maestri" dell'arte europea, Vettese rivela i condizionamenti del suo background culturale e la scarsa frequentazione con produzioni visive lontane da quella occidentale; inoltre l'assenza di una prospettiva storica determina una prassi di anti-metodo inaccettabile che favorisce il prevalere della propensione al rovesciamento dell'intera storia dell'arte appiattendola sulle aspettative, pratiche e stili attuali, quasi ne fosse appendice precedente e non la necessaria premessa, essendosi l'arte contemporanea "sostituita" a essa. Ne consegue un effetto critico regressivo, che può essere definito come una forma di critica “da terza media”. E il "museo" d'arte contemporanea sembra qui una tabula rasa dove ridurre ogni prospettiva storica della cultura in cenere. L’uso sistematico di un approccio antistorico, finalizzato a colmare le lacune di impostazioni teoriche già fragili, rappresenta l’elemento che più incisivamente mina la sua autorevolezza e attendibilità.
L'inadeguatezza di taluni funzionari del contemporaneo per la corretta lettura e interpretazione formale del testo visivo (qualunque esso sia, indipendentemente dal medium) costringe la prassi della critica entro i limiti di una verbalizzazione sull'opera in forma di narrazione; questo spiega anche il grande credito che costoro attribuiscono alle "narrazioni" sulle tecniche che "diventano" altre tecniche, sul virtuosismo del pittore "sostituto" da nuove prassi artistiche ecc... Quindi, in certo senso, la loro lettura dell'arte resta sempre "figurativa"; non sanno distinguere cosa sia virtuosismo e cosa no.
"Stati d’animo molto basici: la maternità, l’amore coniugale, lo stupore per la bellezza di un viso": espressione somatica e psicologica e valori luministici + chiaroscurali (la luce, notoriamente elemento molto commentato da chi visita i musei) sono omessi. Sembra qui stia scrivendo di fotografie di rivista fashion. Per Vettese, teorica del mediocre-pensiero da funzionario del contemporaneo in carriera, tutta l'arte "diviene" contemporanea, persino un dipinto del Seicento "diviene" un'opera contemporanea, evidentemente una contemporaneità incompiuta. Proiettano sull'intera storia dell'arte gli stessi pregiudizi del presente.
"Alzi la mano chi non si è stufato visitando un museo di arte antica nelle sale in cui non c’erano capolavori già noti": barbarie culturale, anti-metodo. Davvero pensa che tutti siano insensibili come lei ai valori formali delle arti?
Siamo pericolosamente arrivati a p.98, con Mona Hatoum... una pessima scelta per spiegare il rapporto opera-biografia. Del suo lavoro non convince il divario tra ciò che ci viene suggerito dalla lettura formale di opere mentali, ludiche, calcolate, che contrastano con una dichiarata poetica di sofferenza ed esclusione da esule nomade. Il racconto critico sull'opera qui non ne aiuta la comprensione, piuttosto ne condiziona la lettura in direzione prettamente letteraria.
Il "mappamondo di biglie" firmato Hatoum è l'ennesima versione di un'idea stravista, riproposta stavolta con un retrogusto umoristico evidente: ve lo vedete il curatore distratto scivolare sulla biglia dell'isola di Lanzarote?
Oooops! Di realmente sentito, in opere così calcolate, c'è ben poco.
Per farci un'idea del lavoro dell'artista Carsten Holler, invece, dovremmo sapere che "ha una laurea in agronomia". Preferivamo non saperlo. Vada a esporre alla Coldiretti.
Dopo aver descritto un lavoro di Richard Serra (p. 99) arriva una delle sue solite panzane:
"Il virtuosismo che una volta veniva mostrato grazie ad un sapiente uso della matita, del pennello, dello scalpello o del bulino è stato per lo più sostituito dalla rapidità e dalla precisione esecutiva delle nuove tecnologie o da un lavoro a più mani".
Consueta attitudine del pensiero oppositivo di porre in contrasto tecniche e pratiche artistiche completamente differenti che nulla hanno in comune: la confusione tra tecniche antiche e moderne (fraintese qui per "generi" artistici) ha il solo, furbo scopo di trasferire sulle più recenti l'attribuzione di valore stroricamente acquisita nel tempo dalle prime. Insomma, la professoressa come molti suoi colleghi, non l'ha capito: scrive di tecniche come se fossero generi artistici. La pittura non è un "genere artistico"! Una tecnica non "sostituisce" un'altra tecnica!
Sempre l'artista interagisce, interroga i materiali e i medium. Il virtuosismo non è conseguente al mezzo espressivo utilizzato. Nel passo in questione, Vettese confonde stile con virtuosismo.
E perché, tra la tecnica di 1 bulino e 1 pennello, non ci mette di mezzo anche la tecnica dello spazzolone da cesso?
Per spiegare i buchi neri del groviera stavolta chiameremo Hawking.
Può essere utile, per chiarire i limiti concettuali del discorso di Vettese, un esempio tratto da altri ambiti artistici. Nessun critico cinematografico, infatti, insiste continuamente sul presunto “scarto” tra recitazione teatrale e cinematografica come se una sostituisse l’altra, o enfatizza continuamente le differenze tra palcoscenico e set, azione scenica e montaggio analogico, al contrario di quanto possiamo riscontare nel ciarpame teorico by Vettese o by Anna Detheridge. Costoro traggono dalla credulità di tanto pubblico dell'arte poco informato una costante rendita di posizione. Certo l'essere i corifei di un sistema dell'arte gerarchico e iperconservatore che vede allineati sulla stessa posizione tutti i poteri (politico, economico, universitario, fondazioni pubbliche e private, informazione, musei, marchi della moda ecc) non impedisce anche ai più incapaci La Palisse della critica di fingersi pensatori radicali e anticonformisti. Per farlo utilizzano modalità argomentative assolutamente fasulle. Qui, come si vede, la smisurata pretesa di profondità di mezze calzette atteggiate a intransigenti ammazzasette d'ogni banalità produce involuti contorsionismi argomentativi.
Inoltre sono critici vicini poco e male al quotidiano degli artisti; ma il sapere libresco e accademico, senza osservazione diretta, genera un ampio margine di pregiudizi e fraintendimenti.
L'inquietante paragrafo "Quanto capiamo dell'arte antica?" (p. 102) contiene altri esempi di terminologia spostata:
"Qualcuno pensa che nell'antico ci fosse ancora un'ancora di salvezza nel giudicare cosa fosse arte, o almeno degno di attenzione, attraverso l'esibizione di perizia tecnica. Ma allora dovremmo dire che sono arte anche un carretto siciliano e un armadio d'antiquariato". Infatti, lo sono. Non a caso nell'antiquariato viene definita Arte povera una certa tipologia di manufatti lignei differenti però dall'Arte Povera di Kounellis e Anselmo: la fenomenologia offerta dalle arti va sempre contestualizzata. Tale passaggio non conduce affatto a "una concezione di arte così inclusiva da essere quasi inutile", al contrario, certifica la necessaria distanza di chi si approccia a un linguaggio radicalmente differente da quello verbale. Prima di ogni interpretazione, l'arte visiva deve essere tradotta.
Analogamente, l'arte antica non va vista quale mera appendice precedente dell'arte contemporanea poiché ne contiene le fondamentali premesse cognitive e antropologiche, senza le quali la contemporaneità e la modernità, dall'idea stessa di collezione, museo e di white box, non esisterebbero.
La perizia tecnica non deve essere confusa con lo stile dell'artista: torna qui l'errore di considerare pittura e scultura quali generi artistici, mentre sono di per sé mere tecniche che dalla perizia tecnica artigianale dell'imprimitura, stratificando in una compagine chiusa innumerevoli influenze, arrivano alla scrittura visiva del pittore e oltre. Pertanto, quella che Vettese con la consueta approssimazione definisce perizia tecnica (che invece è lo stile) va connessa storicamente con il riconoscimento sociale dell'artista "firma", cognomen + nomen, nome d'arte ecc... dispositivo (ridefinito nella forma attuale nel Rinascimento) senza il quale Duchamp non avrebbe potuto vergare la sigla R.Mutt sull'opera, né Manzoni segnare a colpi di pennarello le modelle, né quelli dell'Arte Povera strutturare una poetica in sottrazione fino allo stato di natura sommandovi tuttavia il marchio dell'artifex. Qualche critico letterario ha mai affermato che la qualità di uno scrittore si riconosce dalla correttezza sintattica?
Riassumendo, a un primo spostamento nell'uso della terminologia critica (perizia tecnica anziché stile) ne segue un secondo (la perizia tecnica collocata in una prospettiva antistorica), e un terzo (una pratica artistica erroneamente opposta a un'altra pratica artistica).